Ci sono lavori che esistono solo come oggetti sigillati. Non perché i loro autori abbiano rinunciato al palco, ma perché la loro natura stessa resiste all’idea di replica. Bardo Thos-Grol, registrato dai Sigillum S nel 1987 ed originariamente distribuito in 108 copie su cassetta, era uno di questi. Quarant’anni dopo, il sigillo è stato rotto — una volta sola, in una chiesa sconsacrata di Pordenone.
Il contesto non poteva essere più adeguato. L’Ex Convento di San Francesco, spazio liminale per eccellenza, né del tutto sacro né completamente secolarizzato, ha ospitato la prima esecuzione integrale nell’ambito del NOMADS International Noise Fest. Un luogo di passaggio per un’opera concepita come guida attraverso il passaggio, cioè il Bardo che rappresenta lo stato intermedio tra la morte e la rinascita e che il Libro Tibetano dei Morti descrive come territorio da attraversare con istruzioni precise. Qui le indicazioni sono sonore.
La serata si è svolta come un rito a stadi. Prima i frammenti individuali: tre performance separate di circa quindici minuti ciascuna, firmate da Eraldo Bernocchi, Paolo L. Bandera e Xabier Iriondo.
Tre vettori autonomi, che di lì a poco avrebbero convertito. Ciascuna ha funzionato come offerta preliminare, come preparazione percettiva e non un’apertura nel senso convenzionale del termine, ma già parte integrante della cerimonia. Lorenzo Esposito Fornasari, annunciato nella formazione, non era presente per una perdita familiare sopraggiunta il giorno prima. In una serata dedicata al transito tra i mondi, la sua assenza ha avuto un peso tutto suo.
Poi l’esibizione principale, con i video di Petulia Mattioli ad operare come campo di attenzione parallelo ed un mandala contemporaneo che ha segnato le soglie del pezzo senza narrativizzarle. L’intervento visivo ha tenuto fede all’idea originaria: non decoro, ma interferenza sacramentale.
L’opera del 1987 era stata costruita con strumenti etnici, oggetti rituali tibetani e nepalesi, ossa umane…materia corporea come punto di contatto estremo con la mortalità. La traduzione del 2026 non ha tentato di ricostruire quell’organico: il processing in tempo reale, il sampling e la proiezione hanno preso il posto della fisicità diretta senza sostituirla sentimentalmente. Il Bardo non era il tema della serata: era il metodo. La condizione intermedia tra sorgente ed altoparlante, tra gesto e trasformazione elettronica, tra presenza e immagine mediata ha replicato strutturalmente quella cosmologia di transizione.
Ciò che si è visto a Pordenone non era una ricostruzione storica né una celebrazione d’anniversario. Era qualcosa di più raro: l’attivazione di un sistema dormiente in un ambiente contingente, con esecutori che hanno trattato il materiale non come un documento da preservare ma come una macchina ancora capace di produrre effetti reali. Imprevedibile, irripetibile, coerente con sé stesso fino in fondo.
Daniele Codarin










