Suicide: la discesa nel marlstrom della decadenza newyorkese

Il primo album dei Suicide

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I Suicide sono un proiettile sparato dal buio di un tunnel, quello ove si ode il dolore dal fondo della giungla di New York, tra carcasse di auto incendiate e grida di disperazione, tra siringhe piantate nel braccio di tossici accasciati sui marciapiedi, odori di piscio e di marcio e homeless ai bordi delle strade, tra bidoni di catrame con fiamme al vento, violenza di giubbotti neri, muri scrostati e coltelli che brillano nelle tenebre. Sono esistenze al limite della fine, immondizia e rifiuti umani sotto i cavalcavia, cocci di bottiglie ovunque, oscuri baccanali nella notte, predicatori folli che urlano, spirali di anime perse, fantasmi raminghi, dead men walking, cadaveri ai bordi degli incroci e pattume ai lati di alberghi a ore.
Una discesa nel Maelstrom degli inferi metropolitani. Perché i Suicide sono New York ma non quella tirata in amido post cura Giuliani, ma la Grande Mela decadente degli anni 70 e 80, il caos urbano dove la sopravvivenza è un dogma.

Analizziamo l’album brano per brano:

Ghost Rider. Staffilate di sinth ci introducono nella spirale dell’ inferno newyorkese. Guerrieri della Notte viaggiano nelle viscere cittadine in una bolgia mefistofelica di asfalto e cemento; battito al cardiopalma e schegge roventi di alienazione disumana. La voce spettrale di Alan Vega è la litania angosciosa di un oratore in mezzo ai detriti di un’umanità post industriale.

Rocket U.S.A. pulsazioni ritmiche in un incedere minimalista con tinteggiature di synth che fanno capolino a delimitare un suono che evoca un bastimento di angoscia, come in un incubo notturno. E’ il lamento declamatorio di una città decomposta che piomba in un turbine di dolore e smarrimento esistenzialista, come in un’orgia di anime perdute nel bordello della megalopoli che preannuncia la nemesi dell’uomo ad opera della tecnologia e la sua successiva catarsi.

Cheree. Il madrigale dell’alienazione urbana che, quasi immerso in un’ aura di sacralità pagana, si dipana in un’apparente dolce ballata. E’ tuttavia solo calma apparente, perché il film dei nostri aliti vitali è sempre qui a ricordarci che siamo soltanto polvere e sangue. Bello il cantato di Alan Vega, suadente pur nel suo stato di tormento.

Johnny. Chuck Berry prende la macchina del tempo per calarsi in un futuro cibernetico ma solo per entrate in una dimensione punk no future dove la tradizione classica americana piomba in un punto di non ritorno. GIRL. Voce che tende verso un orgasmo spasmodico. Il tentativo di cercare un barlume di luce e di speranza nel terrore di una realtà dove le vite sono ormai allo stadio di metastasi e si aggrappano ai muri come incrostazioni che grondano sudore e pustole di decadenza.

Frankie Teardrop. Il pezzo forte dell’opera è la lunga e disperata lacrima di Frankie che urla in mezzo a pulsazioni minimaliste di synth. Martin Rev ed Alan Vega dispiegano tutta la loro genialità: il primo con un vortice di sintetizzatori accompagna l’incedere di questo disperato che in preda ad un raptus stermina la famiglia perché non riesce a tirar a campare, mentre il secondo con la voce biascicata ci guida nell’universo di disperazione dell’ ex lavoratore tra urla agghiaccianti e stati di agitazione. Vi riescono talmente bene da farci vivere in prima persona il dramma, che viene distillato goccia a goccia, tenendo l’ascoltatore col fiato sospeso. Il cantato di Vega che ripete all’infinito il nome del protagonista antieroe per eccellenza è la manifestazione di un crollo psicofisico (“Frankie…Frankie…Frankie non ha abbastanza soldi…Frankie non può comprare cibo…Frankie uccide sua moglie) In un brano come questo traspare la teatralità della rappresentazione di una tragedia della follia e della vita. Siamo di fronte a una pièce su un palcoscenico dominato dal buio.

Che. L’ultima traccia è anche quella che sublima l’angoscia di queste sette schegge passate in rassegna. Uno squarcio imponente di tastiera in un crescendo verso un’apertura chiesastica. È l’oscurità che tende alla catarsi dell’uomo che per la salvezza deve riappropriarsi del suo essere; può farlo solo con un ritorno allo stadio primigenia. Siamo giunti all’uscita all’aperto dopo un viaggio in una bolgia dantesca per rivedere le stelle nella rigenerazione esistenziale.

Concludo con un invito: lasciatevi guidare da Alan Vega e Martin Rev che saranno il vostro Virgilio! Chi meglio di loro può svolgere questo ruolo?

Marco Fanciulli 

 

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