Contro le classifiche di fine anno

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Mettiamo di avere a disposizione una macchina del tempo che ci scaraventi nel 1991.
E’ una macchina del tempo sui generis che non solo ci trasporta in un’altra epoca, ma ci fa ignorare tutto quanto è accaduto dopo: quindi niente internet, telefono fisso e basta (“buonasera signora, potrei parlare con sua figlia”?), un buon numero di cartine stradali in macchina, le riviste musicali si comprano in certe edicole (accatastate fra “Playmen” e “Passione Pesca”), i negozi di dischi mettono in bella mostra i titoli recensiti su tali riviste (e come dar loro torto, la clientela combaciava). Se no, i più grandi successi di Claudio Baglioni all’Autogrill. All’epoca, stilare le classifiche di fine anno era facile, con i paraocchi delle scelte limitate e delle disponibilità del portafoglio, oppure una volta all’anno si andava a Londra sperando di trovare qualcosa di diverso (“Cosa hai visto a Londra?” “Rough Trade”). E le riviste erano “più o meno” attendibili (un disco come “Spiderland” degli Slint, unanimemente considerato, oggi, una pietra miliare di quell’anno, passò inosservato, nessuna classifica di fine anno lo citò. Il post-rock manco si sapeva cosa fosse, se ne cominciò a parlare a Slint già sciolti, sarà stato il 1995).
Ma resettiamo la nostra ideale macchina del tempo e torniamo nel 2021. In 30 anni si è verificata la situazione opposta, con la smaterializzazione del supporto (la musica “in sé e per sè” non si vende più, i collezionisti sono diventati dei filatelici accumulatori di copertine in palissandro intarsiato, book fotografici allegati, vinili variegati all’amarena e attenzione, sinceratevi che l’etichetta del lato B sia color tortora, vale di più), la moltiplicazione più che esponenziale di uscite trascurabili, la possibilità di ascoltare – gratis – album prima ancora della data di pubblicazione ufficiale (ok, illegalmente. Ma è un’illegalità così diffusa da non essere contrastabile), mentre le sottoculture giovanili legate alla musica (punk, dark, metallari ecc.) sono quasi del tutto scomparse, segno di una tangibile perdita di interesse nel tema, sostituito a mio parere dai videogiochi e – forse – dal sesso più facile che in passato.
C’entra la natura stessa delle piattaforme più in voga, da Spotify che, da radio 2.0, monopolizza la distribuzione della musica, ma solo quella che “funziona” dal punto di vista commerciale, raccontando la favoletta di poter “scegliere” cosa ascolti (in realtà involgarisce la musica a sottofondo di ripiego fra una notifica push e l’altra), a Bandcamp che i dischi li vende, ma in pratica spinge gli artisti a pubblicare materiale trascurabile gonfiando le proprie discografie di cazzate sperando di avere “più roba da vendere”. Roba che nel 1991 mai avrebbe visto la luce. Personalmente sono contrario anche a quelle ristampe con 3 cd extra di bonus tracks e alternate takes inedite: quasi sempre inutili. Se sono inedite dopo 50 anni un motivo ci sarà. Se vengono pubblicate solo quando l’autore è morto un motivo ci sarà. La contemporaneità ha spento l’intransigenza stilistica, sacrificata sull’altare del capitalismo (un capitalismo da morti di fame, ma il meccanismo è quello). In caso contrario, bisogna rassegnarsi a quanto si sono sempre sentiti ribattere i musicisti alla domanda “di cosa ti occupi?”: “ah, è il tuo hobby”. Questi ultimi intanto sembrano concentrarsi sulla resa dei propri spettacoli live, vera (ormai unica?) fonte di introiti, relegando il disco a mero souvenir per fan.
Torniamo per un momento agli Slint e al loro disco ignorato del 1991, che comunque fu pubblicato da un’etichetta all’epoca tra le principali nell’ambito del rock underground, la Touch & Go, e sfuggì all’attenzione degli addetti ai lavori. Ora immaginiamo che l’album più significativo e innovativo degli ultimi 30 anni sia stato pubblicato nel 2021. In una cittadina di provincia dell’Ecuador. Uscito su Bandcamp, confuso tra le (presumo) migliaia di titoli pubblicati sulla piattaforma ogni giorno, il disco non fa abbastanza ascolti perchè l’algoritmo lo consideri per un featuring in home page. E poi, non si sa come classificarlo. Il pubblico, se non c’è un referente fidato (leggi “giornalista musicale”. “Ah, è il tuo hobby”) che glielo consiglia, ovviamente lo ignora o non ne coglie il valore… viene scoperto per caso nel 2037 da un appassionato che scrive su The Wire perchè ha cliccato per sbaglio. Suppongo quindi che si farà strada la professione (o meglio, l’hobby) dell’”archeologo digitale”, che “scava” negli archivi online alla ricerca di… chissà cosa. Perchè l’esistenza dell’immaginario disco ecuadoriano è un’ipotesi, un unicorno.
Le testate musicali attendibili già da qualche anno infarciscono le proprie classifiche di ristampe e live (che non dicono nulla dello stato dell’arte: forse si sono accorti che il livello medio delle produzioni si è abbassato drasticamente?). Mentre quando trovano un ritaglio di tempo tra gli impegni come virologi, economisti e vulcanologi, tutti i dilettanti si sentono in dovere di produrre classifiche, dalla numero dieci alla numero uno, delle quali consiglio la lettura a stomaco vuoto (se anche collezionisti, non perdono l’occasione della pisciata territoriale turboegocentrica, mostrando al mondo l’assortimento di preziosissimi Oggetti in loro possesso. Ma anche sticazzi, lasciatevelo dire).
Tutto questo ingolfa le possibilità di ascolto, considerando che per ascoltare ci vuole tempo, ed è troppo prezioso per perderlo inseguendo musica mediocre, già sentita, che ha bisogno di giustificazioni. Da autoproclamato archeologo digitale, qualche consiglio per gli ascolti non legato a date, countdown o sistemi numerici decimali. Sono i dischi, i più belli, che ho ascoltato quest’anno. E buon anno a tutti voi, ma soprattutto ai vostri cani e gatti che hanno un udito molto più fine del vostro.

Terry Riley & Don Cherry – Studio Session, Copenhagen 1970 (Elastic Rock, 2007)
Genocide Organ – In-Konflikt (Tesco Organisation, 2004)
Asmus Tietchens – Musik im Schatten (Aeon, 1982)
Aucuba Replica – Atsume あつめ (संस्कार Rites, 2020)
The Spanish Donkey – XYX (Northern Spy, 2011)
Art Fleury – The Last Album (No Sense, 1981)
Cupol – Like This for Ages (4AD, 1980)
Songs of Green Pheasant – s/t (Fat Cat, 2005)
Nurse with Wound – Insect and Individual Silenced (United Dairies, 1981)
AA.VV. – …Compiled (Chain Reaction, 1998)
AA.VV. – Hot Rockin’ Instrumental Vol. 2 (Collector, 1995)
M.B. – Regel (Final Muzik, ristampa 2007)
Pontiac Streator & Ulla – Chat (West Mineral, 2018)
Tomaga / Neil Tolliday – Schleißen 5 (Emotional Response, 2017)
Iancu Dumitrescu – Pierres Sacrées; Hazard and Tectonics (Ideologic Organ, 2013)
Suuri Shamaani – Mysteerien Maailma (Spinefarm, 1999)
Tolouse Low Trax – Mask Talk (Karaoke Kalk, 2010)
Yør – Lack of Beeing EP (Crème Organization, 2014)
Micachu – Jewellery (Accidental, 2009)
Janota, Havlovi & Konopásek – Mezi vlnami (Bonton, 1990)
Mnemonists – Horde (Dys, 1981)

Andrea Cazzani

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