Quanta nostalgia degli anni ‘90

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Siamo la generazione più giovane a soffrire di nostalgia. Intrappolati tra due periodi incredibili l’emozione è doppia ed illusoria come dimostrano i trendissimi gruppi hypnagogic pop.
Sentiamo la mancanza di un mondo, gli anni ’80, che non è mai stato veramente nostro, vissuto solo di riflesso attraverso i film di Italia Uno nelle mattinate estive eppure ci è tremendamente familiare. Desideriamo poi risvegliarci negli anni ’90.
Non al Pop, non al Rock nè alla musica italiana, noi figli dei primi 80’s ci siamo riconosciuti in uno stile cui abbiamo consacrato l’adolescenza: la dance elettronica, che viaggiava a velocità tripla rispetto al resto e non solo come bpm ma anche come evoluzione, poichè primogenita della tecnologia (a me il primo videoregistratore (che oggi manco producono più) lo venne ad installare un tecnico!!!).
Un decennio turbocompresso in una hit da tre minuti.
E’ il 1994 quando a Riccione si riuniscono 11.000 persone circa per quello che inizialmente era stato spacciato per un concerto, ma che in realtà era la celebrazione di un qualcosa di diverso, uno show radiofonico particolare perchè basato sull’incosciente, ma allo stesso tempo geniale, intuizione di portare nelle case di tutti i ragazzini italiani un mondo alieno alla cultura popolare dell’epoca: il clubbing.
Quello era il DeeJay Time di Albertino, e segnava l’inizio del periodo d’oro di un genere dalle mille denominazioni (commerciale, (ch)ea(/e)sy house, techno pop, eurodance) che avrebbe dominato le classifiche di fine millennio e coltivato gran parte degli odierni addetti ai lavori.

Certo aveva ragione Lory D ad accusare Alba di fare musica da karaoke pe’ i ragazzini, perchè il successo di quei brani era soprattutto dovuto all’immediata riconoscibilità, addirittura, a differenza delle tracce house e techno, queste non perdevano tempo arrivando subito al riff saltando a piè pari intro ed outro, rendendo di fatto quasi impossibile il mixaggio in beat matching senza l’uso di campionatori.
Scherzosamente l’avevano battezzata come musica delle giostre ed in effetti aveva più a che fare con un parco divertimenti che non con le futuristiche visioni del trio di Belville; la vera techno era di competenza dei fratelli maggiori che già frequentavano club e afterhour (di cui ci portavano le cassettine) ma per i più piccoli l’iniziazione partiva proprio dalle frequenze fm.
La radio era quindi un punto di riferimento imprescindibile!
L’eurodance dei ’90 è stata l’ultima aquila a volteggiare libera nell’etere, oggi riserva di caccia delle sole majors discografiche che all’epoca non sapevano come inquadrarla e soprattutto come spremerla.
Grazie al DeeJay Time potevano finalmente arrivare inni techno come Pullover di Speedy J, Stella di Jam & Spoon, James Brown is dead di L.A. Style e nicchie quali happy hardcore, hip house e l’indimenticabile Mediterranean Progressive potevano reclamare il meritato spazio.

Non essendoci schemi fissi al di fuori della canonica cassa in 4 per scalare le classifiche ci si affidava ad un’improbabile originalità Pop (l’allegra Gam Gam col coro dei bimbi altro non era che un tristissimo canto dei bambini ebrei deportati) anche se, va detto, ogni stagione si avvertiva sempre più una deriva verso la banalità, e sebbene all’inizio questa fosse quasi impercettibile col passare del tempo il lato calcinculo ha preso il sopravvento fino a portare la scena all’autodistruzione.
Nel 1990 fu il brutalismo belga della R&S a lanciare il primo sasso della techno rivoluzione radiofonica, quindi si è passati ad una dimensione più soft e giocosa, come ad esempio i suddetti Scooter per l’hardcore o il nostrano Dj Dado per l’house.

Già i “nostri” Dj e produttori…dominavano le charts e le piste di mezz’Europa e noi altri li si seguiva fedelmente a casa, tornati da scuola, passando il primo pomeriggio incollati a quella scatoletta nera sopra la credenza vicino alla Tv, specie al sabato per la DeeJay Parade, perchè se volevi avere delle informazioni su una canzone che ti piaceva non avevi altro modo visto che internet ancora non c’era.
Ecco sono questi i rituali verso cui indirizziamo il nostro affetto e il riascoltare oggi quei pezzi ci fa scendere la lacrimuccia non tanto per il solito spocchioso motto del “ai miei tempi era musica mica questo rumore di oggi!!!” ma in quanto rimando ad un modo diverso di viverla: la collezione di flyers con la spasmodica ricerca di quelli dell’Insomnia, Duplè ed Imperiale, le ore passate nei negozi di dischi a conoscere altri ragazzi come noi, leggere Discoid durante la lezione, i pomeriggi trascorsi insieme a sentire la Musica e a sognare mixer e giradischi.
Tutto il progresso del mondo non mi darà mai le stesse emozioni.
Fa quasi tenerezza vedere oggi Albertino cercare disperatamente di riguadagnare lo status di Dj da club (e sentirlo parlare seriamente di house music) dopo che ha passato gli anni zero provando a fare il comico, come volesse non solo riappropriarsi di credibilità ma anche di quelle sensazioni che pensava di aver perso per sempre (sentire il godimento della folla che risponde ai tuoi dischi), significa che i ’90 hanno lasciato cicatrici profonde su chiunque li abbia vissuti anche nelle sue vesti più leggere.

Federico Spadavecchia

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