AlfaMito Club To Club ’13

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Da grandi ambizioni derivano grandi responsabilità.
Club To Club, lo sappiamo, non è più un semplice evento per pochi appassionati, basta guardare al nome stesso, maturato in un altisonante AlfaMito Club To Club, per comprenderne l’evoluzione.
A livello sostanziale inoltre il club, inteso sia come luogo fisico che come concetto, si è fatto troppo piccolo per contenere un genere musicale passato da codice segreto a linguaggio universale, perciò ben venga l’utilizzo di nuovi spazi prestati alla causa della divulgazione artistica, come le suggestive Officine Grandi Riparazioni, la prestigiosa Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (eletta per la seconda volta a quartier generale), il Teatro Carignano, il Mirafiori Motor Village.
Le radici disco restano visibili all’Hiroshima Mon Amour e al Boiler Club.
Il Lingotto d’altro canto per la sua origine industriale rimane più legato all’idea di Rave ed è la casa del gran finale di sabato.
La manifestazione ideata dall’Associazione Culturale Situazione Xplosiva svolge oggi un ruolo istituzionale, a lei spetta l’onore e l’onere di rappresentare in Italia la scena elettronica nei suoi diversi accenti, cercando un dialogo tra Pop e underground.

L’anno era iniziato con la presa di posizione dell’art director Sergio Ricciardone nei confronti della stampa nostrana, poco sensibile verso un festival che vuole contribuire in modo significativo all’ammodernamento culturale del Paese, creando gemellaggi con altre capitali europee ma sopratttutto coinvolgendo ad ogni edizione oltre 20.000 persone, con una proposta di intrettenimento alternativa a quelle consolidate nazional popolari.
Il risultato di quest’azione si è visto molto chiaramente sul web con i riflettori dei maggiori magazine, italiani e non, addosso, mentre in città abbiamo avvertito la sensazione che chi doveva sapere sapesse già con buona pace di tutti gli altri.
Per quanto al cartellone, nonostante fosse molto ricco, non c’era un ospite di punta vero e proprio dall’incasso facile.
Questa politica si è rivelata vincente: il pubblico è nettamente migliorato senza comunque restringersi, dimostrando che è possibile coniugare qualità e quantità.
Per il party di chiusura al Lingotto bisogna arrivare presto, già alle 21, intanto perchè non ci sono riempitivi e poi perchè la Passerella Olimpica, unico collegamento pedonale in funzione tra la stazione dei treni e la fiera, chiude a mezzanotte senza nè indicazioni o navette quasi fosse un weekend qualsiasi (e qui andrebbe spiegato ai vari Comuni che il supporto non comporta solo prestare il gagliardetto del patrocinio).
La main room si sta scaldando velocemente sul beat del djset di John Talabot, che tra richiami balearici e deep racconta degli ultimi giorni estivi trascorsi a guardare la pioggia dalla finestra.
I Fuck Buttons sono tra gli act che attendevamo di più e non tradiscono le aspettative: un vortice psichedelico che va dal noise ai Boards Of Canada in un crescendo emozionale. Bellissimi anche i visual.
Nota stonata l’impianto che suona troppo ovattato. Forse varrebbe la pena di sacrificare un nome in line up per un soundsystem migliore, che contribuirebbe al definitivo salto di qualità azzerando il divario con taluni concorrenti europei.

La performance più controversa della serata è di sicuro quella di Four Tet che, sempre più coinvolto dal dance side, si cimenta nel ruolo di agitatore di folle in cassa dritta a discapito però delle atmosfere trasognate che ci piacciono tanto.
Chi invece erige una torre d’avorio alla tradizione sono Adrian Sherwood e Pinch, i quali a mezzo di un live ibrido analogico-digitale riportano in auge il dubstep della prima Tectonic legato a doppio filo con il reggae e più mentale.
Diamond Version è il divertissement di Alva Noto e Byetone, minimalismo e glitch di ricerca trasformati in elementi ludici per il godimento di tutti.
Tra citazioni kraftwerkiane e videogiochi anni ’80 il concerto è esaltante!
A seguire i Modelselektor paiono maturati: meno casinisti e più viaggiosi senza però perdere forza d’impatto.
Il dubstep ormai ha fatto il suo tempo, ma Kode9 ai piatti è una garanzia: footwork dai battiti nervosi, classicismi wobble e una sprizzata di funky conditi da una tecnica funambolica sono la ricetta per una pista in fiamme.
Promosso anche Rustie, ma a stupirci è Machinedrum con un live d’alta ispirazione basato su ritmiche futuristiche e accordi scintillanti.
L’ovazione finale spetta ad Andy Stott che parte più industriale del solito per poi dare lezioni di old school rave inglese.
Club To Club 2013 va agli archivi con ottimi risultati, ma in futuro, come tutto il made in Italy, dovrebbe mostrare una maggior convinzione dei propri mezzi senza preoccuparsi troppo del giudizio d’oltre confine, magari aumentando lo spazio dedicato ai talenti locali, perchè non ci si può più nascondere dietro a un dito, e occorre far vedere che con questa passione ce la si può tranquillamente giocare con chiunque.

Federico Spadavecchia

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