Peter Hook “The Hacienda: How not to run a club”

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Non fosse che tutto quanto è successo davvero penserei d’aver letto un romanzo di Irvine Welsh.
Pensateci bene: un gruppo di amici sul finire dei ‘70 mette su una band e, dopo la tragica morte del loro cantante poco prima di partire per un tour negli USA, cambiano il nome del progetto, ottengono una fama mondiale, quindi insieme ai propri manager aprono un avveniristico club in quel di Manchester, tanto incredibilmente avanguardista quanto fonte inesauribile di debiti e guai per i prossimi 15 anni. E se durante i primi 6 anni di attività la sua esistenza passa quasi inosservata è nel 1988, con l’esplosione dell’acid house e all’abilità dei Dj resident (Mike Pickering, Dave Haslam e Graeme Park prima, Jon da Silva e Sasha poi), che l’Hacienda diventa il primo Superclub della storia mentre la Factory, l’etichetta che la gestisce, diventa il simbolo della fusione tra dance e rock indipendente.
In città non si parla d’altro che delle feste esagerate che vanno avanti tutta la notte esaltate dalla comparsa dell’Ecstasy, capace di trasformare un popolo chiuso e timido come quello inglese in sfrenati edonisti. Benvenuti a Madchester!
Non ci vuole molto però che le gang locali fiutino l’enorme affare della droga e scatenino una guerra per il suo controllo. La situazione si fa così pesante che lo staff dell’Hacienda è costretto a ingaggiare una di loro come buttafuori, nella speranza di interrompere quella spirale di violenza che aveva portato la città a un nuovo battesimo: Gunchester!
Inutile dire che la pace così ristabilita era soltanto una tregua, e che presto tornò a essere tutto come prima. Inoltre benché ormai il club vantasse migliaia di clienti, il bilancio continuava ad essere in perdita. Tuttavia dei conti in rosso non fregava nulla a nessuno perché, oltre a essere managerialmente degli inetti totali, agli Hacienda boys quello che veramente importava era offrire al pubblico un posto dove poter far festa tutti insieme con della grande musica!
Nel 1997, qualche anno dopo il fallimento della Factory, l’Hacienda fu costretta a chiudere definitivamente senza neppure un vero party d’addio. A sopravvivere, tra alti e bassi, resistette solo l’amicizia dei protagonisti.
In fine nel 2010 Peter Hook, bassista cazzone dei New Order, trova la forza di sedersi e riordinare i suoi ricordi svelando grandi doti narrative e rendendo finalmente giustizia ad una storia incredibile cui il film 24 hours party people non era riuscito a dare profondità. Vengono ridefiniti i ruoli degli attori, comunque sempre guidati dagli stoici visionari Tony Wilson e Rob Gretton (che su pellicola era stato lasciato ai margini), ma soprattutto ci viene regalata una serie di spassosissimi aneddoti, come quello che vede un giovane Laurent Garnier cuoco nel pub dell’Hacienda, il Dry, oppure quello del cliente che aveva perso il pitone nel club, e ancora i New Order che scoprono l’Ecstasy ad Ibiza nell’88 e il relativo mese di delirio.
Come disse una volta John Ford: “Se devo scegliere tra la verità e la leggenda, allora scelgo la leggenda”, ma nel caso dell’Hacienda non c’è davvero differenza.

Federico Spadavecchia

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