Diritto d’Autore: La Parola agli Avvocati

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Il diritto d’Autore nell’era di internet è uno tra i più complessi argomenti affrontati nella “piazza virtuale”: complesso per le implicazioni giuridiche, economiche ed etiche, complesso perchè una soluzione alla questione che riguarda direttamente i musicisti, ovvero “come tutelare i diritti sulle loro produzioni”, non ha – ad oggi- trovato ancora un equilibrio.
Per cercare di capirne di più, abbiamo fatto due chiacchiere con Guido Scorza, avvocato e docente di diritto delle nuove tecnologie, giornalista per l‘Espresso, Wired.it ed Il Fatto Quotidiano.

In un post di qualche tempo fa sul mio blog di Frequencies, scrivevo che alla luce della rivoluzione digitale (e dei cambiamenti sociali degli ultimi anni) il concetto “tradizionale” di diritto d’Autore è in crisi e che gli autori (musicisti, producers ed altre figure professionali in ambito musicale) dovrebbero ragionare nell’ottica di un “superamento soft” di un concetto, a mio avviso, antidiluviano, Cosa ne pensi?
Non c’è dubbio che internet ed il digitale sono protagonisti di un’autentica rivoluzione dei modelli di creazione cultrurale e di distribuzione delle opere.
Oggi le opere dell’ingegno – che siano libri, musica o film – si producono in maniera straordinariamente diversa rispetto a ieri e si promuovono e distribuiscono attraverso canali e dinamiche, sino a ieri, impensabili.
A questa rivoluzione, la semplice evoluzione – sebbene importante – della disciplina sul diritto d’autore non ha, sin qui, saputo rispondere benché si sia dimostrata una disciplina straordinariamente elastica rispetto ai tempi. Ad una rivoluzione delle fattispecie, probabilmente, occorre rispondere con una rivoluzione delle norme. Guai, tuttavia, a nascondere che è un’operazione incredibilmente complessa.
I tratti essenziali del patrimonio genetico della disciplina sul diritto d’autore della quale avremmo bisogno, possono, tuttavia, essere riassunti così, per tag: internazionalità, disintermediazione, usabilità, libertà negoziale.
Nella società dell’informazione non c’è altra forma di proprietà che quella intellettuale e sarebbe, quindi, un errore profetizzare la fine del diritto d’autore ma una rivoluzione della disciplina è indispensabile se non si vuole essere spettatori di una tragedia culturale senza precedenti nella storia dell’uomo.
In ambito musicale, secondo molti, il digitale è stata la rovina del settore: sono spariti i negozi di dischi (insieme ai dischi..) l’accesso alla professione del dj è ora alla portata di tutti, i miseri guadagni drivati dai negozi online, vengono annullati dai torrent e dalle migliaia di siti a pagamento (o meno..) dove reperire le ultime release, in contemporanea con la loro uscita.
Molti lamentano l’assenza di autorità da parte delle istituzioni, chiedendo il pugno duro contro il download illegale ma in effetti, aldilà delle opinioni personali, colpire gli utenti, solleva pesanti questioni giuridiche. Oltre ovviamente a limiti oggettivi quali server piazzati in stati dove il diritto d’Autore non riceve alcuna tutela o l’utilizzo di torrent.

Come si esce dall’impasse? Esiste una possibilità di bilanciare il Diritto d’Autore, facendo salvi i diritti fondamentali?
Non c’è dubbio che se ne uscirà. Il diritto d’autore è da sempre una disciplina di bilanciamento di contrapposti interessi: l’autore che deve essere remunerato per essere “motivato” a creare nuove opere e la collettività che vuole accedere al patrimonio culturale, auspicabilmente pagamento il meno possibile.
Occorre “solo” trovare una nuova posizione di equilibrio. E’ inutile, però, illudersi che sia possibile a “costo zero“.
Molti intermediari culturali vedranno necessariamente assottigliarsi i loro margini di guadagno e gli utenti dovranno rassegnarsi a dover pagare – auspicabilmente il giusto – per ogni forma di utilizzo dell’alutrui opera senza più nessun margine di tacita tolleranza perché il linguaggio binario del digitale non ammette toni grigi ed ambiguità.
Sempre a proposito di Dj, parliamo di “licenza digitale“, ovvero quel documento (da molti considerata niente più che una gabella, priva tra l’altro di valore legale, se non tra le parti che l’hanno ideata) richiesto a coloro che volessero suonare musica in digitale, “copiata” ad esempio da un CD o da un vinile, su una chiavetta USB. La SIAE ha pensato questa licenza per “aggiustare” la kafkiana situazione di frizione verificatasi all’indomani del boom della “smaterializzazione“: la legge non prevedeva, infatti, la possibilità di utilizzare legalmente “copie lavoro“. Tale “licenza” è in realtà semplicemente un accordo tra la SIAE e quattro associazioni di categoria. Cosa ne pensi a proposito della questione?

C’è troppa burocrazia nel sistema degli accordi per l’utilizzo dei diritti d’autore specie in ambito musicale-professionale.
Serve semplificare e informatizzare ove possibile eliminando alcune vistose incongruenze o, addirittuta duplicazioni che generano costi enormi di gestione dei diritti e, soprattutto, spingono gli utilizzatori – professionali e non – sempre di più verso il “nero” e l’illegalità semplicemente perchè è più facile.
Credo che gli intermediari dei diritti, SIAE in testa, dovrebbero guardare di più a come funziona il commercio elettronico e provare a imitare i gestori delle grandi piattaforme.
Ci guadagneremmo tutti e ci guadagnerebbe soprattutto la musica.
In Italia, l’eccessiva burocratizzazione di un settore “creativo” come quello musicale, ed in particolare come quello del djing, ha per anni rappresentato un pesante freno allo sviluppo di un’industria con largo seguito in altri paesi d’Europa (soprattutto in Inghilterra, Germania, Olanda, Belgio e Spagna, tra tutte).
La legge italiana non contempla la figura del dj e le autorità hanno delegato (quasi interamente) la disciplina del settore alla Società degli Autori che si è dimostrata, fino ad oggi, ben poco attenta ai mutamenti sociali.
Tu sei sempre molto critico nei confronti della SIAE. Qual’è, secondo te, il ruolo che una Società degli Autori dovrebbe assumere nell’era digitale?

Sono critico nei confronti di tutti i monopoli che generano inefficienze e, naturalmente, lo sono nei confronti della SIAE che agisce in un regime di anacronistico monopolio. Il compito di una collecting society, nella società dell’informazione, è gestire i diritti degli autori solo ed esclusivamente quando questi glielo chiedono e lasciarli liberi di fare da soli quando preferiscono o di farlo fare a chi è in grado di farlo meglio in taluni ambiti.
La “colpa” più grande della SIAE, oggi, monopolio a parte è di non riuscire a ripartire quello che incassa su base analitica.
Il punto di arrivo – possibile allo stato della tecnologia – è che una collecting attribuisca ad ogni titolare dei diritti esattamente quello che gli compete in relazione all’utilizzo delle proprie opere.

Massimiliano Sfregola

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