L’eterno presente di Luciano Cilio

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Luciano Cilio si può definire un rapsodo dell’eterno presente, sospeso in una dimensione assolutamente atemporale. Proprio come queste antiche figure dei tempi di Omero, egli ci trasporta nel Mito che viene da lontano e profuma di aromi mediterranei della sua Napoli, la cui proverbiale solarità viene metabolizzata in un dialogo interiore, pari alla voce di una coscienza primordiale; questa, non più soffocata dalle scalmane di una foga contemporanea accecante, ci restituisce il suo primitivo candore.
Il disco è la riflessione di un Io profondamente meditativo sempre alla ricerca di un altrove, in bilico tra ponderatezza e slancio sentimentale. Un esistenzialismo intimo, rinchiuso in sé stesso.
Ascoltando i Dialoghi del Presente, il tema portante è la sospensione, la sensazione di essere sempre in una sorta di limbo avulso temporalmente e calato in uno spazio dilatato al massimo. Un’aura di paganesimo traspare da queste note, ma non verso qualche divinità precristiana quanto verso il mistero di una natura vista con il sentimento di un bardo della Grecia classica. E’ il filosofo Parmenide che ci comunica attraverso il suono, l’immutabilità dell’Essere; i vari cambiamenti altro non sono che apparenza ed il divenire non è postulabile in un Essere che è perennemente eterno (sarà una coincidenza ma Elea era la stessa terra di origine di Cilio).

Analizziamo i cinque movimenti dell’opera:

Primo quadro della conoscenza. Fraseggi di chitarra in un oceano di silenzio alla ricerca di un mistero imperituro, aprono il brano seguiti da un arcadico flauto e da un piano alla Debussy. Un violino trasognato si schiude allo elang vital di una voce eterea femminile senza corpo, quasi un’anima in perenne leggerezza nell’aria. Note di improvvisazione meditativa a chiudere: è un ritorno a uno stato di quiete dopo l’estasi.
Secondo quadro. Flauto e percussioni appena accennate intonano un’ode pagana al busillis della natura in chiave animista. Un incontro tra le suggestioni dell’avanguardia contemporanea e l’elemento primordiale mediato dal calore mediterraneo di un racconto mitologico che si dipana in una languida serenata per violino ed elementi ritmici: la ricerca del Se che passa attraverso la speculazione contemplativa degli enigmi del cosmo inteso come ordine supremo delle cose.
Terzo Quadro. Breve intermezzo pianistico. Fermare l’attimo che scorre per raccogliersi in fuga ed avulsi dalla realtà che ci circonda.
Quarto quadro “dell’universo assente”. Una trama percussiva che pare provenire da una dimensione lontana da ogni trasformazione di apparente evoluzione. Qui Luciano Cilio traduce il senso dell’Essere parmenideo già richiamato, con la sua napoletanità fatta di umori passionali barocchi (il madrigale di violino e fiati che fa da trama all’intero pezzo può essere definito un mantra in bilico tra seicento ed improvvisazione jazz-rock tipica di quegli anni).
La sospensione attimale come un canovaccio emotivo, prodotto della struggente malinconia del popolo partenopeo.
Interludio a chiudere, non è altro che un fraseggio di chitarra accompagnato da uno zufolo arcadico-pastorale che si abbandona ad un’ebbrezza, quasi il degno finale di un percorso di autoriflessione.
Dialoghi del Presente di Cilio è un’opera avanguardista rispetto ai tempi (uscì nel 1977) che ha prefigurato futuri musicisti in tal senso come Ryuchi Sakamoto e Jim O’Rourke (quest’ultimo grande ammiratore del compositore).

Marco Fanciulli

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