Gli Archivi Immateriali di Elisa Batti

Artista poliedrica di stanza in Olanda da dieci anni Elisa Batti si racconta sulle nostre pagine

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Abbiamo incontrato (virtualmente perchè #iorestoacasa) Elisa Batti, sound designer, tech developer, produttrice e artista multimediale, originaria del nord est isontino e trapiantata nei Paesi Bassi da oltre un decennio. Un racconto del suo percorso e del suo lavoro, con  uno sguardo dall’interno sulla scena artistica e musicale olandese. Tra i progetti più recenti, la label fondata insieme a CYB, Immaterial.Archivescon all’attivo quattro uscite da fine 2018 e altre in programma a breve.

Dunque, un po’ di racconto del tuo cammino artistico. Hai iniziato (e continuato) con progetti anche differenti tra loro. I lavori per danza contemporanea, l’esperienza di una band (Violet Fall), fino alle ultime cose su cui sei attiva. Come racconteresti il tuo percorso, e verso dove andrà?

Ho sempre avuto un profilo abbastanza ibrido e per questo non mi piacciono le categorizzazioni. Mi ritengo una persona molto curiosa, voglio sempre imparare ciò che non conosco, e se mi appassiono ad una cosa, ci vado fino in fondo. Ed é cosí che mi sono ritrovata  a fare cose anche apparentemente molto diverse tra loro nella mia vita, dalla lecturer in Termodinamica in Universitá in Suriname, alla booking agent, dall’arbitro di calcio all’insegnante di box. Il mio background più solido però, potrei dire, appartiene all’ambito scientifico, sono un ingegnere e mi trasferii in Olanda per fare un dottorato ed in seguito la ricercatrice all’Universitá.
Se guarda tutti i lavori e progetti in cui sono stata coinvolta, vi é comunque un sottile filo che unisce il tutto, la combinazione tra creatività e pensiero scientifico, metodologia che applico a tutto ciò di nuovo in cui mi cimento. Mi sono avvicinata alla musica elettronica in maniera più seria quando mi sono trasferita in Olanda, nel 2007. Mi sono iscritta al Conservatorio di musica elettronica e ho iniziato a lavorare per coreografi nella scena della danza contemporanea. Da li non mi sono più fermata. Ho collaborato con tanti visual artist, coreografi, scenografi, come sound designer e tech developer. Ad un certo punto ho capito che era giunto il momento di fare qualcosa di mio ed ho fondato una band (Violet Fall) sotto una label giapponese (Progressive Form), mentre comunque continuavo a collaborare come sound designer per altri artisti. Quando ho chiuso la parentesi Violet Fall, il mio nuovo progetto musicale é diventato l’etichetta con CYB.
Dove andrò a lungo termine, who knows! Spero sinceramente di continuare così, ad essere mossa ogni giorno dalla curiosità e dalla voglia di imparare ed essere stimolata.

Sei andata via dall’Italia da un bel po’. Quanto hanno interagito i luoghi in cui ti sei trasferita nel tuo fare musica?

Sono quasi 13 anni che vivo in Olanda. Sono veramente contenta di essere finita in un posto come questo per quanto riguarda la mia crescita musicale. Qui la possibilità di entrare in contatto con scene attive e ferventi é costante. Non passa una settimana in cui non mi sento di avere scoperto qualcosa o qualcuno di nuovo: da un concerto che mi ha ispirata, al collega di studio di un mio amico, da una installazione, ad una serata a suonare ad un evento queer fetish…mi sento costantemente nutrita da stimoli e cose che mi ispirano e mi motivano. Non so come sarebbe vivere in Italia, quindi non potrei fare comparazioni, ma qui posso dire che posso ritenermi fortunata perché negli anni sono riuscita a costruirmi un network di colleghi, amici, persone che mi aiutano e con cui collaboro. L’ambiente é sicuramente molto stimolante. Ma comunque non é oro tutto ciò che luccica. La vita ad Amsterdam, specie come artista e free lancer é molto impegnativa. La città é molto competitiva, ci sono un sacco di circoli e realtà e come ovunque nel mondo, é molto difficile accedere. La città sta diventando sempre più per ricchi ed il fenomeno della gentrificazione é pane quotidiano qui. Per cui, credo che la realtà perfetta in cui vivere non esista, esiste più che altro il giusto compromesso che facciamo con noi stessi scegliendo la città in base a ciò che é il nostro interesse primario. Se volevo godermi la vita e stare in relax, non sceglievo di certo di trasferirmi in Olanda.Credo che se fossi rimasta in Italia, sarei ancora a bere spritz la sera, invece di passare le mie giornate chiusa dentro il mio studio o nei teatri o nei Festival.

Aprire una label, perchè hai voluto aggiungere questo ulteriore e diverso progetto?

Aprire una label penso che sia stata una delle scelte più belle degli ultimi due anni. Immaterial.Archives é nata nel Novembre 2018. L’ho creata assieme al mio collega CYB. Avevamo iniziato a suonare assieme e a produrre tracce. Facemmo un’uscita su Detroit Underground, un’etichetta statunitense e dopo capimmo che avremmo dovuto fare la nostra etichetta. Finora abbiamo fatto quattro uscite (3 in vinile e una digitale) e abbiamo avuto la possibilità di rilasciare tracce e remix di altri producer della scena techno che stimiamo e rispettiamo (Wrong Assessment, Alfredo Mazzini, VSK, Kaiser, Keikari, Michal Jablonski, Wht Moth, Worg, OPL, Alpi). A fine aprile uscirà un vinile a cui ci tengo molto perché ci sono solo producer donne (Insolate, Yuka, Denise Rabe). Da lí in poi abbiamo già pianificato altre uscite fino a fine 2020.
Io e CYB abbiamo voluto fondare una label di sicuro non per il rientro economico, visto che oggi giorno nella scena della discografia techno, se l’EP riesce a fare break-even puoi ritenerti fortunato. Immaterial.Archives per noi é stata la possibilità di esprimere il nostro gusto musicale in libertà, avendo il pieno controllo sulle decisioni e sulla gestione, ma anche dandoci la possibilità di coinvolgere altri artisti della scena techno underground. Creare una nostra etichetta mi ha fatto tra l’altro entrare in un nuovo mondo e mi sento molto più attiva e partecipe, capendo in maniera più profonda come funziona tutto il processo dalla creazione di una traccia alla sua distribuzione.

Curiosità: sei stata diverse  volte ospite di Red Light Radio. Sembra una esperienza  di emittente interessante e un’idea particolare. Come la racconteresti? E ci sono altre luoghi/progetti della scena olandese che ti hanno colpita? Come ti pare in generale la situazione lì per una musicista/sound designer e in generale per la cultura?

La prima volta che ho suonato al RLR fu circa tre/quattro anni fa, e da allora, ogni volta che ho qualcosa di importante da promuovere: l’uscita di un nuovo EP, un nuovo live set, passo per la radio. Adoro RLR, i ragazzi che ci lavorano ed il concetto che portano avanti: é una radio che é aperta tutto l’anno tranne quindici giorni sotto le feste natalizie. Streaming sette giorni alla settimana e da li ci passano tutti: dai giovani alle prime armi ai più grossi DJ in circolazione. I generi sono i più diversi, si va da musica metal a ambient, techno, elettronica sperimentale, disco, reggae, hip hop… appunto per dare spazio a tutte le realtà. RLR é tra l’altro molto attiva nell’organizzazione dei festival estivi qui in Olanda. E una realtà vitale, costantemente aperta a novità. Ma RLR non e l’unica realtà che mi piace di questa scena olandese. Come questa radio, vi sono altre realtà che rafforzano il paesaggio. La lista di luoghi, progetti, eventi, realtà che stimo e supporto, potrebbe essere lunghissima, perché ci sono molte persone attive in questa città e in tutta l’Olanda. Uno dei luoghi che preferisco comunque é il mio studio: Optofonica. Al momento lo condividiamo in tre, ma a breve ci dovremo trasferire e crescere,  poiché diventeremo cinque. Lo studio é diviso in due parti, quella audio e quella media. Quindi posso passare tutta la mattina a produrre musica e poi spostarmi nell’altra stanza e per esempio stampare  con la stampante 3D le custodie per i microfoni che sto costruendo per una nuova installazione.

Cannibal Se-lecter

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