Valentina Magaletti: la batteria come autobiografia

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Valentina Magaletti, origine barese e domicilio londinese.
Percussionista, polistrumentista e compositrice, sta contribuendo a ridefinire il linguaggio e il ruolo musicale della batteria.
Ha all’attivo svariate collaborazioni, suonato tra gli altri con Thurston Moore, Nicolas Jaar, Bat for Lashes, Sampha,Floating Points, ma sono stati i lavori solisti che ne hanno realmente definito il percorso artistico, declinato in più espressioni.
Un continuum che va dalla ricerca profonda sulla texture del suono percussivo (come nell’album Batterie Fragile uscito su unjenesaisquo nel 2022, in cui suona un drum kit in porcellana creato da Yves Chaudouët) e l’amore per l’improvvisazione, ai diversi progetti come Tomaga con Tom Relleen, il trio dub percussivo Holy Tongue con Al Wootton e Susumu Mukay e i Moin insieme al duo Raime.
La lista dei luoghi dove ha portato la sua arte parla da sé, come per esempio la Biennale di Venezia, Barbican, Cafè Oto e Southbank a Londra, o il Museo Nazionale del Teatro e della Danza di Lisbona, e ancora Rijksmuseum di Amsterdam per un elenco di cui non si scorge la fine.
Contaminazione è la parola d’ordine. D’altronde basterebbe ascoltare solo alcune delle release più recenti per accorgersene. Ad esempio le suggestioni elettroniche di Kansai Bruises (uscito su AD 93)  concepito insieme a Koshihiro Hino, componente dei giapponesi Goat qui sotto lo pseudonimo di YPY, oppure Gym Douce con la poetessa e scrittrice francese Fanny Chiarello.
Con quest’ultima, Valentina ha anche co-curato il volume Basta Now. Women, Trans & Non-binary in Experimental Music. Fanny Chiarello ha creato nelgi anni un archivio di quasi 7000 nomi di autrici e musiciste della musica elettronica e sperimentale, il libro si concentra su circa 2700 nomi, e per ogni edizione l’idea di aggiungerne ulteriori, a raccontare la presenza e il peso autorevole delle figure femminili in un genere spesso raccontato come esclusivamente, o quasi, di pertinenza maschile.
Prima dei suoi live in programma al Ment Festival, giovedì 21 con gli Holy Tongue e venerdì 22 in solo, abbiamo raggiunto Valentina per uno scambio/intervista flash, in attesa dell’uscita del prossimo lavoro Seismo con upsammy, in aprile.

Citando una tua bio: “Per Magaletti, suonare la batteria è simile a una narrazione che si sviluppa nel tempo: storie che evitano il linguaggio parlato a favore di ritmo, pulsazioni e vibrazioni”. È un concetto molto interessante: potresti spiegarlo un po’ più nel dettaglio?
La musica permette di esprimerci in modo intrinseco. Anche se mi considero una persona estroversa, il linguaggio artistico mi consente di comunicare le emozioni più profonde. Credo che sia proprio questo passaggio a garantire una connessione emotiva con il mio pubblico.

Che differenza di approccio (se esiste) incontri quando lavori a progetti solisti e quando collabori con altri artisti? Le tue collaborazioni sono anche diverse tra loro, questo ti stimola a lavorare su declinazioni differenti del tuo sound?
In relazione all’approccio comunicativo già citato, la differenza espressiva è simile a quella tra un monologo e un dialogo con più persone. Poter svolgere un lavoro creativo è un privilegio per pochi e cerco di sfruttarlo al meglio, evitando di fare due volte lo stesso disco.

Che tipo di esibizioni immagini per il Ment, in solo e con Holy Tongue?
Il mio solo è in continua evoluzione. In qualche modo vulnerabile e interattivo, cerco di leggere la stanza in cui mi esibisco. Con Holy Tongue è uno show di dub viscerale, ricco di groove e atmosfere dance.

Cannibal Se-lecter