We Wanna Be Adored: 20 anni di The Stone Roses

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Se per anni la musica rock e quella dance sono andate avanti su binari paralleli senza mai correre il rischio di incontrarsi, anzi con i rockers a guardare gli altri dall’alto in basso al motto di “disco sucks!” e soprattutto con la benedizione di artisti quali Morrisey che andava ripetendo “bruciamo le discoteche, impicchiamo i tanto idolatrati Dj!“, nel 1989 lo scontro fu inevitabile e la vittoria sorrise beffarda alla così-vuota-di-contenuti musica da ballo.

Siamo in piena epoca tatcheriana, l’idea di collettività è stata spazzata via dallo più sfrenato individualismo, gli stadi avevano parotito una nuova categoria di hooligans, i c.d. casuals per il loro modo di vestire eleganti, e Manchester, col suo grigio industria dominante, era la capitale della working class.

Ma questo è anche il periodo in cui Paul Oakenfold, Danny Rampling e Nick Holloway scioccano la società benpensante londinese con i loro parties, imponendo l’acid house come fenomeno giovanile di massa; migliaia di ragazzi si radunano sotto il raccordo autostradale M25 a ballare fino al mattino ipnotizzati dalle lisergiche melodie della Roland Tb 303.

Il 1989 è questo. Vedi undicimila persone a un warehouse party, e in sostanza il fatto è che la gente si accorge che questo è un mondo crudele e devi cercare altra gente, di mentalità simile alla tua, e dovete stare insieme e proteggervi a vicenda. C’è tanta di quella merda in giro, il minimo comune denominatore dei rifiuti ad ogni livello, e secondo me a un certo punto la gente non ne può più“.

Così si esprimeva, sulle pagine di Melody Maker, Ian Brown, leader degli Stone Roses, band proveniente dall’operaia Manchester che, nel giro di un anno, si era trasformata da capitale dell’indierock a culla del rave’n’roll, come stesse seguendo la sorte degli orfani di un altro leggendario Ian, risorti nelle vesti dei New Order di base in quell’Hacienda quartier generale della Factory records del visionario Tony Wilson.

Sulle ceneri di Joy Division e Smiths si dimenano gruppi come appunto gli Stone Roses e gli Happy Mondays (altro prodotto di casa Factory), autori della definizione 24 hours party people, geniali nel capire l’evoluzione della musica, portando alla luce la vena funk dell’house, rendono finalmente possibile il crossover tra dance e rock.

Voci beatlessiane, sezione ritmica degna di James Brawn e chitarre usate come fossero Tb 303, avevano portato il rave nelle radio dei ragazzi inglesi: l’omonimo album The Stone Roses era primo in classifica!

Arroganti in maniera spudorata (indovinate a chi si sono ispirati gli Oasis…) i Roses credono nella lotta proletaria (”il labour è morto“) e dal vivo sui ritmi tribal/funk di Mani e Reni Ian si cala nel ruolo di messia/raver, una sorta di saggio illuminato dall’MDMA, esigendo l’adorazione del pubblico perchè I don’t have to sell my soul/He’s already in me (I wanna be adored), ed ancora insiste con I am the resurrection, una canzone di oltre 8 minuti, di cui i primi 3 servono a caricare un ritornello dalla melodia da “su le mani e lacrimoni” se non fosse per un testo ben al di là della bastardaggine: non solo il protaginista nelle prime tre strofe si disfa senza alcun giro di parole di un ipotetico scocciatore (una fidanzata? un ex amico? un discografico?) quindi lo schiaffeggia più forte che può a colpi di ego: I am the resurrection and i am the light/I couldn’t ever bring myself to hate you as i’d like. Il pezzo lungi dal finire si sfoga in un’interminabile rapsodia psichedelica quasi fosse l’extended version di un mix da club.

Tutti i grandi eventi fanno a gara per avere i Roses come headliner, perfetti a scaldare la pista ai Dj house e techno, Fools gold e Made of stone sono anthem, mentre Bye bye Badman a detta dello stesso Brown è una chiamata all’insurrezione.

Di essere i migliori al mondo non gliene fregava niente e nella loro Madchester sono esplosi e si sono spenti appena dopo lo scialbo Secondo coming, cercando poi ognuno per la sua strada una nuova vita, con il solo Mani a proseguire l’opera dei Roses stavolta con i Primal Scream (precedentemente autori dell’album capolavoro Screamedelica prodotto da Andrew Weatherall, completamento ideale di quanto iniziato dai Roses), mentre Ian ha fornito prove dai risultati alterni, la cui migliore prestazione è l’imperiosa “Reign“, scritta e prodotta dagli UNKLE di James Lavelle e Richard File.

Oggi festeggiamo con un’edizione del disco rimasterizzata i 20 anni di questa mitica band, e con la sempre più crescente onda neo rave acid, che ha riportato alla ribalta stelle dei primi anni ‘90 come Altern8 e 808 State, speriamo di rivedere i Roses sul palco del prossimo Bloc Weekend o Bang Face. Come cantavano gli Happy Mondays, Rave on.

Federico Spadavecchia

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