Club Transmediale ’11

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ctmIn un momento di forte transizione come questo, in cui ci si domanda se e quando usciranno nuovi generi musicali capaci di rapirci come fu per ultimo il dubstep sei anni fà, recarsi a Berlino in occasione dell’ultima edizione della Transmediale appare come un viaggio obbligato, una sorta di visita all’Oracolo di Delfi per conoscere la volontà degli Dei.
Tuttavia fin dall’inizio si sono manifestati sinistri presagi che avremmo dovuto interepretare come un segnale d’allarme ma che allora non avevamo colto.
Innanzitutto il programma relativo alla sezione Club era stato pubblicato con molto meno anticipo rispetto al solito, quindi la riduzione del Festival ad una sola settimana (con un sostazioso abbattimento della parte danceble) ed infine un caldo quasi surreale, che ci ha concesso di girare per la prima volta senza sciarpa e guanti in pieno febbraio.
Un altro elemento su cui riflettere è il motto scelto per quest’anno: Live?!.
Va interpretato nel senso performativo del termine, oppure come un’espressione sorpresa di chi si trova davanti ad un qualcosa che dovrebbe essere morto?
Per quanto ci si possa preparare al fatto che le cose possano andare storte mai ci saremmo potuti immaginare di trovarci in una situazione simile.
Uno dei festival di maggior tradizione europea sempre attento ai particolari e dall’organizzazione impeccabile è vittima in una sola volta di tutti gli errori mai commessi in passato, manco fosse un Mugello Festival qualunque.
Ma andiamo con ordine, al sole che trovo al mio arrivo a Kreuzberg, il tempo necessario per poggiare i bagagli e siamo già in giro per dischi: oggi Staalplat, domani Hardwax.
Insen di Alva Noto e Sakamoto è in tasca e si può dar via alle danze con il live di Deadbeat alla Hau 2 fissato per l’ora dell’aperitivo.
hau2
La prima brutta sorpresa della trasferta non tarda ad arrivare: i costosissimi abbonamenti (che per fortuna non avevo preso) da 80 Euro non comprendono tutti i concerti che perciò vanno acquistati a parte!!! Inoltre ogni location ignora il programma delle altre per cui le sovrapposizioni sono inevitabili.
Siccome poi le disgrazie non vengono mai da sole, succede che il media artist Lillevan non può esibirsi e di conseguenza lo show vedrà all’opera il solo Deadbeat, il quale si limita al compitino di premere play su Ableton con l’aria annoiata di chi aggiorna il profilo su Facebook.
Meno male che la serata prevede lo showcase della Hyperdub al mitico Berghain, può forse capitare qualcosa anche lì?
Ma ovvio che sì, i live in programma iniziano alle 21 circa e prima di mezzanotte il ticket (anche questo non compreso nell’abbonamento) costa ben 24 Euro, una cifra normale per noi Italiani ma che a Berlino in dieci anni di onorata presenza non ho mai visto manco a Capodanno. Risultato? Di Berlinesi non ce ne sono, è un party della Lonely Planet. E a proposito di pubblico, va sottolineato come gli unici Italiani presenti fossero quasi unicamente addetti ai lavori.
Salgo le imponenti scale della ex centrale termica e i Darkstar stanno finendo la loro performance: rispetto a quanto visto a Club To Club mantengono la stessa impostazione ma grazie alla location e al potentissimo impianto ne guadagnano in solennità.
Tocca poi ai King Midas Sound di Kevin Martin che sfruttano appieno il Funktion One a loro disposizione: i bassi da oltretomba misti alla voce nebbiosa di Roger Robinson danno vita ad un rito voodoo tra i gargoyles di Notre Dame.

Intanto nei cambi palco Kode9 plays Burial, per poi chiudere le sessions con il proprio act in coppia con Spaceape. L’uscita del nuovo album Black Sun è imminente.
Ma mentre noi ci perdiamo in un sogno oscuro, fuori dal locale qualcuno sta vivendo un incubo: molti ragazzi che avevano acquistato il salato biglietto in prevendita si vedono respinti dalla rigida selezione di Sven e compagni come in qualsiasi altra serata. Rimborseranno loro i soldi? E chi?
Quanto ai ballerini nella sala grande ai controlli c’è Cooly G che mixa Uk funky attuale con pezzi house stile Rej di Ame per un set senza troppo senso; un pò meglio di lei fa Ikonika che presenta uno stile più asciutto rispetto alle sue produzioni, ma che comunque non riesce a esaltarmi.
Meglio allora salire al Panoramabar per la Get Perlonized night con Zip (ovvero il Dandi nano) a fare gli onori di casa.
Niente introduzioni jazzate a sto giro, i colpi di cassa in 4 impongono il ritmo di marcia mentre sudatissime atmosfere house old school fomentano la pista.
La punta di diamante della festa è il dj set di Kode9, solo vinili per lui, un turbine di colori
che ben rappresenta il melting pot post garage (ed ormai post dubstep). Tecnicamente poi è un Mostro.
Terror Danjah e Scratcha sono quello che si ascolterrebbe a Miami se non andasse di moda l’hip hop.
Di sopra, dopo un incolore live di Half Hawaii, c’è Sammy Dee (ovvero il Libanese nerd) che sinceramente non ci ha mai comunicato molto.
Il gran finale verso le sette e mezza vede un set jungle squarcia budella con Kode9 in b2b con Ikonika e Cooly G.
berghain
Ci concediamo appena quattro ore di sonno che sono pure troppe quando Hardwax chiama, senza contare che poco più tardi c’è Edwin van der Heide.
Come per Deadbeat anche stavolta la performance non è delle più illuminanti: l’artista olandese lascia a casa gli scanner laser visti a Dissonanze in favore di una più tradizionale proiezione minimalista in cui luci colorate si sincronizzano con le ultra frequenze riprodotte. Niente di inedito insomma. Onestamente se fosse stato gratuito non ci sarebbe stata aluna lamentela, ma anche qui la sensazione di essere presi per i polli che devono pagare la crisi tedesca è abbastanza forte.

Berlino è una città straordinaria con una combinazione incredibilmente favorevole di servizi, bassi costi ed alta qualità della vita, scelta come casa dai migliori artisti mondiali e allora perchè non c’è quasi nulla per cui stupirsi? Come dice Simone KKè come allenare il Real Madrid e puntare alla salvezza“.
Al di fuori della suprema Basic Channel che ha benedetto la via del dubstep a la Scuba, e della scena Berghain/Ostgut Ton, capace di rilanciare la Techno quando era data per spacciata, non esiste infatti nessuna nuova scuola nata direttamente sotto la Siegessäule degna di nota, tante cose discrete ma pochissime fanno la differenza.
Anche tra i locali si fa davvero fatica a trovare eventi interessanti sul serio, un paio di feste al mese e non di più, e di mezzo c’è sempre il Panoramabar.
A mezzanotte ci raduniamo puntuali nel tempio di Friedrichshain con lo showcase della Stroboscopic Artefacts.
Lucy manovra energie oscure fino alle quattro e le mie gambe implorano pietà.
Dormita, doccia e via nuovamente al Berghain per Norman Nodge che mette su musica così potente da ricaricare le antiche turbine rimaste in sala, una techno moderna e classica al tempo stesso la cui forza sta nella ricerca dei suoni.
Non so dove sono non so se è giorno o notte, voglio solo ballare. Ritrovare tutti gli amici su questo dancefloor senza essersi dati appuntamento è un’emozione magica che a parole non si può descrivere.
Al piano superiore scopriamo la classe di Mark du Mosch: un set vario ma coerente perfetto per l’after, si va dai viaggioni prog house all’acid a momenti soulfull e wave. Grande!!!

Gli ultimi concerti in programma sono i tre act sperimentali alla Technische Universität (due dei quali non pervenuti mentre ottima performance di Robert Henke con il suo studio sui tuoni) ed il live di Scion feat. Tikiman alla Hau 2.
Il trio simbolo della Basic Channel non delude e tutto il pubblico vorrebbe di più che una misera ora!!!
Per cercare di accontentare la sala (e riparare ai problemi dello show di martedì sera) viene promessa la performance di Signal, che in realtà si rivela essere soltanto la proiezione in anteprima del suo nuovo lavoro (in pratica ciò a cui anela Richie Hawtin da anni) senza l’artista presente.
[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=rtcw62Hz8e4[/youtube]
Si chiude così questa undicesima edizione della Club Transmediale con un gran senso di amarezza, perchè se pure qui dopo anni di onorato servizio si inizia a cedere alle lusinghe del facile guadagno la sopravvivenza della musica elettronica è a serio rischio.

Federico Spadavecchia

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