Nick Warren “Soundgarden Vol. 1” (Hope Recordings)

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Pare che il mondo della musica dance stia imboccato con decisione una direzione sempre più commerciale, spesso a scapito della qualità.
Per fortuna ci sono le eccezioni, sopratutto se parliamo di artisti come Nick Warren, che torna a distanza di tre anni dalla compilation su Balance con il nuovo doppio cd mixato “Soundgarden Vol. 1“, riprendendo la scia del suo podcast da cui prende nome, linea musicale e struttura.
Per chi non seguisse il suddetto podcast mensile, lo storico Dj inglese usa suddividere in due parti altrettante ore di musica: nella prima seleziona un sound più “intelligente” mischiando fra loro ambient, downtempo, leftfield per poi arrivare a sonorità indie/elettroniche, la seconda, invece, è rivolta agli amanti dei club, la ritmica in 4/4 è presente in tutta la selezione, mantenendo sempre una linea elegante ed elettronica.
Soundgarden spicca subito per i livelli di accuratezza quasi maniacali, Warren riesce nell’intento di creare un percorso armonico e sembra quasi volerci raccontare una storia.
La selezione è molto ricercata, non ci stupiamo infatti se guardando la tracklist poche tracce ci risultano familiari e, indagando sulla sua presentazione, racconta di aver dato parecchio spazio a giovani talenti.
Il cd numero uno, nonostante l’apparente linearità di un viaggio in crescendo, non ha una dinamica impostata e ci sono tanti momenti diversi, ognuno con i propri suoni, ma che vengono concatenati da un’immaginario filo mentale; possiamo quindi trovarci ad ascoltare la melodia di un piano su una base ambient o gli arpeggi di un violino, ma anche suoni più cupi e timbri discontinui, più vicini alla concezione di progressione rock/indie.
Il cd due è a nostro parere il più interessante, contrariamente a ciò che di solito ci si immagina visto lo stile proposto, ma Nick, mantiene intatte queste qualità anche nella versione da dancefloor e (ricordandoci di essere un membro dei Way Out West) si prende decisamente il trono della scuola progressiva, regalandoci attimi di pura estasi elettronica che, nonostante non sfocino in ripartenze aggressive, sanno emozionare per costruzione e crescendo ritmico e melodico.
Concludendo, il “giardino del suono” si rivela fra le migliori opere che il maestro inglese ha saputo darci negli ultimi anni, confermando ancora una volta che anche se la sua label Hope Recording non è attiva come altre del settore, la differenza si fa sentire.

Omar Abdel Karim

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