Laurel Halo “Quarantine” (Hyperdub)

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Non è mai stato un segreto che a Kode9 del dubstep in sè interessasse relativamente poco, anzi sulle nostre stesse pagine l’aveva apostrofato come”una mirco scena nell’universo del post garage“.
Ciò che in verità preme sul serio al boss della Hyperdub è l’evoluzione del suono e di conseguenza dello stile. Chiunque dopo aver fatto scoprire al mondo un prodigio come Burial avrebbe vissuto di rendita (grazie a royalties sontuose, dj set farlocchi, dischi fotocopia) per il resto dei suoi giorni, invece, Steve Goodman fin dall’inizio aveva già in cantiere altri mille progetti e strade da percorrere.
La compilation per i cinque anni della label uscita nel 2009 è contemporaneamente un’affermazione dei propri trionfi e una precisa mappa, non solo per sapere dove fosse il dubstep in quel momento ma anche per intuire le sue prossime svolte.
Appare comunque naturale che se alcuni percorsi hanno portato a traguardi di successo, come nel caso delle atmosfere plumbee di King Midas Sound, del laser bass divenuto wony beats firmato Joker o ancora della paranoia post rave di Zomby per non dire del futuristico Flying Lotus, altre vie si sono rivelate mulattiere scoscese e arrotolate su sè stesse.
Su tutte potremmo citare quella dei Darkstar che nel tentativo di superare i confini dell’iper basso si schiantano rovinosamente contro il poster degli Alphaville, o delle perennemente immature Ikonika e Cooly G.
Oggi la nuova scommessa di Kode9 si chiama Laurel Halo: proveniente da Brooklyn (ma guarda te il caso…) debutta alla produzione nel 2010, e da allora ha pubblicato un paio di ep e quattro/cinque remix riscuotendo un buon successo di critica.
Quarantine è il suo primo album e per l’occasione la ragazza si cimenta nel doppio ruolo di cantante e songwriter.
Niente kick & snare quindi, ma vortici pop sintetici e ragnatele pischedelico-digitali di scuola Lopatin, in cui l’elemento di contrasto è la voce stessa di Laurel che, sparata quasi nature su una frequenza media, suscita nausea e disagio, salvo poi venire bruscamente shiftata verso il basso o essere disciolta nell’elettronica.
Alla fine dei conti siamo davanti all’ennesima variazione sul tema hypnagogic fatta da chi vive nel posto più cool del momento.
Questo è il classico disco che farà impazzire gli indiqualcosa/hipster assetati di intellettualismi onanistici, ma che lascia a bocca asciutta tutti coloro che si aspettavano un nuovo assaggio del futuro da parte della banda di Kode9.

Federico Spadavecchia

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