Musica come architettura in movimento: Sungazing (رضایت) by Labour

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Sungazing è l’ultimo lavoro del duo berlinese Labour. La prima parte è stata presentata al Kraftwerk durante il festival Atonal X100. Il secondo capitolo si è svolto all’HAU – Hebbel Am Ufer.

I LABOUR sono Farahnaz Hatam e Colin Hacklander. Ultimamente hanno ottenuto grande visibilità nella scena artistica berlinese per i loro pirotecnici progetti d’avanguardia e le performance immersive, spesso impreziosite dalla partecipazione di artisti di diverse discipline. A novembre 2022 hanno curato il festival di tre giorni Atonal X100, concepito attorno all’eredità di Iannis Xenakis, a cent’anni dalla nascita. Con la sua produzione rivoluzionaria, il compositore greco ha gettato le basi della musica d’avanguardia, traducendo in suoni il linguaggio matematico e architettonico. Alcuni degli artisti in programma hanno proposto brani tratti dal suo repertorio, mentre altre performance hanno preso ispirazione dai suoi assunti innovativi. L’apice del festival è stato raggiunto con l’opera Sungazing degli stessi Labour, che hanno giocato al meglio con tutti gli aspetti della musica stocastica di Xenakis.

19.11.22 – Sungazing (رضایت) by Labour, Atonal X100 – Kraftwerk, Berlin

Con l’intenzione di creare un’esperienza coinvolgente e al contempo dispersiva, i Labour hanno sfruttato tutto l’enorme quadrilatero del Kraftwerk.
Il pubblico, totalmente disorientato, si è ritrovato ad inseguire il filo conduttore da una parte all’altra dell’imponente ex centrale termoelettrica, mostrandosi affetto da un’inguaribile FOMO e assuefatto alla staticità di semplice fruitore. Siamo stati così indotti a sperimentare la libertà di poter definire la nostra interazione cinestetica all’interno dello spazio acustico.
Sungazing si è sviluppato su più livelli, tramite la stratificazione di elementi interdisciplinari. Si è aperto con un preludio di strumenti a corda in formazione orchestrale. Dopo i primi accordi isterici e strozzati, i musicisti hanno abbandonato il palco per disperdersi tra gli ascoltatori, mentre tamburi invisibili disposti lungo tutto il perimetro dell’edificio scandivano il tempo, l’intensità e le pause, diventando un riferimento a cui aggrapparsi per non perdersi in quello che si è trasformato in un gioco di ruolo anarchico. Così, ci siamo scoperti protagonisti attivi ed elementi in divenire dell’opera. Uno stormo asincrono che si è evoluto seguendo movimenti frenetici ma calcolati, mentre masse sonore si espandevano gradualmente nel tempo e nello spazio, in un lento crescendo che sembrava voler sottolineare l’angoscia, l’ansia per i limiti terreni e la fragilità della condizione umana.
A questo pattern ben si è legata la parte centrale della performance, che ha riflettuto sull’edonismo della club culture, sui suoi riti da svolgere al buio, sulla ricerca volontaria delle tenebre in contrapposizione alla luce, al fuoco e al sole. Si è ritrovata in questa dicotomia l’intenzione dei Labour di sviluppare alcuni temi dello Zoroastrismo, religione iraniana dalle antichissime radici basata sul conflitto cosmico tra il bene e il male. Nello Zoroastrismo l’energia del creatore è rappresentata dal fuoco e il sole, simbolo del Bene e di Dio, segna la vittoria sulle forze oscure. In questo senso, Sungazing può essere letto come un invito a guardare altrove, ad abbandonare l’oscurità in cerca di nuova luce, o semplicemente, di nuovi modi di stare insieme. La prima parte del viaggio si è conclusa con un crescendo ritmico costante e orientato a un climax fatto di suoni granitici e totalizzanti. Con un moto circolare siamo tornati alla base, l’orchestra si è ricomposta per chiudere il cerchio e singoli colpi di tamburi, dalla parte opposta, hanno ordinato la fine del rituale.

3.12.2022 – Sungazing (رضایت) by Labour, HAU Hebbel am Ufer, Berlin

La seconda parte di Sungazing si è svolta all’hHAU Hebbel am Ufer in una notte glaciale di inizio dicembre. Come da tradizione del teatro d’avanguardia, la performance è iniziata tra il pubblico, colto alle spalle quando meno se lo aspettava, tra le scale e i corridoi che conducono alla platea. I performer intravisti all’Atonal X100 hanno sfilato tra noi per lasciare la scena, creando un bridge semantico con quanto visto due settimane prima. Una volta dentro, abbiamo recuperato la fruizione frontale che era stata disgregata nel primo capitolo.
Siamo ripartiti dal sole. O meglio, dall’eclissi solare, unica condizione che permette di fissare negli occhi la palla infuocata senza dover distogliere lo sguardo. La contemplazione è durata poco, non ci è bastata, volevamo di più e ci siamo avvicinati al fuoco per dargli una carezza. Secondo la mitologia greca, Dedalo costruì ali fatte di penne e cera per il figlio Icaro, in modo che potesse fuggire dal labirinto costruito per il Minotauro. Nonostante le raccomandazioni del padre, Icaro si fece prendere dall’ebbrezza del volo e si avvicinò troppo al sole, che sciolse la cera e lo fece precipitare in mare.
Immersi come eravamo nelle proiezioni di Evelyn Bencicova, Enes Güç e Zeynep Schilling ci siamo lasciati attrarre anche noi dal sole, commettendo lo stesso errore. La nostra insistenza ha finito per frantumare la stella a noi più cara, mettendo così a repentaglio tutte le nostre certezze terrene. Ma ormai che eravamo in viaggio, chi poteva fermarci? Moti centrifughi ci hanno fatto rimbalzare verso galassie lontane, ci siamo alienati dalla nostra essenza, lasciandoci andare a una deriva insidiosa in cui l’umanità non aveva più nessun controllo.
In questa seconda parte, danza e visual sono stati i veri protagonisti, orchestrati dalla colonna sonora che ha ripreso e sviluppato ulteriormente i temi proposti al Kraftwerk con suoni granulari spinti al limite della saturazione. Il tempo della tribale ascesa è stato affidato a percussioni sempre presenti, che hanno accompagnato la danza cosmica di Cassie Augusta Jørgensen e Daniil Simkin. I due ballerini si sono alternati sul palco, sono stati i copiloti che ci hanno guidato nel viaggio lobotomizzante e frenetico verso l’ignoto e oltre.
La luce, clamorosa e accecante, si è fatta quasi ostile nella sua abbondanza. Sono rimasti flash impossibili da contenere con le nostre doti sensoriali. Abbiamo dovuto chiudere gli occhi e scoprire, con meraviglia, di poter continuare a vedere anche senza vista. Così, ci siamo ritrovati soli in un cratere di colori, in balia di un tunnel caleidoscopico caldo e accogliente, sostenuti da melodie ripetitive e finalmente morbide. E lì siamo rimasti, a crogiolarci nel bagliore di un’intimità drammatica.

Michele Scaccaglia

Copertina: Frankie Casillo 
Foto: Oriol Reverter

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