Jesse Somfay “Cygnus Wreath (Room 531)” (Manual)

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Il luogo comune più diffuso circa la musica elettronica è che sia una musica fredda, completamente vuota di emozioni, che rimane totalmente impassibile rispetto a ciò che la circonda. Fortunatamente col passare del tempo questa affermazione è stata ampiamente smentita, grazie soprattutto a gruppi come i Depeche Mode, gli Ultravox o i più recenti Underworld, che hanno mostrato in tutti gli angoli del globo come si possano trascinare interi stadi usando dei semplici sintetizzatori.

Eppure, anche in una frase così superficiale ed errata, è possibile trovare qualcosa di vero, anche se è bene precisare subito non nel senso in cui avrebbero sperato i detrattori delle nostre melodie preferite.

L’elemento più freddo di questa musica infatti non sta nelle note o nell’algida apparenza dei suoi artisti, tanto immobili e distaccati agli occhi del pubblico quanto passionali e tormenati dentro di sè, bensì molto più semplicemente nella loro terra di origine.

Germania, Svezia, Islanda, Inghilterra sono tra i Paesi più freddi e aridi d’Europa e allo stesso tempo sono i luoghi natali degli artisti elettronici più influenti di sempre.

Stessa cosa per gli Stati Uniti naturalmente, con città come Chicago e Detroit in testa, senza dimenticare il vicino Canada.
E proprio dal Canada viene l’artista di cui vi voglio parlare, un ragazzino poco più che ventenne che negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sè come uno degli innovatori della resuscitata moda minimale.

Lui si chiama Jesse Somfay, e come nel caso di James Holden e Nathan Fake cercare di etichettarlo puramente come minimal techno non è soltanto riduttivo ma porterebbe completamente fuori strada. Infatti non stiamo discutendo di un musicista, ma di un abile tessitore di origami onirici, capace di donare ai suoi spartiti nuove forme melodiche.

Succede esattamente questo nel nuovo disco di Jesse, addirittura fin dal titolo: Cygnus Wreath, ovvero la “corona del cigno”, dove però wreath può anche essere tradotto con “corona funebre”, andando così ad affiancare ad un immagine di solare bellezza (pensate ad un maestoso cigno bianco che sta planando su un placido specchio d’acqua) un elemento di estrema sofferenza.

E la musica segue esattamente lo stesso percorso, partendo con una ritmica festosa dotata di rullate continue alla Spastik, e ripartenze nette che scandiscono il cambio di passo. Piano piano però sale leggero un synth freddo che, come le nuvole che si addensano facendo sparire in pochi minuti il sole, porta con sè una melodia molto bella ma allo stesso tempo così malinconica da spiazzare l’ascoltatore che, se fino a quel momento ballava in pista felice, ora vorrebbe fermarsi per asciguare quella lacrima scesa dagli occhi, ma il trasporto è talmente forte da non poter far altro che continuare a ballare e a sognare.

Dancing with tears in my eyes, “ballare con le lacrime agli occhi” cantava Midge Ure con gli Ultravox…alla faccia di chi sosteneva che con l’elettronica non si potessero provare emozioni…

PS: l’unico modo per tornare in sè dopo questa pregevole traccia è ascoltare i due remix ad opera di Avus e Paul Hazendonk decisamente più club oriented ma forse meno magici.

Federico Spadavecchia

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