Ancient Methods “Seventh Seal” (Ancient Methods)

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Dopo il successo inspiegabile di sottogeneri plastificati quali nu-disco, tech house e fidget da luna park, dalla metà del 2010, volendo fissare un anno zero e coordinate spazio temporali, la techno più ortodossa di matrice europea è tornata ad avere un grande seguito di massa come non ne aveva da tempo e ad imporsi in modo prorompente.
Da allora le cose si sono evolute in modo rapido ed inesorabile, come succede nella stragrande maggioranza dei casi quando si ha a che fare con un particolare trend.
Parecchi critici musicali hanno azzardato fin da subito paragoni con sottoculture passate, tuttavia gli ascoltatori più attenti si sono accorti di non avere a che fare con una copia dei soliti cliché belgi/berlinesi/den haag-iani, né con la solita moda passeggera fagocitata dai magazine oltremanica, bensì con un nuovo movimento che, in poco tempo, si è appropriato di una certa estetica “cold” e minimale ma allo stesso tempo esaltata da una tensione comunicativa fuori dal normale.
Moltissimi produttori bass nel mentre sono passati al lato UR della forza (vedi Karenn), così come altrettanti “noisers” (due nomi su tutti: Cut Hands, il progetto techno-tribale di William Bennett dei Whitehouse e Vatican Shadow di Dominick Fernow aka Prurient).
Sono iniziate a fioccare label in ogni parte d’Europa (dalla londinese Blackest Ever Black alla Stroboscopic Artefacts fondata dal “nostroLucy) e qualcheduno, vista la cupezza di certe produzioni scarne ma dirette, debitrici sia di Basic Channel che dei British Murder Boys, ha già catalogato il tutto con il nome di post-industrial.
Naturalmente in terra prussiana questo fenomeno ha trovato il proprio habitat naturale, tra vecchi edifici abbandonati e non luoghi urbani.
A tirare le fila come sempre Hardwax e Berghain. Berlino al centro di tutto, nel bene e nel male, ancora una volta.
Facile impattarsi con la scena berlinese odierna se si ha orecchio: un concentrato di durezza, echi di “tanz debil” e marzialità da primo Tresor.
I portavoce (non) ufficiali sono Milton Bradley, i produttori della Vault Series (Sawlin, Moerbeck e Subjected) ma soprattutto il duo Ancient Methods.
Questi ultimi rappresentano dalla metà del primo decennio 2.0 la coppia più scevra da compromessi (musicalmente parlando) della techno tutta: i dettami Cybotroniani vengono portati all’esasperazione sonora e le influenze post-punk che essi rivendicano a più riprese sono evidenti sia a livello attitudinale (etica DIY in primis) che di sound. Anzi, a dirla tutta rappresentano il loro marchio di fabbrica insieme all’immaginario medievale delle copertine dei loro dischi, degne di alcune ‘danze macabre’.
Li conobbi per la prima volta anni fa con “Fourth Method” e dopo aver recuperato i capitoli precedenti iniziai a seguire con una certa enfasi la loro epopea, composta da tracce strutturalmente simili alle produzioni di O’ Connor e Child.
Credevo avessero già raggiunto vette altissime con “Cardiac Dysrhythmia” su Sonic Groove, un mix di intensità e potenza condiviso con il maestro Adam X, ma questo ‘settimo sigillo’ non è da meno: Michael Wollenhaupt (rimasto unico titolare della sigla AM) stavolta osa ancora di più, riuscendo ad andare oltre a certe bordate sonore che da sempre caratterizzano le loro produzioni, modellando il “Seventh Seal” in modo più cerebrale e meno “sporco”, proseguendo la strada intrapresa con le ultime uscite, plasmando un sound scuro e denso come una pozza di petrolio.
L’overture “Knight & Bishops” è un trapano sonoro che aspetta il momento opportuno per colpire una volta e poi ancora, aprendosi  per l’occorrenza a divagazioni industriali.
Inoltre prepara il terreno a “Kings & Pawns”, techno mentale da scenari à la Johnny Mnemonic, tappeto sonoro che piano piano scema per lasciare il terreno ad  una omelia Dave Gahniana che chiude il lato A.
Dall’altra parte del vinile “When All Is Said And Done” si apre con spasmi noise da ansiolitico e poi martella a dovere fino ad assestarsi in un frangente, ma solo per ritrovare la forza di riprendere l’assalto.
Le esplosioni di “Castling Becomes Inevitable” rappresentano il degno epilogo di questo ep, artiglieria pesante che non si piega e attacca in modo massiccio, sostenuta da opprimenti innesti apocalittici che balenano in chiusura e aggiungono un pizzico di drammaticità al risultato finale.
Insomma, Ancient Methods è una sigla che si conferma ancora una volta come una delle realtà più interessanti del panorama techno industriale mondiale, la soundtrack nichilista più adeguata per questi tempi bui.

Francesco Augelli

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