Alessandro Cortini – Nati Infiniti live AV al Teatro San Giorgio (Ud)

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Il Teatro San Giorgio di Udine è uno spazio raccolto, quasi domestico nella sua scala. È una scelta che comunica le intenzioni dell’evento: portare Alessandro Cortini (tastierista e ingegnere del suono dei Nine Inch Nails), unico musicista italiano nella Rock and Roll Hall of Fame e da anni figura tra le più coerenti e personali nell’elettronica contemporanea, in un contesto fuori dai grandi circuiti, vicino al pubblico. L’iniziativa è di Sexto ‘Nplugged nell’ambito della rassegna Sexto Meets, realizzata in collaborazione con il CSS – Teatro Stabile di Innovazione del FVG e il CEC – Centro Espressioni Cinematografiche/Visionario, e rappresenta una delle tappe italiane di Nati Infiniti, lo spettacolo audio-video che ha debuttato al Sónar di Lisbona per poi passare all’Atonal di Berlino.
Vale la pena partire dalla considerazione di fondo che l’opera nasce come installazione. Un formato pensato per essere vissuto in modo non lineare, in un ambito che i partecipanti abitano liberamente, senza un inizio ed una fine definiti, senza la convenzione della sala buia e della performance frontale. Trasportarlo sul palco, con una durata fissa di circa 45 minuti ed una platea seduta, è un’operazione che comporta inevitabilmente delle tensioni. Non è una critica in sé, ma una premessa necessaria per comprendere cosa funziona e cosa invece rimane irrisolto nella versione live.
In questo formato, Cortini costruisce un flusso continuo, senza separazioni nette tra i materiali. Ci si abbandona all’ascolto più che seguire una struttura: i sintetizzatori, tra cui il suo Strega diventato una firma della sua estetica, stratificano texture che si depositano lentamente, si trasformano, svaniscono. I titoli delle tracce sembrano non aver importanza e probabilmente non è nemmeno questo il punto. Ci si concentra sullo stato che la musica induce, la qualità dell’attenzione che richiede. I video che accompagnano sono volutamente minimali: contrasti forti tra bianco e nero, luci ed ombre, nessuna narrazione esplicita. Una scelta visiva coerente che non compete con l’aspetto musicale ma lo affianca discretamente.
Il limite principale dell’esibizione è stato il volume, impostato troppo alto per le dimensioni della location. Non solo in prima fila, dove la pressione sonora era più immediata e fisica, ma in modo diffuso, diversi spettatori erano visibilmente “disturbati” per tutta la durata del concerto. In una creazione che vive di sfumature dinamiche, di transizioni quasi impercettibili, di dettagli timbrici che emergono dal silenzio, un mix così aggressivo appiattisce esattamente ciò che dovrebbe essere esaltato. Il problema si somma alla difficoltà strutturale di portare un’installazione sul palco: se il format già chiede un certo sforzo di adattamento agli astanti, le condizioni d’ascolto dovrebbero compensare, non complicare ulteriormente.
Detto questo, l’iniziativa resta preziosa. Portare un nome di questo calibro in un teatro di provincia, in una formula intima e curata, è esattamente il tipo di scommessa culturale che vale la pena sostenere. Un ringraziamento sentito ai ragazzi del Sexto ‘Nplugged, al CSS e al CEC.

Daniele Codarin