Francesca Flora & nobile “Pillars” (Lente Fantasma)

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Pillars, album uscito a giugno 2026 di Francesca Flora e nobile per l’etichetta bolognese Lente Fantasma (che ha pubblicato i lavori di Massimo Carozzi, Riccardo La Foresta, Mai Mai Mai e molti altri), è un lavoro che punta sull’uso della voce e un ambiente sonoro dark e minimalista.
Prendendo spunto dal lavoro del 1962 di J.G. Ballard, che raccontava di statue canore sparse nel deserto di sabbia, il duo di musicisti basato a Milano pubblica finalmente il loro primo lavoro su CD (dopo diversi live e progetti condivisi). Album composto attraverso la rielaborazione meccanica dell’espressione vocale di Flora, Pillars costruisce sospiri, urla, lamentii e parole assemblati chirurgicamente da nobile in narrazioni sonore dolorose.
È proprio un lamento quello che si apre con la prima traccia “Butter & Pigeons”, silenzioso e rarefatto che piano piano si va ad accostare a suoni concreti e oscuri. La voce di Francesca nelle tracce seguenti trasforma poi il lamento in spoken word a tratti sussurrati (richiamando i lavori di Felicia Atkinson) o marcando quello stile “very british” e quasi ipnotico e di Diana Rogerson, ex-partner in crime di Steven Stapleton.
Matteo Nobile, musicista e sound artist che esplora la dimensione emotiva del suono e del silenzio unendo nostalgia e introspezione, qui è l’architetto che trasforma la voce di Flora in trama sonora. Nella terza traccia “O” l’outro con la voce rallentata e quasi invertita ci porta in quei territori esoterici ed industriali che ruotano attorno alla scena underground anni ’80 che influenzo molti generi a venire, scena beatificata nel famoso libro “England’s Hidden Reverse” del giornalista e scrittore scozzese David Keenan.
Le otto tracce si muovono in maniera disinvolta in piccole deviazioni fra generi (drone, concrete, ambient), facendo spazio anche a momenti di soft electronica di “Zawinul/Lava in my ears” (dal titolo di Briano Eno della canzone omaggio al mitico Joe Zawinul, fondatore con Wayne Shorter dei Weather Report) e a momenti con tonalità quasi religiose (si pensi ai progetti Raison d’être o Desiderii Marginis della scena dark ambient e industrial scandinava) ben raccontati in “Hold U”.
Questa non è musica per conforto; è un’opera che abita il disagio, che esplora il turbamento come condizione esistenziale sino a diventare un’elegia che ti lascia sospeso. E restare sospesi dopo un ascolto è forse la sensazione migliore che la musica può regalarci.

Edoardo Grandi