Alexander Robotnick: L’Arte è una Necessità

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Murizio Dami è stato uno dei protagonisti della new wave italiana nei primi anni ’80. A Firenze lavora con il gruppo di dance cabaret Avida e nel 1983 pubblica con l’alias di Alexander Robotnick una canzone di matrice Italo disco che dall’altra parte dell’oceano diverrà un culto per la nascente scena house: Problèmes d’Amour.
Mentre dalle nostre parti il fenomeno della Italo viene snobbato perchè giudicato inconsistente all’estero spopola, e nel 2002 con l’electroclash Robotnick viene invitato a godersi il meritato riconoscimento per la sua opera pionieristica. Intanto il musicista fiorentino ha composto colonne sonore e approfondito il discorso world music. Nel 2000 apre la sua label Hot Elephant Music.
In occasione dell’uscita del suo nuovo album a nome The Analog Session in collaborazione con Lapo Lombardi aka Ludus Pinsky l’abbiamo incontrato.

Ciao Maurizio, benvenuto su Frequencies per cominciare questa bella chiaccherata vorrei farti gli auguri per Problèmes D’Amour che nel 2013 compie ben 30 anni. Iniziamo allora parlando degli esordi, cosa ci puoi raccontare dell’Italia ai tempi della new wave?
Bei ricordi personali, perchè avevo 30 anni ed era l’età giusta per un periodo dinamico come quello. Venivamo dagli anni 70 che sul finale erano stati molto cupi. Gli anni 80 furono una liberazione. Si cominciò a pensare meno al collettivo. Ciascuno aveva voglia di mettersi alla prova e di liberare le proprie energie seguendo un percorso individuale. Questo non vuol dire che il senso comunitario non ci fosse più. Anzi c’era di più, ma in modo diverso, meno passivo, meno racchiuso dentro un contenitore ideologico. In piazza Santo Spirito a Firenze, al ritrovo serale la domanda più comune e naturale era: Cosa stai facendo? Era tutto un ribollire, arte, design, musica, teatro, magazines. Certo, tornava la competizione. Che comunque c’era sempre stata, anche ai tempi del “pensiero collettivo”. Ora era più naturale e per molti versi più sostenibile. E’ in questa dimensione che ascoltavamo i New Order, Joy Division, Cure. E’ curioso che fosse una musica più cupa rispetto a quella della fine degli anni ’70 (il funky, il jazz) . Stranamente conviveva benissimo con lo spirito ottimista generale.
Problèmes D’Amour inoltre è stato un vero punto di riferimento per la nascente house music negli USA, quando hai ascoltato questo genere musicale per la prima volta e come hai reagito scoprendo quanto importante sei stato per la scena?
Me ne sono accorto con quasi 15 anni di ritardo. Sì, nell’83/84 mi arrivavano notizie dagli amici: copertine del mio disco nei negozi di dischi a NY, o ascolti di “Problèmes d’Amour” in  locali di Londra. Al tempo però non parlavo inglese ed ero molto concentrato sulla mia città, e sul numeroso gruppo di amici. Quando mi sono collegato ad internet nel ’96 ho cominciato a capire cosa era successo. Questo mi ha spinto a rientrare in scena nei 2000.

Nei primi duemila sei tornato con forza nel panorama dance richiamato a gran voce dall’electroclash, poi questo, come tutte le mode, è passato ma tu sei rimasto anzi hai incrementato la tua attività con nuovi dischi e live in giro per il mondo (io ricordo un tuo show al Bloc Weekend a Minehead fenomenale). Che cosa ha stimolato di nuovo la tua attenzione per farti prendere questa via?
Semplice, è ricominciata a piacermi la musica che si ascoltava nei clubs. Per un lungo periodo, negli anni ’90 la dance non mi interessava quasi per niente, a parte qualcosa di Nervous Records, la deep-house più underground o le produzioni di pezzi grossi come Massive Attack.
Nei 2000 per me è’ stato come riprendere il lavoro dove lo avevo interrotto. In più mi sono appassionato al mestiere di DJ. E’ stato eccitante perchè era una cosa nuova. E’ un mestiere di cui prima avevo ben poca considerazione. Ma facendolo ho capito che c’era un sacco da imparare (a me piace moltissimo imparare) e mi sono divertito a trovare un mio modo originale di farlo.
Tra l’altro nel pieno dell’infinito dibattito sulle nuove tecnologie, il tuo comeback, Oh No… Robotnick, era un disco quasi interamente digitale mentre il tuo ultimo progetto The Analog Session beh lo dice il nome stesso… Qual è il tuo approccio alla produzione e come pensi sia cambiato in questi anni?
Il mio ha fatto una parabola. Partito in epoca totalmente analogica è arrivato al digitale totale per poi tornare in gran parte del processo produttivo al mondo analogico. Per I musicisti della mia epoca il digitale fu una rivoluzione positiva, fondamentalmente perchè riduceva la massa dei macchinari che ti inchiodava ad un posto. Il sogno di tutti era la valigetta con le cuffie per produrre ovunque. Ma poi si è capito che l’analogico è indispensabile per certi tipi di musica elettronica.

Rimanendo sempre in tema cosa ci puoi raccontare di April e qual è il concept che c’è dietro?
Il concept è il recupero dell’improvvisazione come asse portante della musica. C’è una ispirazione di elettronica anni 70. Il synth torna ad essere strumento musicale e non solo strumento di produzione musicale. Il disco è composto di re-edits di live sessions. Ogni brano non è altro che la riduzione di registrazioni di una ventina di minuti  di improvvisazione a brani di circa 9 minuti. Un po’ come I dischi Jazz degli anni 70.
Qual è il messaggio che ti interessa trasmettere attraverso la musica elettronica?
Il messaggio è sempre lo stesso per tutta la musica. Fare qualcosa che sia piacevole e interessante da ascoltare. Oggi comunque è il momento di liberare un po’ l’elettronica dalla gabbia della scrittura musicale. C’è molta perfezione in giro nella produzione, ma spesso manca il sapore di qualcosa di vivo, di imprevedibile…di improvvisato.

Cosa vuol dire fare arte oggi per te?
Faccio arte? Non lo so. Se la faccio la mia è semplicemente una necessità. Non riesco a farne a meno. E’ una forma di dipendenza che può anche metterti molto male nella vita. Nel mio caso ho avuto la fortuna di raggiungere un po’ di notorietà e poterci sopravvivere.
Ultimamente molti giovani che vogliono tentare di vivere di musica lasciano l’Italia, secondo te è possibile uno sviluppo del settore artistico nel nostro Paese senza svendersi alle logiche più commerciali?
A dir la verità in Italia si produce dell’ottima musica elettronica. Non sono I produttori Italiani ad essere fuori dal giro. Il provincialismo sta nella gestione dell’ intrattenimento, delle discoteche, nei promoters, I proprietari dei clubs. Comunque la dance di qualità ha un suo pubblico anche qui e io stesso lavoro in Italia adesso molto più di qualche anno fà.
C’è un disco, anche non dance, che negli anni hai continuato ad ascoltare come fonte d’ispirazione?
Difficile dire se ho una fonte di ispirazione. Se ce l’ho cambia continuamente. La musica mi piace a 360 gradi. Mi piace di tutto: Jazz, Opera lirica, rock anni ’70 e ’80 (quello dei ’90 mi entra da un orecchio ed esce dall’altro), la Techno, la disco, i raga indiani la musica africana…
Come giudichi il panorama attuale?
In questo momento sembra un tantino noioso. E’ tutto un perfezionismo  nel rifacimento…Odio poi questa mania dei re-edits. Non perchè non li faccia anch’io, anzi ne faccio molti, ma semplicemente li uso nei miei DJ-Set perchè più funzionali per ballare. Pubblicarli e venderli però, oltre che immorale, rischia di creare una situazione futura in cui non si saprà più chi ha fatto cosa. Comunque per un DJ la scena attuale non è male perchè viene prodotto un sacco di  materiale musicale di qualità con cui diventa facile costruire un DJ-Set interessante.
C’è qualche giovane artista con cui ti piacerebbe lavorare?
Queste cose succedono quando succedono…

Federico Spadavecchia

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