Nella foresta i limiti diventano possibilità. Incontro con Rafael Anton Irisarri

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Rafael Anton Irisarri è più di un produttore. E’ un poeta del suono. Tra ambient e shoegaze le textures che compone sono parole delicate, struggenti, immerse in una drammaticità drone. Originario di Seattle la prima pubblicazione importante arriva in tempi recenti, nel 2007, ma appena tre anni più tardi diventa già un punto fermo della Room40 di Lawrence English. Il 2015 di Rafael si è chiuso con l’uscita di A fragile Geography, un album dall’intensità straordinaria e dalle frequenze così ricercate da mettere in crisi la produzione stessa del disco!
Era dal 2013 che Rafael mancava dal nostro Paese e questo mese avremo il piacere di ospitare a Torino, Venezia e Milano dove si esibirà il 16 febbraio al Masada in occasione dell’evento Persistence organizzato da Plunge di cui Frequencies è mediapartner.

Ciao Rafael che ne dici se incominciamo questa chiacchierata parlando dei tuoi inizi? Quando hai incominciato ad appassionarti alla musica elettronica?

Ho fatto musica per quasi tutta la vita, da quando mio nonno mi regalò un piccolo pianoforte giocattolo per il mio quarto compleanno. Detto questo, ho iniziato a pubblicare musica soltanto negli ultimi dieci anni a partire dal mio primo album “Daydreaming” che è uscito su Miasmah nel 2007.
Da adolescente ero completamente preso dalla musica. Ero goffo, un po’ solitario, magrolino, fragile che veniva preso di mira dagli altri ragazzini. Fin da subito la musica è diventato il mio modo di affrontare la sensazione di non appartenere a nessun luogo. Ad oggi ci sono volte in cui mi sento ancora così.

Quali sono state le tue influenze maggiori?

Mi piacciono in ugual misura i compositori classici e moderni (in particolare quelli minimalisti e post), l’indie rock, la musica elettronica sperimentale da club, il dub, il post punk, la techno, anche qualcosa di country (Lee Hazlewood per esempio).
I miei gusti coprono uno spettro abbastanza ampio: Erik Satie, Gustav Mahler, Debussy, Maurice Ravel, Arvo Pärt, Oliver Messiaen, Iannis Xenakis, Steve Reich, anche qualcosa di Chopin e Sibelius.
Harold Budd è uno dei miei preferiti di sempre. Il modo con cui suona il piano da un’enfasi al silenzio tra le note da valorizzarlo tanto quanto il suono stesso; voglio dire, ciò che non suoni è importante quanto se non di più di quello che suoni. Lo adoro!

A quale immaginario ti ispiri?

Sono appassionato di David Lynch, Jan Svankmajer, Brother’s Quay, Terry Gilliam, Terrence Malick, Lars Von Trier, David Cronenberg, Gullermo Del Toro, Pedro Almodovar, Werner Herzog, e così via.
Ci sono così tanti bei film in giro! Di recente ho visto “The Lobster” del regista greco Yorgos Lanthimos. Una distopia davvero incredibile! Accanto ai film apprezzo molto la pittura minimalista e la scultura. Sono un grande fan di Eduardo Chillida, Richard Serra, Alexander Calder, Agnes Martin, James Turrell, e molti altri. Un paio di giorni fa sono andato a vedere alcune sculture stupende di Michael HeizerNorth, East, South, West” alla Dia: Beacon (vicino casa qui a NY). Dopo svariate volte finalmente sono in grado di avvicinarmi davvero a loro fino a vedere cos’hanno dentro. Lavori straordinari!

Chi è il tuo ascoltatore ideale?

Chiunque desideri realmente ascoltare, immergendosi e concentrando tutta la propria attenzione nella musica.

Come pensi di essere evoluto in questi anni?

Sono diventato più scontroso e meno saggio.

E’ ancora corretto parlare di minimalismo? Lawrence English usa l’espressione “maximal minimalism”, cosa ne pensi?

E’ un modo per esprimere il dualismo insito nel suono: può essere molto calmo e tranquillo ma anche dinamico e intenso allo stesso tempo.

Come nasce una tua traccia? Parti già con un’idea precisa o è un processo più istintivo?

Domanda difficile, potrebbe essere qualsiasi cosa: un field recording, un suono, una melodia di qualsiasi strumento, un pensiero, un’idea, un sentimento. Ci sono così tante cose differenti da cui trarre ispirazione, è difficile sintetizzarle in quell’unica cosa che faccio sempre. Il mio procedimento si evolve costantemente ed è raro che mi ripeta quando si tratta di approcci compositivi. Non ho una formula, se ce l’avessi potrei creare molto più velocemente!

A Fragile Geography riflette il difficile momento che stiamo vievendo nel mondo. Come credi che sia cambiata la geografia mondiale in questi anni? Come mai hai sentito il bisogno di comporre qualcosa a riguardo?

Da sempre la musica è stata il mezzo per far fronte alle mie frustrazioni e ai miei problemi di salute. La depressione può essere un potente alleato quando la sai canalizzare correttamente. Questo nuovo disco è in realtà una riflessione su un periodo della mia vita. C’è molta bellezza nella tristezza. Si potrebbe dire che rispecchia l’ansia generale che stiamo respirando oggi negli Stati Uniti. Qualcuno dei miei primi lavori si concentrava sulla decadenza del sogno americano. A quasi dieci anni dalla mia prima release stiamo ancora vivendo una situazione assai tesa in America, ogni giorno che passa sembra ci siano sempre meno opportunità. A volte rifletto sul mondo e l’unica cosa che mi pare giusta è produrre un sacco di rumore da far uscire fuori in un modo o nell’altro.

Sappiamo che durante il tuo trasloco a New York sei stato derubato di tutto. In un certo senso ai dovuto ridisegnare la tua geografia personale: andare a vivere in una nuova città senza alcun legame con il passato è sicuramente un’esperienza dolorosa, ma musicalmente parlando potremmo considerarla anche una sorta di sistema catarchico per passare a una fase successiva?

Come si dice: ciò che non ti uccide ti fortifica. Ha messo un bel po’ di cose nella giusta prospettiva portandomi più vicino a persone cui voglio bene e allontanandomi da altre che mi gettavano addosso negatività. Mi ha mostrato chi sono i veri amici e chi no. Certo, quando penso a quelle cose (rubate) non mi passa più la giornata. Cose semplici tipo: “oh pensavo di avere questo o quello…“, e poi realizzare che non ce l’hai più. Ciò che ti manca di più è quello che è insostituibile, oggetti a cui tieni perchè ti ricordano affetti ormai lontani mentre adesso c’è solo una tenue memoria. Per coloro che hanno piacere a documentare la vita (come faccio io con la musica), è sempre difficile scenderci a patti. Da un punto di vista positivo invece questa esperienza mi ha fatto crescere come persona, come artista e come musicista. Ero abituato a pensare che bisognasse avere delle cose per essere crativi, e ora viene fuori che sono riuscito a lavorare con qualsiasi risorsa avessi a portata di mano. Questa è sempre stata la chiave di volta del mio processo creativo (trasformare i limiti in possibilità), e quest’inconveniente mi ha solo ricordato di poterla usare nuovamente, tornare alle radici e rimuovere tutto il superfluo.

A proposito come mai ha scelto di trasferirti a NYC?

In effetti non vivo in città. Vivo in una zona di campagna nel nord, la Lower Hudson Valley, che è considerata una parte periferica di NYC. Certo molte persone in città si riferiscono erroneamente a quest’area come settentrionale. Io la chiamo “la foresta”. Non è di sicuro settentrionale come ti potranno confermare gli abitanti di Syracuse!!
In ogni modo mi sono trasferito perchè mia moglie, che lavora come stilista, ha avuto una proposta di lavoro nell’area metropolitana di New York. Io però non volevo andare a vivere proprio in città, che non mi piace per niente, così questa è stata la soluzione migliore. Sono abbastanza vicino alla città, con una corsa in treno posso andare a vedere uno spettacolo o una mostra, o incontrare dei clienti, ma posso anche tornare alla solitudine del bosco senza dover avere a che fare con la sovraffollata claustrofobia tipica delle metropoli.

Un’ultima domanda. Era da un po’ che non suonavi in Italia, siamo curiosi: come hai impostato lo show?

Il mio nuovo live utilizza grandi amplificatori sulle basse frequenze ed esplora un vasto raggio di dinamiche, da parti molto calme e melodiche a passaggi più intensi e rumorosi. Una cosa importante: portatevi i tappi!!!

Federico Spadavecchia

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