Wobble Lovers: Come godersi i Tropici a Berlino

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Ho sempre creduto che per poter discutere seriamente di musica con una persona si dovesse sempre e solo fare affidamento su qualcuno con il quale ci si è formati negli ascolti o nella produzione.
Ogni volta che mi sono dovuto ricredere ne è sempre scaturita una piacevole sensazione, quel tipo di feeling che ti incalza a scriverne ogni volta che succede.
Con Stefano Domenici è capitato proprio questo: ci siamo incontrati in un pub a Londra tramite amici comuni, ed abbiamo iniziato a parlare condividendo da subito certi punti di vista e ragionamenti. Stessi suoni, stessa passione. Scopro che è un musicista, uno che ha studiato in conservatorio ma che è cresciuto col rap, arrivando all’elettronica attraverso club, rave party e un sacco di dischi consumati in cameretta.
Firenze è stato il luogo nella quale Stefano e Luca iniziano nel 2011 la loro avventura prima come artisti, con il nome di Wobble Lovers, poi come etichetta, la Wobble Records.
Il centro toscano non è un luogo casuale, in quanto è più volte riuscito a farsi teatro di avanguardie elettroniche su suolo italiano, promuovendo e dando spazio ad artisti che hanno inaugurato e rappresentato particolari generi musicali.
E proprio nell’ultra nicchia Wobble ha iniziato il suo percorso. Dalla prima fidget jackin house a un suono che sta tra glitch hop/moombathon/trap, cercando un ponte verso suoni caldi ed esotici, supportando il discorso musicale con un’estetica ben definita.

Recentemente Wobble si è trasferita a Berlino per portare avanti i suoi obiettivi, tra cui un progetto di formazione degli artisti del roster sia a livello didattico che di community. Il tutto con la nobile intenzione di mettere fine al trend della cosiddetta loudness war all’interno del mercato discografico.
L’eterna questione del culturale vs commerciale oggi agli sgoccioli, battaglia cara a chi non si è ancora fatto allineare e convincere dagli altri circa ciò che è giusto ascoltare o suonare.
Il giorno dopo esserci incontrati in quel pub siamo riusciti a vederci un’altra volta per chiaccherare di tutto quello che rappresenta Wobble. Carta, penna, registratore e un paio di pinte che ci hanno messo a nostro agio.

Prima di tutto, c’è questa parola che sta rimbalzando in giro: mi spieghi che cosa si intende per moombathon?

Il moombathon è una nuova tendenza musicale che si è diffusa rapidamente anche in Europa. Abbiamo a che fare con un suono tropicale d’importazione, figliastro del reggeaton e della scuola californiana, ben distante dalle atmosfere della maggior parte dell’odierna musica elettronica che promuovono atmosfere spesso discretamente dark e oscure. Qui invece si ritrova lo stesso mood felice del kuduro o della tropical house. Paradossalmente, rispetto ad altre categorie della musica elettronica come la techno o l’house che non hanno un mood caraibico e caldo, il moombathon è per definizione aperto a qualsiasi tipo di interazione e influenza. Non mi sorprenderei se un giorno ascoltassi un pezzo techno-moombathon o mazurca-moombathon, in quanto gli elementi basici per un pezzo su questo stile sono una ritmica reggaeton e una batteria spezzata sui 110 bpm.
C’era proprio questa nostra volontà di scuotere la scena elettronica italiana dei club, troppo concentrata su suoni lontani dai tropicalismi che iniziavano ad appassionarci. Eravamo affascinati da questo sound e abbiamo pensato che per promuovere in Italia questo genere d’importazione potevamo iniziare a proporlo a Firenze, dove ci trovavamo per studio e lavoro.

La particolarità di questo nuovo genere è che sembra spostare il discorso della caoticità e della velocità verso quello della lentezza del suono, senza perdere in ballabilità. Sei d’accordo?

Questo è uno degli aspetti più interessanti del moombathon. In questo contesto sonoro siamo intorno ai 110 bpm: questa fu una scelta nettamente in contrasto con il trend imperante nell’elettronica degli ultimi 10-15 anni, dove troviamo techno e house verso 125-128bpm, drum’n’bass con tekno e psy-trance sui 160/170 bpm.
Il voler ricreare musica elettronica più lenta, a mio parere, è un esigenza che può derivare dal fatto che i nuovi produttori che si sono affacciati sulla scena avessero un background spiccatamente hip hop, musica che si aggira sui 90 bpm. Immagino che l’intenzione di voler ricreare musica lenta a questo punto possa essere vista come una sorta di conferma e risposta rispetto a ciò che veniva ascoltato in passato, provando a ricreare quelle sensazioni ed emozioni con un genere che ne ripeta una velocità simile e che sia divertente da ballare. Il moombathon ha dato la possibilità di creare musica da ballo senza dover necessariamente usare il classico bpm elettronico.

Come siete partiti con i vostri progetti?

Nel 2010 iniziamo a produrre tracce fidget house, affascinati da questa nicchia che si era formata in UK subito dopo l’esplosione del dubstep.
Wobble Lovers è la naturale conseguenza di un progetto che andava concentrandosi sia sull’aspetto musicale che quello grafico. Avevamo le idee chiare su che tipo di impatto volevamo avere e l’aver scoperto il moombathon rese le cose molto più semplici. Con quella sua precisa attitudine che incarna, avevamo trovato il suono perfetto che ci avrebbe permesso di spingerci oltre, superando tutti quegli scomodi cliché musicali provando a portare un po di felicità sulle piste da ballo.Fu una totale scommessa il puntare su questo genere musicale in quanto nessuno sapeva effettivamente se avrebbe resistito oppure o se sarebbe estinto, come del resto successe proprio alla fidget house che purtroppo non aveva una piattaforma solida nella quale confermarsi.
Da li a poco iniziammo a concepire anche Wobble Records, l’etichetta, sfociata come diretta conseguenza del nostro progetto artistico. Un bel po’ di gente iniziò a farsi compatta intorno a noi; sia il pubblico delle serate che ci veniva a sentire, sia il pubblico di Internet e dei vari social networks, fisicamente lontano. Anche perché i nostri show sono abbastanza particolari.

Particolari in che senso? Intendi la storia delle maschere, vero?

Da quando Wobble ha preso forma, non abbiamo mai fatto un set senza indossare le nostre maschere di panda on stage.
Il panda è un animale allegro, simpatico, piacevole, goffo e gentile. Assolutamente le stesse caratteristiche che ci rappresentano, che indicano il nostro mood e che ben si ricollegano al nostro discorso di voler rompere una tendenza depressiva nei dancefloor. Volevamo solo portare dei colori diversi all’interno della musica, dare tonalità diverse alle esplorazioni sensoriali.
Se ci pensi lavorare coi suoni è un po’ come capire i vari dialetti diversi di una lingua: comprendere le sonorità tipiche di un genere è simile a trovare il senso in questi slang della lingua principale, se consideriamo la musica come un’entità ben precisa ma composta da tanti dialetti diversi. Quando ci si avvicina a un genere diverso si rimane affascinati come nell’ascolto di un dialetto differente dal nostro, emoziona perché lo si percepisce come esotico e suadente. Nel provare a imitarlo per farlo proprio, si può confonderlo con il nostro partorendo ibridi assurdi. Proporre moombathon a Firenze, è stato portare le palme e le spiagge sul Lungarno e sotto al David di Donatello.

C’è un motivo particolare per cui il moombathon è riuscita a diventare popolare proprio a Firenze, secondo te?

Crediamo che il capoluogo toscano abbia sempre avuto una particolare sensibilità verso suoni nuovi, dando la possibilità agli artisti di potersi misurare con una piccola realtà ed un piccolo audience di persone, ma sempre comunque ricettiva e ben proposta. Si pensi al dubstep e alla Numa Crew, probabilmente la prima realtà propriamente bass music italiana. Probabilmente la Toscana è una regione nella quale questi suoni riescono a trovare terreno particolarmente fertile; non a caso la scena reggae/dancehall/hip hop è parecchio viva da quelle parti ed il moombathon è figlio di quei beats e di quella cultura.
E’ stato assurdo vedere come siamo riusciti in poco tempo a crearci un seguito di persone che frequentavano i nostri parties e che ballavano il nostro sound, nonostante spesso non fossimo capiti appieno. Era curioso vedere come la gente si scatenasse durante i set, facesse gruppo intorno a noi e ci sostenesse, senza effettivamente far parte attivamente del movimento moombathon. È stato bello finché è durato; dobbiamo moltissimo a quella città, nonostante i limiti che non ci avrebbero permesso di progredire artisticamente.

Mi pare di capire che a quel punto avete pensato di trasferirvi altrove per provare a confrontarvi con una realtà diversa. Era proprio inevitabile?

Si, lo scorso anno abbiamo sentito l’esigenza di confrontarci con un luogo che non solo ci permettesse più libertà per creare, ma un ambiente che ci mettesse completamente a nostro agio e ci motivasse nella realizzazione di tutti i progetti che avevamo in mente. Berlino, capitale techno mondiale, è il luogo fisico dove magneticamente si concentrano tutti gli stili, dove la gente comunica e si scambia idee e punti di vista.
Purtroppo il celebre Muro, pur essendo fisicamente caduto, persiste psicologicamente. Ci sono solidissimi pregiudizi in quanto la diversità riesce tutt’ora a spiazzare i Berlinesi. Nonostante questo, la città ha avuto un’impennata sociale negli ultimi 15 anni ed oggi è indubbiamente il luogo europeo dove è più facile dar vita a novità artistiche. L’evoluzione berlinese poi appare scontata visto lo status di città da ricostruire che si porta dietro dal dopo Guerra.

Quindi credi che quello che oggi leggiamo sui libri di storia approposito delle grandi rivoluzioni della musica rock o dell’hip hop possa un giorno essere aggiornato alle odierne correnti musicali, come quella di alcuna musica elettronica?

Se consideri un compositore totale come Stockhausen che riuscì a unire musica classica e futurismo, potremmo pensare che l’IDM porterà lo stesso contributo alla storia dei generi che mi hai citato. La stessa techno, dai tempi della genesi kraftwerkiana ai nostri tempi, riuscirà in questa impresa. A noi ha sempre affascinato questa teoria, in quanto preferiamo l’intelligenza dei produttori che possa agevolare un parallelo con ciò che è stato e ciò che sarà. Riuscire a capire le persone che si hanno intorno, che cosa le appassiona e che cosa le fa battere il cuore, per provare a creare qualcosa che verrà ricordato entrando in sintonia con loro deve essere lo scopo principale della musica. Io ero un vero appassionato d’hip hop, ma quando ho realizzato che l’innovazione tramite esso non sarebbe stata la mia strada, mi sono abbandonato ad altri generi musicali, credendo profondamente di poter abbattere gli argini della musica elettronica, imparandoli a leggere ed interpretare ma provando a superarli. Fare musica è una missione, ma con questo non intendo che si debba lavorare necessariamente a prodotti seri per poter creare innovazione. Spesso anche musicisti che puntano alla leggerezza possono essere considerati stimolanti ed innovativi. L’hip hop mi ha insegnato anche questo: si può veicolare importanti messaggi sociali anche facendo sorridere.

Com’è stato il confronto con la realtà berlinese? C’è qualcosa che vi ha colpito particolarmente?

Il modo di ballare dei Berlinesi è il primo particolare che mi ha impressionato frequentando i club della capitale tedesca. Hanno la techno nel sangue, seguono un quadro preciso quando ballano. Noi sud Europei in questo siamo totalmente diversi, e puoi renderti benissimo conto di chi sono gli indigeni guardandoti intorno sulla pista.
Abbiamo subìto un vero e proprio innamoramento per la città per la sua atmosfera stimolante, per il suo essere il miglior luogo nella quale vivere per di, e per la musica, per chi la popola essendo così appassionato e pronto a mettersi in gioco.
Un’altra caratteristica peculiare della città è la facilità di conoscere persone seriamente interessate all’arte, e soprattutto ai processi produttivi. A differenza di una città come Firenze, secondo il mio parere  troppo stazionaria, a Berlino ci sono molti spazi  a disposizione per promuovere musica. Il numero dei Dj e dei musicisti è sicuramente altissimo, ma è davvero possibile trovare realtà di ogni tipo per potersi esibire ed esprimere. Per questo motivo l’etichetta si sta trasformando in una scuola di formazione, attraverso una collaborazione diretta con gli artisti, coltivando un rapporto personale e non solo basato sulla comunicazione via web.

Mi avevi accennato infatti di questo progetto a te molto caro, che unirebbe insegnamenti prettamente tecnici a prospettive più laterali della vita artistica ma non meno importanti. Ci puoi raccontare qualcosa di più?

Noi crediamo che un artista non sia solo qualcuno che si esprime cercando il successo personale all’interno dell’industria. L’aspetto più importante è la condivisione che permetta la creazione di musica di qualità, ed il modo più diretto ed efficace per farlo è coltivare questi artisti, mostrando loro con attenzione e preparazione tutto il percorsodi maturazione.
Vogliamo demolire l’idea di centro commerciale della musica sostituendola con quella di centro culturale musicale. Tendenzialmente è un rapporto semplice, molto simile alla coltivazione come tecnica e concetto: consideriamo il web alla stregua del fast-food, nel quale è facile avere notorietà ma anche perdere la qualità originaria. Noi promulghiamo il concetto, la tecnica e la padronanza degli strumenti.
La cosa essenziale prima di intraprendere qualsiasi percorso di insegnamento è entrare in contatto con la persona che si è proposta, trasmettere le basi iniziali dando i mezzi e le tecniche adeguate per aprire alla possibilità di realizzare quello che si ha in mente. La passione verso un genere o un produttore particolare poi renderanno capaci di poter arrivare a un risultato simile a quello che si aveva in mente. Questo è l’unico modo a nostro avviso per far progredire la musica verso una via intelligente.

Come sta andando il progetto? Siete riusciti a coinvolgere studenti, musicisti e addetti ai lavori?

A Berlino stiamo svolgendo corsi di musica elettronica con l’utilizzo di Ableton Live, software ideato nella capitale tedesca nel 2001. Con il tempo gli stessi inventori si sono resi conto del fatto che la maggior parte dei produttori elettronici lo utilizza per comporre, probabilmente per l’intuitività e immediatezza che lo caratterizza.
Il nostro miglior risultato è stato quello di ottenere il supporto mediatico da parte di Ableton per proporre il primo corso pratico in lingua italiana a Berlino. Questo conferma la richiesta sempre maggiore di scuole di musica per stranieri che vivono all’estero e soprattutto che gli italiani emigranti sono in costante aumento. Nel gennaio 2015 è finalmente partito il corso di produzione digitale con un gruppo di musicisti italiani; il progetto ha riscosso talmente tanto interesse che stiamo pensando di proporre una nuova edizione per il prossimo settembre. Se siete interessati mettetevi pure in contatti con noi (wobblerecords@gmail.com).
I luoghi di riferimento sono due: per l’Italia lo Studio Magnetic Bull Mastering a Pontedera, gestito da Lino Sestini; per la Germania entro settembre 2015 inaugureremo uno spazio dedicato alla produzione, alla post produzione, e didattica nella zona di Friedrichshain a Berlino.

Gabriele Bertucci

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