XXI Congresso Post Industriale

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Pordenone è ormai da alcuni anni il punto d’incontro di una comunità itinerante di appassionati disposti a percorrere anche migliaia di chilometri per assistere ai pochi eventi dedicati a questi generi. Il Congresso Post Industriale, festival di punta della storica etichetta autoctona Old Europa Café, ne è l’appuntamento più atteso. Intorno ad esso si è raccolta nel tempo una collettività internazionale che riconosce alla cittadina un ruolo tutt’altro che marginale nella geografia della musica post-industriale. Questa ventunesima edizione porta con sé un valore aggiunto: la scelta del Capitol non è solo logistica ma rimette in collegamento il presente della rassegna con la sua origine, visto che il primo ciak di questa kermesse si tenne nel 1998 al Planetarium con l’aiuto della stessa associazione che oggi gestisce il cinema.
La sala è dotata di un’acustica non progettata per il noise ma capace di amplificare quella sensazione di “concerto senza tempo”. Il pubblico è numeroso e ciò sorprende perchè accanto ai veterani della scena ci sono tantissimi giovani, provenienti da tutta Italia e da vari paesi europei. Segnale che vale la pena registrare. Certe musiche, che per decenni sembravano destinate ad una nicchia sempre più ridotta, trovano evidentemente nuova linfa in generazioni che non hanno vissuto la stagione fondativa. Forse è proprio la radicalità — quella vera, non quella estetizzata — a risultare attraente in un’epoca di superfici.
The Rita hanno partecipato nella formazione con The Gloria. Bad Sector aka Massimo Magrini porta in scena uno dei set più riusciti che si possano immaginare; circa un’ora di elettronica fredda, spaziale, costruita su stratificazioni che lavorano per sottrazione più che per accumulo. Quasi krautrock nel modo in cui certi pattern si sviluppano orizzontalmente, ipnotici, con una coerenza interna raramente riscontrabile in questo tipo di approccio. Immenso.
Merzbow a chiosare con un’altra ora abbondante; tutto assume una dimensione quasi rituale. Masami Akita è il progetto più rappresentativo del noise mondiale e del Japanoise. Il live si costruisce visivamente ancor prima che sonoramente: le immagini iniziali appaiono come quadri astratti, texture che si sovrappongono alle prime ondate di rumore con una logica pittorialista. Poi arrivano gli animali, sua ossessione coerente che trasforma il suo act in una dichiarazione etica oltre che estetica. C’è sempre un elemento corrosivo e insieme sincero in questo accostamento tra violenza sonora ed immaginario della natura.
Nota stonata è stata la gestione del bar con costi per esempio della birra non in linea con una rassegna che vive anche di comunità ed aggregazione. Le pause tra i set non sono tempi morti bensì parte integrante: ci si incontra, confronta, si scambiano informazioni e supporti con chi è arrivato magari dalla Germania o da Barcellona.

Daniele Codarin