Venetian Snares “Filth” (Planet Mu)

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venetian snares filthPrendete il Tarantino di Hostel e chiedetegli di fare un disco con seghe elettriche, uncini, catene e qualsiasi altro strumento di tortura vi possa suggerire la fantasia, ecco forse adesso siete abbastanza pronti per ascoltare l’ultimo album di Aaron Funk, meglio conosciuto come Venetian Snares , senza che vi prenda una sincope appena inforcate le cuffie.

Filth è una trionfale marcia funebre per zombies-ravers ancora sotto metanfetamine, richiamati alla vita da un diabolico Sciamano durante un rito voodoocore.

La vergine designata per il sacrificio propiziatorio è la bella Roland Tb-303 (mitico sintetizzatore alla base del genere acid house n.d.r.) che dapprima viene fatta ubriacare con l’assenzio più forte, e quindi sepolta viva in una bara di serpi. Inutile cercare di resistere alla volontà degli Dei grattando il sarcofago fino a farsi sanguinare le dita, l’unica strada rimasta è quella di una lunga e claustrobica agonia che conduce al delirio.

I lamenti strazianti che escono filtrati dalla fredda terra accompagnano la macabra danza dei non morti fino alle prime luci dell’alba, quando le loro anime saranno nuovamente a riposo negli inferi.

E’ grazie alla potenza di questa armata delle tenebre che i novelli Ash di casa Planet Mu hanno resuscitato l’easmine, e in via di decomposizione, salma della scena rave inglese per di più riuscendo a dare visibilità e appoggio a nuove realtà emergenti che ora sono sul punto di conquistare il mondo.

Certo non sono più i tempi spensierati dell’acid house e della prima happy hardcore del ‘92, oggi siamo tutti ben consci dei nostri limiti sociali ed artistici ma dischi come Filth dimostrano che è possibile sopravvivere al superamento dei 200 bpm senza dover sacrificare ogni impulso creativo.

A differenza dei patinati produttori minimal e nuhouse, ormai adagiati comodamente su un divanetto vicino al mare,Aaron non si vergogna della sua tshirt sporca di birra o dei suoi lunghi capelli che lo nascondono al pubblico. Ecco la sua vera forza: un’inossidabile attitudine old school unita alla costante voglia di scoprire un suono o un mondo nuovo, anche se, come in questo caso, volesse dire armarsi di pala e profanare un cimitero.

Federico Spadavecchia

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