Mala “Mala in Cuba” (Brownswood)

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Probabilmente nemmeno Mala si sarebbe immaginato di finire a registrare un album a Cuba, se non altro perchè visto che in fondo si parla di dub sarebbe stato più logico aspettarsi una gita in Jamaica, la madre patria del genere.
C’è voluta una grande intuizione di Gilles Peterson, uno dei massimi esperti di world music in circolazione, per portare il dubstep su una strada diversa, particolare, invitando il boss della Deep Medi a farsi una vacanza nei Caraibi rivoluzionari per sperimentare nuove sonorità.
Cuba è un coloratissimo incrocio di paradossi, dove capisci che l’autostrada è finita non per via del casello ma perchè l’asfalto è sparito e ti ritrovi in mezzo a un prato, ma soprattutto dove l’espressione “la musica è ovunque” non è un luogo comune: perfino nel minuscolo Remedios, ultimo paese prima delle spiagge da sogno di Cayo Santa Maria, le casse in piazza pompano del tamarrissimo raggaton già dalle 8 del mattino!!
Non solo Buena Vista Social Club quindi, a La Havana gli scugnizzi inseguono le onde radio di Miami, esiste una scena electro acustica ufficiale (Nacional Electrònica), e nelle foreste qualche situazione simil rave di contrabbando pare ci sia.
Il disco nasce dalle jam session registrate nella Capitale insieme ai musicisti locali Danay Suarez, Roberto Fonseca, ed il coro Sexto Sentido guidato da Dreiser Durruthy Bombale.
Il leit motiv della situazione non è tanto il contrasto acustico/elettronico quanto piuttosto il compromesso tra lo stile indigeno, libero e sognante, e la cultura urbana sotterranea, più inquadrata e fumosa. I Cubani inoltre, pur conoscendo abbastanza bene la musica elettronica, sono rimasti incuriositi dalla pesantezza del basso creato da Mala.
Nel largo spazio lasciato agli esotici fraseggi di percusssioni e pianoforte l’unica richiesta fatta dal Digital Mysticz ai suoi compagni riguarda l’andatura: 140 bpm.
Mala ha lasciato l’isola con un hard disk pieno di materiale, che ha successivamente rimontato nel suo studio tentando di coniugare quanto registrato con i gusti del pubblico dei club, ormai sempre più abituato a drop ed anthems dalla facile presa dimentico dei vecchi tempi quando le note colpivano prima la testa della pancia.
Il risultato dell’esperimento, che val la pena di ricordare è il primo album davvero solista del Dj inglese, è un mojito sbagliato perchè la herba buena nel bicchiere non è menta ma ganja di South London.
Con la tecnica del wobble bass e giocando con le varie tipologie di ritmiche post garage Mala porta sulla pista un contenuto intelligente mascherandolo da schiacciasassi; d’altronde anche questa è una strategia cubana: la popolare Radio Enciclopedia riesce a trasmettere no stop pillole di cultura generale grazie a brevissimi stacchi di zanzarismi di Beltramiana memoria che impediscono all’ascoltatore di fuggire.

Federico Spadavecchia

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