Il Cyber-Piazzismo sostituirà la Gavetta?

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Un paio d’anni fa, ero all’ADE (Amsterdam Dance Event),  inviato per una rivista italiana.
Il lavoro di routine, l’ambiente patinato ed i sogni in prevendita (anzi i sogni sold-out..) non solleticano certo istinto e creatività di chi dovrebbe spulciare dettagli insoliti e prospettive interessanti da raccogliere e poi raccontare a chi legge.
Emozionante, come il rush of blood to the head che si prova a ricevere una mail dalla starlette di turno (racconto di vita vissuta): “Ciao sono xxx di professione faccio la dj (!) e il mio ragazzo è xxx – superstar della scena dance inglese -. Dato che ho iniziato da poco che ne direste di intervistarmi?”.
Ecco. Provate ad immaginare che scarica d’adrenalina si prova ed immaginate di estendere tale turbinio di emozioni lungo l’arco di un intero festival, di allargarne il raggio di azione a conferenze, interviste o semplici chiacchierate.
Insomma: tutto talmente emozionante da lasciare senza parole (soprattutto senza le 4000 al giorno che servirebbero per confezionare un pezzo).
Tuttavia, ciò che vorrei raccontare, non riguarda l’ADE ma il picco di emozioni, l’apice, che una semplice – e banalissima – domanda rivolta a Derrick May, nel corso di un semplice – e banalissmo – panel su Vinile vs. Digitale e la figura del dj oggi, mi ha fatto raggiungere. E non lo dico con sarcasmo: mi sono emozionato per davvero.
I fatti: dopo un pò di teatro (Derrick May è un esperto al riguardo: cercare su YouTube per credere. Se avesse scelto di fare il comedian, Detroit avrebbe certamente perso un pioniere della sua leggendaria scena techno ma avrebbe guadagnato un degno avversario per Eddie Murphy) di uno dei tre Belleville, che in oltre un’ora ha sbeffeggiato con gusto DVS, playlist e finti – a detta sua – dj che suonano con supporti digitali.
Ok, ho capito: siamo su un terreno minato. Un pò come se avessi scritto “la verità definitiva sul signoraggio bancario”. Quindi vi prego, continuate a leggere, perchè ancora non ho svelato la perla di saggezza.
May, al termine della conferenza (e della seconda bottiglia di bianco) si è concesso alle domande del pubblico. Ed ora arriviamo al punto: una ragazza londinese, fa una domanda semplice, banale anzi banalissima: “sono anni che provo a ritagliarmi uno spazio sulla scena, anni che promuovo il mio lavoro, spendo soldi per corsi, produco e cerco di intrufolarmi dove posso. Ma non riesco ad andare oltre risultati modesti. Quando hai cominciato tu [Derrick] era più semplice?”.
Non ci soffermeremo sulla risposta. Non è importante. E forse non lo è la domanda a “Quelo”, chi siamo-dove andiamo, nel suo significato letterale.
Ma appena ascoltata, ho pensato: ok, la ragazza magari non ha talento, magari non ha fortuna, magari non ha carisma, magari non riesce a sfondare perchè la giungla londinese, richiede quella dose di cinismo e savoir faire che la giovane, probabilmente non ha.
Eppure quanti dj/producer senza talento e senza carisma (magari con molta fortuna) raggiungono la cima del grattacielo senza doverne scalare i 127 piani?
Per carità, questo principio vale per ogni settore dello scibile umano ma dato che il sottoscritto scrive di musica e almeno non in questo contesto, di filosofia, è al mondo dei dj che guarda; vi ricordate il super-geek “Richie Hawtin” ventenne, con la faccia brufolosa, occhiali (protohipster) alla war games e  pigiamoni anni ’80 con “Mickey Mouse” sopra?
Certamente era un geek ma certamente la sua gavetta, tra i locali malfamati della Detroit non bene se l’è fatta, il sacro rituale dell’attacchinaggio pure (ci torneremo.. ah, se ci torneremo) e con esso tutte quelle pratiche DIY che hanno contraddistino i primi anni del djing come “attività” non amatoriale.
Vederlo oggi, tirato e pettinato, icona plastica, nonostante i 40 passati da un pezzo, può far storcere la bocca (ed è giusto lo faccia..) ma il “ragazzo“ la strada l’ha percorsa a piedi. E non si può dire non ne abbia viste di cose. Può dire altrettanto un dj/producer che dalla cameretta passa, tardo teenager, alla consolle di una delle (ormai tante..) cattedrali mondiali della dance? E non parliamo mica di fantascienza.
Oggi basta una release di successo per saltare la fila ed essere serviti per primi.
La domanda, banale ripeto, della ragazza londinese mi ha fatto riflettere parecchio: l’ “I like-cracy” o il cyber-piazzismo da social network, riescono a supplire alla “gavetta”?
Un dj che non si sia mai sporcato le mani (di colla, dei poster delle proprie serate o di inchiostro, quando fa caldo ed i polpastrelli lasciano l’impronta sul primo flyer della mazzetta..) che non abbia mai avuto a che fare con i gestori di locali, che non abbia mai trattato un booking con suoi pari (capitolo 2, pagina 17 del manuale del dj/promoter/producer tuttofare) e sia stato catapultato, fin dalla post-adolescenza, nel meraviglioso mondo delle agenzie e nel patinato universo di festival e music conferences, non finirà, inesorabilmente, per diventare solo un prodotto da supermercato (o da discount): ben incartato, ben pettinato e lucidato ma pronto a diventare una goccia nell’oceano degli infiniti roster che le N agenzie (serie e meno serie) proliferate nell’era di internet, come funghi, vantano.
Magari la ragazza londinese non ha talento, anzi sicuramente non ne ha ma oggi, nell’epoca del ben impacchettato, e dello standard, garantito dal mondo semi-virtuale in cui viviamo, offerto dal reticolo di intermediari che oggi trattano musica, domani si occuperanno di moda e dopodomani di qualunque altra cosa faccia “fare soldi”, è facile prendere lucciole per lanterne.
E’ facile costruire eroi, è facilissimo non accorgersi di talenti veri la cui unica “pecca” è il non avere faccia tosta, gomiti appuntiti e la giusta dose di cinismo. Plastikman, è un chiaro esempio che l’esperienza e la gavetta non rendono immuni dalla trasformazione da “artista” in “bene di (largo) consumo”.
Anzi, forse il realismo che si accumula in anni di trincea, finisce per favorire il “lasciarsi andare”.
Ma l’essenza di quella domanda “voglio sfondare, mi sto dando da fare ma non riesco” resta secondo me, senza risposta (definitiva): se l’Olimpo vuol dire denaro ed agio, e vuol dire quantità e non qualità, “ like-cracy” e visite su YouTube allora  il fine giustifica il mezzo.
E la starlette, fidanzata con il top-dj inglese, finisce per avere ragione, nel “pretendere un’intervista”: in un mondo sottosopra, il palco se l’è certamente meritato.

Massimiliano Sfregola

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