Un silenzio assordante. La sfida di John Cage

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La definizione generica di limite è sia confine, barriera e sia grado ultimo, valore estremo da non superare.

Secondo il maestro zen Suzuki, uno dei mentori del giovane John Cage, in musica, come in ogni espressione artistica, è inevitabile l’appuntamento con il sopracitato concetto, inteso tuttavia nel duplice senso di sbarramento e di ultima Thule invalicabile; apparentemente frena e definisce ma in realtà rende possibile la creatività. Ogni limite non solo contribuisce a delineare una forma, che a livello musicale si può tradurre come la ricerca della struttura
armonica, ma ne dà carattere e vitalità. Per comprendere il senso di una composizione come il 4:33, bisogna partire da questo assunto. Un esempio viene in aiuto: il tavolo del soggiorno è a pianta quadrata.
Esiste un limite dato dai quattro lati di un quadrato che definiscono l’entità stessa che infatti oltre questo confine, cessa e inizia l’indefinito, non il vuoto o il niente.
John Cage mostra qui di oltrepassare la linea di demarcazione segnata dal pentagramma per esplorare un nuovo universo fatto di non-musica, che si identifica con un’estetica del tutto inedita. Il punto di arrivo sarà un viaggio dentro un mistero di suoni e colori chiamato Silenzio 4:33. Quattro primi e trentatré secondi. L’opera è a sua volta divisa in tre movimenti dalle durate ben definite: il primo di 30 secondi, il secondo di 2 minuti e 23 ed il terzo di 1 minuto e 40 secondi. Essa risale al 1952.
L’autore si è ispirato ai quadri di Robert Rauschenberg della serie White Paintings, che a loro volta riprendevano le intuizioni del Suprematismo del russo Malevic, ove compaiono tele bianche completamente a nudo e si realizza la perfezione visiva pittorica mediante un’assenza di pittura, che a sua volta diventa presenza di reconditi linguaggi.
Con questa creazione John Cage rivoluziona totalmente i parametri della musica, annullando il confine che esiste fra questa, il rumore ed il silenzio.
L’esecutore rimane impassibile per 4 minuti e 33 secondi e tale stato si impadronisce della sala, anche se non si tratta di assenza o carenza perché il Vuoto ontologico non esiste ma tutto è presenza dettata dalle mille voci “silenti”: stridori di sedie che si spostano, colpi di tosse di qualche spettatore, frastuoni provenienti dall’esterno come ad esempio il passaggio di automobili oppure il ronzio di un condizionatore. Sono tutti elementi che appartengono ad un concetto più ampio di suono che si fonda sulla casualità, proprio perché c’è l’assoluta indeterminatezza di non poter prevederli o programmarli.
E qui introduciamo un’altra nozione fondamentale per la comprensione sia di 4:33 e sia di tutta la produzione cageana: l’aleatorietà. È un’operazione che avviene in base alla genuina estetica del teatro dadaista di Hans Arp che si basa sulla casualità, lontano da ogni determinismo. L’associazione tra queste due realtà avviene perché la composizione oggetto della nostra disanima, ha una natura teatrale che coinvolge gli esecutori ed il pubblico insieme, annullando la distanza che esiste fra entrambi. Quest’ultimo diventa soggetto attivo e non più passivo e limitato al ruolo di ascoltatore. Il 4:33 inoltre ridefinisce pure le coordinate di spazio e tempo perché è un evento che si svolge in una determinata durata, la quale è il campo bianco entro il quale si estrinseca il mistero della creazione.
E’ la sala che si fa essa stessa partecipe di tale ideazione, perché in essa si svolge il componimento in relazione ad un’estetica che è “ambient” nel senso genuino del concetto di musica ambientale.
Fino a qui si è compiuta un’analisi su un piano iconografico; ora per completare il quadro bisogna passare all’ambito iconologico.
Qual è il significato che si è voluto esprimere attraverso questa realizzazione?
L’espressione di un panteismo sonoro ed universale.
Un concetto antichissimo “tradotto in note” attraverso un’elaborazione contemporanea del secondo novecento. Il panteismo ha origini nella più remota filosofia vedica ed è migrato attraverso l’Oriente al primo dei presocratici, cioè Talete di Mileto, che affermava che “tutto è pieno di dei”. Tutto ciò che ci circonda è intriso di misticismo ed il suono ne è la rivelazione. Anche gli oggetti di uso quotidiano possiedono un’aura viva e mistica.
Per dimostrare tutto questo occorre abbandonare l’idea che esistono barriere fra le sonorità, il rumore prodotto dalle attività umane e le “voci” della natura.
Il 4:33 è la sublimazione del silenzio come serbatoio di un universo sonoro, che non ubbidisce ad una logica deterministica di stampo atomistico – democriteo ma è dettata da una pura casualità che alla fine è solo apparente, perché nulla avviene per caso e tutto è riconducibile all’essere umano.

Marco Fanciulli

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