Cut Hands “Black Mamba” (susanlowly.com)

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William Bennett è il nome del momento. Un momento che dura da 32 anni.
Presente sul palcoscenico fin dal 1980 insieme ai Whitehouse, il suo unico grande obiettivo nella vita è stato quello di creare la musica più estrema possibile. Non c’è da stupirsi quindi che sia presto diventato un simbolo della scena noise americana.
Naturalmente i temi trattati non erano affatto docili: la violenza ed il sesso erano sempre al centro del discorso.
Le cose si fanno davvero inquietanti quando, alla ricerca di nuovi stimoli, si appassiona allo studio del linguaggio e della comunicazione inconscia: nel 2010 arriva a presentare alla Tate Britain il progetto Extralinguistic Sequencing sulle sperimentazioni d’ipnosi di massa.
Il ritmo, trasformato in un’arma affilata seguendo gli antichi nefasti rituali del voodoo africano, è la base di Afro Noise I, primo album sotto l’alias di Cut Hands (2011) per il quale ci sono voluti ben 8 anni.
Consolidata la teoria sono bastati dodici mesi per pubblicarne il seguito: Black Mamba, uscito su susanlowly.com e Blackest Ever Black, etichetta responsabile del ritorno della Techno alle più oscure radici post punk.
Nel booklet, oltre alla lista degli strumenti impiegati (un mix di percussioni etniche e sintetizzatori), le tracce vengono accompagnate da una breve introduzione a metà strada tra una didascalia e comandi ipnotici.
In poche parole quello che vi aspetta è una performance di Shackleton all’interno del Tempio della Gioventù Psichica.
Laddove però l’ex Skull Disco ricercava il contatto mistico/esotico con la cultura musicale magrebina, servendosi delle sue metriche irregolari per giocare con la dilazione del tempo, Cut Hands volge lo sguardo all’Inghilterra industriale vestendo contemporaneamente i panni di un grande sacerdote dell’occulto e di un intransigente sergente istruttore.
L’Africa è riletta in chiave marziale, non è più quella delle antiche tradizioni tribali ma quella che in nome di chissà quale crudele divinità mette in mano ai bambini un Ak 47.
Le percussioni passano dal rimbombare come cannoni all’accompagnare soundscapes desolanti.
Dopo lo scontro sul campo di battaglia non restano che cadaveri ed aria venefica.

Federico Spadavecchia

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