Lina Filipovich, nata a Minsk e ora residente a Parigi, dal 2021 si muove fra musica elettronica, installazioni, performance e found footage film, con produzioni uscite su label quali Time Released Sound, Umor Rex, Blank Mind e Central Processing Unit.
Fresco di uscita il suo Flowers of Evil II è un album uscito su HUNDEBISS, etichetta italiana che ha pubblicato artisti come Olyvetty (Claudio Rocchetti), Aaron Dilloway, Primitive Art. Il titolo scelto non è casuale dato che fa venire alla mente una sorta di seconda puntata dei progetti omonimi di Ruth White e Suzanne Ciani (vedi “Flowers of Evil” del 1969, pubblicato poi su vinile nel 2019 da Finders Keepers) che vengono però reinterpretati attraverso una lente contemporanea. Più che di un tributo, quindi, bisogna parlare di un’operazione di reactivation: Filipovich prende quegli insegnamenti storici e li filtra attraverso una nuova sensibilità sonora, costruendo ponti tra le esplorazioni elettroniche del passato e una mitologia personale contemporanea.
L’album si snoda seguendo il flusso ipnotico di un rituale, aprendo con la traccia ambient “Broken Ball” per proseguire poi con sonorità deep e profonde e bassi a 4/4 sfumati nei pezzi “Obsession” e “The death of the lovers” che ci portano alla mente i lavori di Basic Channel e GAS. Tracce invece come “Sadness Of The Moon” evidenziano invece quel territorio di ispirazione proveniente da Ciani.
Filipovich si muove tra techno frammentaria, texture ambient oscure e psichedelia influenzata dal dub, creando un’esperienza di ascolto che trasporta l’ascoltatore attraverso fasi successive dello stesso continuum sonoro, che si unisce poi ad un simbolismo religioso. Attingendo dal pensiero anarchico e romantico della fine del XIX secolo, l’artista riconcettualizza Lucifero non come figura malvagia, ma come un emblema di emancipazione, di rivolta e autonomia contro il potere patriarcale: la musica diviene quindi il veicolo di questa reinterpretazione femminista e post-religiosa.
L’artwork di Moyra Shaw intensifica ulteriormente questa atmosfera, con una cover psichedelica per un disco che funziona sia per un ascolto contemplativo che per una soundtrack post serata grazie alle parti ritmate.
Per l’occasione del nuovo album abbiamo scambiato qualche domanda con Lina.
La dimensione spirituale di Flowers of Evil II sembra emergere non attraverso il simbolismo o la narrazione, ma tramite la durata, la ripetizione e l’attenzione sostenuta. Intendi la spiritualità qui come una pratica d’ascolto — una disciplina della percezione — piuttosto che come un insieme di significati, e quanto consapevolmente questo ha modellato l’album?
Sviluppo l’idea del rituale sonico all’interno della mia pratica, concentrandomi sugli stati ipnotici e meditativi che possono emergere attraverso la musica, in particolare attraverso la ripetizione, la durata e le variazioni. Questo approccio difende un’esperienza di ascolto consapevole, quella che consente una consapevolezza aumentata del suono e può essere percepita sia come esercizio spirituale che intellettuale. Estendo questa ricerca alle mie performance dal vivo, che spesso hanno luogo sul pavimento, su miei lavori tessili dispiegati come tappeti rituali, formando una sorta di “altare laico”. Questo setup crea relazioni orizzontali con il pubblico e propone una sessione di ascolto collettivo piuttosto che un formato di concerto convenzionale. Al momento, sto anche sviluppando installazioni sonore partecipative che spingono questo approccio oltre invitando il pubblico a interagire direttamente con il dispositivo: attivando attriti, risonanze e trame rumorose, e diventando così co-autori dell’installazione. L’ascolto collettivo diventa un rituale aperto, accessibile a tutti. Sono particolarmente ispirato dal lavoro di Pauline Oliveros e dalle sue Sonic Meditations, in cui la partecipazione stessa diventa un rituale condiviso, permettendoci di ripensare le usuali gerarchie tra performer e pubblico.
Nel disco, la ripetizione funziona meno come propulsione e più come erosione — i modelli sembrano consumarsi nel tempo. Si tratta di una strategia compositiva volta a resistere alla funzionalità della musica elettronica, o di un modo per reintrodurre l’ambiguità nelle forme derivate dalla techno?
Penso che la ripetizione sia sempre stata centrale nella musica elettronica e nella techno in particolare, quindi non la vedo come qualcosa di radicalmente nuovo in sé. Quello che mi interessa di più è come la ripetizione possa essere spostata dalla sua funzione usuale. Ho iniziato a riflettere su cosa potrebbe diventare la musica elettronica da danza al di fuori del contesto tradizionale del club con il mio album Music for an Imaginary Dance Floor (2024). Volevo creare una versione privata e intima della musica da club, introducendo un senso di spaesamento. Avevo in mente l’immagine di Audrey Horne in Twin Peaks, che danza da sola in un bar vuoto su una colonna sonora di Angelo Badalamenti. Questa scena mi ha ispirato a immaginare una forma strana e onirica di danza mentale, dove la ripetizione non serve più alla propulsione ma diventa introspettiva e ambigua. Non mi considero parte della cultura da dancefloor, anche se questa musica a volte viene suonata nei club convenzionali. In quel caso, diventa un’altra forma di spaesamento dove la funzione della musica cambia di nuovo e trovo affascinante quella trasformazione.
Flowers of Evil II sembra più vicino a un ambiente che a una sequenza di brani, invitando l’immersione piuttosto che il consumo. Pensi all’album come a un’opera chiusa, oppure come a una struttura porosa che potrebbe estendersi in installazione, performance o altri contesti di ascolto?
Questo disco è stato immaginato come un album, quindi può stare da solo come esperienza di ascolto. Tuttavia, è esteso attraverso performance dal vivo, che verranno presentate a Milano il 20 marzo, nonché a Parigi durante la mostra al Centre Wallonie-Bruxelles ad aprile. In quest’ultimo caso, la performance attiverà la mia installazione visiva.
Edoardo Grandi










