La pubblicazione delle playlist di fine anno, qui quelle di Frequencies, è l’occasione per concentrare l’attenzione su producer e dischi che hanno segnato gli ultimi trend.
Panta Rei, uscito in maggio per la 3024 Music di Martyn, porta la firma di Ehua, produttrice e dj italiana da tempo basata a Londra, e compare in diverse classifiche come uno dei lavori più interessanti del 2025.
Il percorso di Ehua è composito: dalla lunga serie di uscite per label come Svbkvlt, Fabric Records, Nervous Horizon, Tratratrax, Exit Record e Ninja Tune alle collaborazioni con Rinse Fm e prima con Radio Raheem. Immersa in diverse forme di espressione artistica, Ehua è anche mentor ed educatrice; ha composto colonne sonore per film e performance artistiche, milita nel collettivo artistico romano Griotmag/Spazio Griot. Panta Rei è un disco intenso, ricco di frequenze basse e percussioni, di ritmiche decise e incalzanti ma che lavora anche a un livello più rarefatto di atmosfere. Ehua ci aiuta in questo scambio a capire un po’ di più dell’album e della sua storia artistica.
Il tuo ultimo lavoro e primo LP Panta Rei, uscito a maggio ha avuto grandi riscontri e compare in diverse playlist di fine anno, cito ad esempio Bleep (ma anche qui su Frequencies). Credo questo sia il tuo lavoro più evoluto, completo e importante fino ad ora, ma vorrei chiederti un po’ della genesi di questo disco e della sua produzione, anche in rapporto al tuo percorso da Diplozoon (2018, Femme Culture) passando per Aquamarine (2021, Nervous Horizon) a questo lavoro. Un salto o un continuum?
Sicuramente considero Panta Rei un continuum nella mia discografia, un evoluzione naturale del mio percorso che fino a questo album ha rappresentato solo una piccola parte di chi sono musicalmente. Il rapporto con la mia identità sempre stato molto complesso, questo include anche la mia identità musicale, che ha molte sfaccettature, prospettive e chiavi di lettura. La musica club è uno dei linguaggi musicali con cui sono cresciuta e all’interno di quella sfera ho sempre evidenziato una dimensione più intima e di ricerca. La differenza con questo ultimo LP è il processo estremamente personale che mi ha portato a voler lavorare con la mia voce in maniera più centrale e consapevole. Un percorso fatto di slanci e fragilità, ma anche di un lavoro quotidiano molto concreto e assorbente. La mia voce (effettata e/o al contrario) è presente in ognuno dei miei EP, da Diplozoon ad Aquamarine, ma fino ad ora era confinata a uno spazio privato. Dopo aver intrapreso un lavoro interiore molto sofferto, ho imparato ad accoglierla, conoscerla e mostrarla senza filtri. Non è stato un percorso facile, ma sono felice e fiera di essermi buttata; il risultato è stato sicuramente sorprendente e molto appagante.
In questo disco vedi un passaggio per te da producer a songwriter seppure all’interno di un frame elettronico? In questo disco anche la tua voce è elemento importante, è un aspetto che pensi continuerà nelle tue prossime uscite?
Tutto scorre e tutto è in divenire, sempre – e proprio per questo l’aspetto cantautoriale e quello techno e bass sperimentale per me sono inevitabilmente due facce della stessa medaglia. Durante il lavoro con Martyn e 3024 di sviluppo dell’album, abbiamo sempre parlato di voler creare un album di “ballads & bangers” perché le due anime sono entrambe presenti e indivisibili. Ma per quanto riguarda i miei lavori futuri, non lo so, vedremo dove mi porterà la corrente creativa. Per ovvie ragioni il format dell’album si presta meglio a elaborazioni concettuali più estese, ma come dicevo prima, nel mio mondo non esiste la produzione di “tools” o “functional tracks”. Tutto esplora qualcosa di curioso e personale perciò il format perciò non impatta in nessun modo il tipo di ricerca e le modalità di produzione dei miei progetti. La grande novità del 2026 per quanto riguarda il mio processo creativo, saranno le collaborazioni. Ho già ultimato un EP club in collaborazione con un’artista che stimo molto che uscirà in primavera e al quale seguirà un’altro progetto live importante sempre in collaborazione. Vorrei riuscire a portare questa nuova dinamica con diversi artisti appartenenti a mondi diversi anche nel prossimo album a cui lavorerò perché condividere l’esperienza in studio mi ha portato molta ispirazione e nuove idee che adesso vorrei veder realizzate.
Titolo e copertina dell’album: perchè hai voluto intitolarlo così e rappresentarlo nella cover in questo modo?
Ho scritto “Panta Rei, tutto scorre” nel mio diario esattamente a novembre 2021, circa 3 anni prima della concezione dell’album. Stavo attraversando un periodo particolare a livello personale che mi ha segnato molto e quando ho deciso di fare l’album, sapevo da subito che si sarebbe chiamato così. Questo concetto che avevo studiato a scuola (ho fatto il liceo classico) anni luce prima di sapere che sarei diventata Ehua, e che avrei avuto un futuro nella musica, è diventato un mantra fondamentale: le cose scorrono, passano, si dimenticano, ma allo stesso tempo restano, diventano l’endoscheletro della tua identità, tatuaggi invisibili, ma più indelebili che mai. Mi piace pensare che Panta Rei sia un periodo di bassa marea, in cui tutto viene alla luce ed è messo a nudo. Il mio sé passato, futuro e immaginario si raccolgono tutti in questo luogo sonoro e semantico, passando per relazioni, famiglia, fatti e/o vite immaginati e mai accaduti (ma che forse accadranno).
L’opera in cemento realizzata da Jeroen Erosie e fotografata nell’artwork del disco è qualcosa di unico che ha reso questo progetto ancora più speciale e significativo per me. Volevo creare un’estetica molto diversa da quello che avevo immaginato per Clouds, il mio precedente EP su 3024. Sono partita dal riflettere sui processi che possono o meno influenzare un determinato elemento, lasciando tracce (ad esempio evaporazione, erosione, combustione, intaglio ecc…), o trasformandolo in qualcosa di nuovo. Le immagini che mi saltavano alla mente erano quelle di oggetti (molti dei titoli delle canzoni sono oggetti reali, colori, luoghi) che diamo per scontati senza pensare ai processi di trasformazione che avvengono per modellare quell’oggetto nella sua forma presente — ma comunque temporanea. Per esempio, un muro rovinato: lo vedi e lo accetti per quello che è, senza interrogarti su come si siano formate le crepe, sulle scritte o graffiti, sulle pietre e sulla sabbia che compongono il cemento: da dove provengono? Cosa accade ai pezzi di muro che si sgretolano, cadono e vengono portati via? Sanno di essere stati parte di un muro e prima ancora di un pezzo di roccia, o di una cava, o di una catena montuosa—magari dall’altra parte del mondo? Dove sono le persone che hanno lasciato il proprio tag su quella parete? Come sono le loro vite? E così via…Una volta consegnato questo groviglio di idee a Jeroen Erosie, artista con un’identità estetica che ho sempre considerato eccezionale e inimitabile, è iniziato il suo processo personale di trasformazione artistica tramite l’influenza di “Panta Rei” che lo ha portato a superare un periodo di blocco creativo attraverso la lavorazione e scultura del cemento come nuovo medium. I quattro oggetti che combinati creano la scultura fotografata per la cover e fanno anche riferimento ai quattro capitoli del cortometraggio che ho realizzato per l’album, sono in dimensione reale e rappresentano, manifestano, tutto quello che avevo pensato. Fanno parte del pacchetto dell’album anche un piccolo libro di 32 pagine e il cortometraggio che citavo prima. Il libro contiene i testi delle canzoni, dei piccoli trattati e vari “puntini sulle i” che volevo mettere riguardo ad alcuni dei temi dell’album; still fotografici del corto e schizzi grafici dell’artwork di Jeroen. Il film invece, realizzato con Nikola Lorenzin e Niccolò Natali del collettivo di registi Santabelva, è un poema visivo di 9 minuti che esplora il tema della trasformazione attraverso il condizionamento esperienziale del corpo e del sé. In continuità con il percorso sonoro concettuale dell’album, è diviso in quattro capitoli (Ritmo, Linguaggio, Altri e Movimento) e la colonna sonora è composta dal sound design originale delle canzoni del disco, ma riconcepito con l’obiettivo di richiamare i brani e offrire allo stesso tempo un’identità sonora distinta per ciascun capitolo del film.
La centralità delle percussioni pare sia sostanziale nel tuo lavoro. Nasce da tuoi ascolti/passioni? Cosa ti piace ascoltare quando non sei in consolle o su un palco e che tipo di ascolti ti hanno appassionata via via negli anni?
Il ritmo mi muove, mi incuriosisce, stimola parti involontarie della mia mente e del mio corpo. È una lingua che interpreto, capisco e trasformo in modo intuitivo, detto questo non influenza minimamente quello che ascolto. In generale ascolto di tutto, in particolare molto jazz, trip hop ed elettronica sperimentale, anche se devo dire che faccio fatica ad ascoltare musica nuova quando sono in fase di completamento di un progetto. Ascoltare musica viene visto come qualcosa di rilassante, associato allo svago, ma se è il tuo lavoro è molto difficile disassociarsi e non pensare agli aspetti tecnici o percepire quelli estremamente emotivi.
Visto il periodo ti chiedo 3 uscite che nel 2025 ti hanno impressionata particolarmente come pezzi da usare nei tuoi set e 3 di album o ep che invece hai apprezzato per l’ascolto casalingo.
Domanda difficilissima, ma voglio citare le due V/A Tectonic Sound (Tectonic Records), no pare sigue sigue 4 (Tratratrax) e l置ltima uscita di Zohar e Nymfo Mirrors per quanto riguarda il mondo club. Mentre per quanto riguarda altri ascolti, sicuramente Los Thuthanaka di Chuquimamani-Condori, wishful thinking di Duval Timothy, e ognuno degli artisti/album inclusi nel mio mix per Bleep anche se non sono usciti nel 2025.
Cannibal Se-lecter
Cover: Daniel Cohn










