Clock DVA “White souls in Black Suits”

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Parlare di lateralità in un genere come l’industrial, è come dibattere di prosciutto nella bottega del salumiere; il concetto di divergenza è ontologicamente connaturato a questa musica che per definizione è antagonista alla dittatura del pensiero unico.
Il primo album di tale riferimento è l’esordio dei Clock DVA cioè White Souls in Black Suits, uscito nel 1980 su cassetta per Industrial Records, la label dei Throbbing Gristle. Chi vi scrive possiede invece la copia in vinile trasparente ristampato dall’italiana Contempo.
Capitanati dal carismatico Adi Newton, sono stati una delle compagini più importanti poichè hanno tracciato le coordinate del filone.
Adi è un genio fuori dalle righe, il cui estro spazia anche nelle arti visive; tuttavia è con la fondazione della band che ha dato prova della sua potente vena avanguardista.
Provenienti da Sheffield, una delle realtà urbane all’ombra della Union Jack più inquinate e socialmente depresse (insieme ai loro compagni Cabaret Voltaire), i Clock DVA partono dalla lezione dei Kraftwerk per creare un sound che sposa l’elettronica con le istanze free-jazz e l’impro minimalista della contemporanea. Così è stato fino alla svolta elettronica di Buried Dreams del 1989, quando ormai l’epoca d’oro dell’industrial era terminata da anni.
Il loro sound si può definire astrattista.
Essi non vogliono rappresentare in maniera diretta e neorealista, con suoni aderenti all’angoscia del reale, il volto crudo ed alienato del grigio agglomerato cittadino carico di smog. Compiono un processo analogo a quello della pittura astrattista del primo novecento europeo (Paul Klee, Kandinsky, Mondrian) e dell’espressionismo americano (Newmann, Kline).
Procedendo sullo stesso percorso e facendo parallelismi, nella band non vi è il dadaismo che sfocia nel “drama” dei Cabaret Voltaire e nemmeno lo shock uditivo dei Throbbing Gristle. Vi è la traduzione in musica dell’espressionismo meno materico e più segnico e cromatico, che rappresenta il dato nella sua nuda essenza, senza ricorrere ad effetti decorativi che ne appesantirebbero il significato con orpelli.
White Soul in Black Suits, nella sua scarna sperimentazione, è la base dei due lavori successivi. L’heimat è già tutta qui, poi sarà soltanto opera di cesello.
È un disco di quelli che influenzeranno la ricerca a venire, anche fuori dal loro genus di riferimento.

Consent: pennellate impro-jazz da camera fanno da anticamera ad uno scarno post-punk retto da un elementare giro di basso funky. La struttura armonica si disfa in un caos dissonante per poi ripartire. Battibecchi di sax impazzito e rasoiate di chitarra acida fanno da sfondo ad un cantato paranoico e alienato.
Disconsentment: esiste una rara genialità che è unica, se pensiamo al fatto di trovarci all’esordio. Questa consiste nell’aver saputo scarnificare e ridurre all’osso il suono, ricreando un senso di vuoto che simboleggia lo smarrimento; qui fluttuano un flauto che disegna sghembe melodie nel buio, sibili elettronici ed un cantare che praticamente è un sommesso parlato dall’oltretomba. Niente aleatorietà cageana ma un determinismo preordinato e progettuale.
Disconsentment 2: danza tribale e circolare dove le chitarre stavolta sono bagliori riverberati che si espandono a raggiera su un drumming rumorista e circonvoluto, il quale non conosce pause. È un anticipo delle atmosfere che troveremo in Thirst e Advantage.Still/Silent: la coda della traccia precedente con un pizzico di ansia in più.
Non: è il capolavoro, con una lunghezza di quasi undici minuti di evanescenze sperimentali. Si lambiscono svariate componenti: si tocca qui come altrove l’improvvisazione fatta di partiture di stampo free europeo alla Peter Brötzmann; si tocca la Kosmische Musik tedesca con una sequela di titillazioni elettroniche e rifrangenti di luce, ma anche con la voce di Adi Newton, che pare un sacerdote in cerca di un contatto con entità aliene; si tocca il minimalismo nella intelaiatura armonica, la musica concreta con un certo rumorismo simulato di colpi e rumori di fabbrica, la psichedelia per quanto riguarda l’insieme dilatato. Su tutto prevale un concetto di parcellizzazione sonora, mediante una scomposizione degli elementi, per creare una sorta di “drama” teatrale.
Relentless, ovvero la discesa nell’incubo. Le corde sono affilate con la mola per creare uno stridente attrito incandescente di stampo post-punk su un giro di basso ossessivo; l’insieme a reggere un grido strozzato dalle viscere terrestri.  Gli scheletri edili ed i suoi rumori diventano un delirio kafkiano di oscuri androni, ove l’individuo-operaio ha perso la sua dignità ed è alla mercé di un sistema produttivo che è altro da lui e che incombe come una spada di Damocle sulla sua testa.
Contradict: un’improvvisazione totalmente slegata, dove solo la ritmica di basso e batteria ha un ordine precostituito. Il cantato pare quello di un oracolante di un culto apotropaico di suburbia. Il resto è una cascata di note disarticolate e costipate, fluttuanti senza una meta; siamo dalle parti di un Trout Mask Replica beefheartiano più scarnificato da un’estetica wave.
Film Sound Track: è l’apoteosi del senso di solitudine attuale dell’animale sociale, fra l’incudine del bombardamento dei media ed il martello dei duri colpi inferti dal potere e dal sistema perverso del consumismo. Si percepiscono “colpi alle pelli” cadenzati ed in controtempo, atti a sorreggere un paesaggio sonoro inquietante: come se Marcuse, Fromm e Foucault fossero venuti a contatto con un oscuro rito ancestrale metropolitano.
Anti-Chance: è il magma finale, tutto dissonanza e disarticolazione.

Marco Fanciulli

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