Ci sono serate che cominciano già prima di entrare. L’Urban Spree di Berlino è uno spazio ibrido incastonato nel composto postindustriale di Revaler Straße, tra la galleria d’arte, il bookshop e la sala concerti. Ha quella misura giusta in cui il suono non si disperde e la folla diventa parte integrante dell’evento.
Quella sera di venerdì 24 aprile era pieno, e l’entusiasmo si sentiva nell’aria ben prima che il primo feedback tagliasse il silenzio.
Per capire cosa significhi la presenza di Gary Mundy su un palco, bisogna tornare indietro di oltre quarant’anni. Fondò i Ramleh nel 1982 a South London, in quella stessa orbita radicale che aveva prodotto Whitehouse e Sutcliffe Jugend, nell’onda lunga del lascito industriale dei Throbbing Gristle. Contemporaneamente gestiva la Broken Flag, etichetta che tra il 1982 e il 1989 diventò uno degli snodi più fecondi della scena noise britannica: da qui passarono Maurizio Bianchi, Skullflower, Sigillum S, Controlled Bleeding (per citarne alcuni…), e naturalmente gli interessati, che dell’etichetta erano al tempo stesso il progetto centrale e la sua coscienza più inquieta.
Quello che distingueva la band dai contemporanei non era solo l’intensità — che era comunque estrema — ma una certa sporcizia organica sonora. Se i Whitehouse erano un bisturi di acciaio freddo, qui l’immagine è quella di una lama arrugginita e seghettata: rumore brutale ma con quid di psichedelico che già allora filtrava attraverso le cassette della prima fase. La prima release, 21/5/62/82, era titolata in riferimento alla data dell’esecuzione di Adolf Eichmann — una delle tante provocazioni estetiche di un’epoca in cui lo shock era ancora un linguaggio praticabile, oggi e da tempo apertamente ripudiato.
Con lo scioglimento della prima formazione nel 1984 ed il rilancio del 1987 — con Hole in the Heart e Nerve, poi Grudge for Life nel 1989 insieme a Philip Best — cominciò la metamorfosi. La chitarra si fece largo nel rumore, Skullflower nacque in parte da questa stessa cellula germinale; negli anni Novanta il nucleo formato da Mundy, Best, Stuart Dennison e Anthony Di Franco registrò alcune delle produzioni più intense e anomale dell’intera decade: Homeless (1994), Works III (1996), Boeing (1997). Dischi definiti da taluni come «heavy psych-noise rock», da altri come un avvicinamento al drone più pesante o al krautrock più abrasivo. Il termine “ufficiale” perché di proprio conio è semplicemente: bleak psychedelia. Psichedelia tetra. Due parole che si contraddicono e si completano.
Dopo il ritiro del nome nel 1997, una serie di ritorni: nel 2003, nel 2007 con un’esclusiva performance di power electronics a Brooklyn accanto ai Wolf Eyes e la reunion definitiva del 2009. i Ramleh sembrano aver raggiunto una sintesi matura e definitiva tra le due anime del progetto. Hyper Vigilance, doppio LP pubblicato nel giugno 2025 su Sleeping Giant Glossolalia — «a Broken Flag production», come recita il retro — è il punto più alto di questo percorso. Otto tracce, quattro facciate, oltre un’ora in cui la power electronics degli esordi e il noise rock psichedelico degli anni Novanta si ritrovano a convivere in modo non eclettico ma organico, come se non avessero mai smesso di parlarsi. Thunberg II apre con una progressione lenta, quasi cerimoniale, in cui i nuovi elementi entrano nel suono come in un rito. Into the Termite Mound scivola verso un’elettronica prossima al krautrock più ipnotico. New National Anthem — la traccia che molti indicano come il vertice dell’opera — condensa tensione post-punk ed impulso industriale in una forma che non cede a nessuna delle due. Le liriche osservano la deriva del presente: la violenza sistemica, l’istinto di sopravvivenza, la catastrofe come orizzonte e con la distanza fredda di chi ha imparato a guardare senza distogliere lo sguardo.
Prima che i Ramleh salissero sul palco, la serata aveva già avuto due momenti distinti. Philipp Strobel, che è DJ, promoter e fondatore della label aufnahme+wiedergabe nonchè figura di riferimento nell’underground europeo dal 2011, ha aperto i battenti, accompagnato poi le transizioni tra le esibizioni e chiuso il rituale, costruendo un filo rosso sonoro che andava dal post-punk all’EBM, dall’industrial al metal alle radici più oscure della dark wave. Non semplice tappezzeria ma vera e propria cornice concettuale: la one night aveva una sua coerenza narrativa in toto e Strobel ne era l’architetto discreto.
Le BRAK sono un trio berlinese con radici nella scena locale hanno aperto le danze suonando per circa trenta minuti. Volutamente rumorose, con una presenza fisica decisa: strutture spezzate, ritmi che collassano, cascate di feedback che accelerano e si disintegrano prima di ricomporsi in nuove forme di confronto. Il loro debut LP Friction (2024, Psychic Liberation) le ha già collocate sulla mappa del noise-rock europeo più interessante e dal vivo si conferma la qualità di chi non imbroglia: l’abrasività è reale, non esibita. Incipit ideale per un evento in cui la dissonanza era il codice condiviso.
Tuttavia con l’arrivo dei nostri beniamini, l’atmosfera è cambiata. Non c’è stata un’esplosione immediata: c’è stato un crescendo. Act costruito in modo architettonico: ogni elemento entra quando deve, ogni strato si aggiunge al precedente senza fretta, finché non si raggiunge l’ ambiente totale, qualcosa che non si ascolta soltanto ma si abita. Il locale era pieno e lo è rimasto per tutta la durata: nessuno si è mosso, nessuna distrazione. Il tipo di concentrazione silenziosa che un pubblico riserva solo a quello che lo attraversa davvero. I volumi erano calibrati bene, potenti, fisici, ma non ottusi. Il loro elemento distintivo dalla semplice esibizione di potenza è che c’è sempre alcunché dentro il wall of sound.
Dieci anni di assenza da Berlino sono tanti ma il tempo ha lavorato a loro favore. Hyper Vigilance è la prova su disco. L’Urban Spree il 24 aprile ne è stata la prova fattuale. Quarantaquattro anni di storia, nessun compromesso.
Un ringraziamento doveroso va alla crew di Cruel Machine Bookings ed Effetto Notte, che hanno organizzato la serata con grande cura e si sono dimostrati eccezionalmente disponibili nei nostri confronti. Portare il gruppo è stato un atto di militanza culturale.
Daniele Codarin









