I AM Festival ’08, Torino

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Sei a casa, di fronte al computer, e tenti di fare chiarezza tra le mille sensazioni che si rincorrono. Apri un nuovo file di testo e provi a buttare giù qualche riga, cercando di trasformare in una sequenza di parole le immagini del Festival appena trascorso.

Vorresti citare ogni piccolo appuntamento, raccontando l’impegno e la passione delle tante persone che hanno dato vita alla kermesse, narrando, infine, le mirabolanti gesta dei big presenti in cartello. Tenti ancora una volta di scorgere le analogie tra le fabbriche grigie di Torino e il vento freddo di una città industriale del Michigan, e di convincere te stesso e chi ti sta intorno, per strada, sui forum, nei club, che il luogo in cui vivi rappresenta davvero un importante avamposto elettronico nella penisola.

Eppure c’è qualcosa che stona. Qualcosa che non torna. Sono quelle cento persone con gli occhi lucidi venerdì 11 aprile al Suono. O meglio, sono tutte le altre che non c’erano.

I AM Festival nasce come naturale evoluzione dell’esperienza IamFromDetroit maturata lo scorso anno, racchiudendo nell’arco temporale di due settimane un programma variegato e di qualità. Trenta artisti, dieci location, intere giornate di musica, dibattiti e incontri; un appuntamento atteso, nato dalla collaborazione di alcuni importanti staff cittadini, nel tentativo di trasformare Torino in un piccolo laboratorio musicale e tecnologico.

Forte la rappresentanza territoriale subalpina, ma altrettanto sostanziosa la compagine estera, con esponenti di spicco dell’elettronica inglese, americana, giapponese, tedesca e scozzese. Sotto ogni punto di vista, un evento importante per la città.

Calorosa e colorata l’accoglienza riservata a Fumiya Tanaka, primo grande nome della maratona I AM, di scena sabato 5 aprile al Fluido. Il giapponese alterna ritmiche prettamente minimal a groove più carichi e technoidi, per consolidarsi poi su atmosfere deep e melodie elettroniche, dimostrando una buona tecnica e una selezione non banale. Avvistati in pista seguaci in kimono.

La macchina del Festival macina chilometri, comincia ad esser calda, e dopo alcuni giorni di riposo, giovedì 10 si passa dalle terre d’Oriente alle fredde piogge britanniche. Ospite d’eccezione all’Ab+ è un pezzo di storia musicale in carne ed ossa: A Guy Called Gerald.

Armato di mixer e doppio MacBook, contro ogni pronostico degli scommettitori, Gerald Simpson inizia spedito un viaggio nei meandri più melodici di Detroit, lasciando piacevolmente sorpresi i presenti.

Dopo un’ottima partenza e un momento di parziale smarrimento, elabora nel complesso un set estremamente eclettico che attraversa in toto le diverse sfaccettature della musica elettronica, approdando ad un finale in puro stile drum&bass nell’entusiasmo generale.

Impianto non eccelso (l’Ab+ non è certamente un club in senso stretto), discreta partecipazione del pubblico, e disco finale dei Rollers gentilmente interrotto dalla Municipale all’ingresso del locale. Non sia mai che Torino corra il rischio di svegliarsi.

Venerdì è tempo di una doppia escursione, tra le verdi colline scozzesi e le industrializzate metropoli americane.

Dieci anni fa Gabriele Romagnoli scrisse di come poteva esser semplice crescere un figlio a Chicago: “Gli mostravi Scottie Pippen e gli dicevi che può capitarti di essere eccezionale in quello che fai, di sentirti un numero uno, ma di nascere nello stesso momento e di misurarti sotto lo stesso cielo di qualcuno che è ancora più forte di te e allora, se non vorrai sprecare il tuo talento, anziché giocargli contro, ti allenerai con lui, gli passerai la palla e insieme andrete a canestro”.

E son sicuro che non me ne vorrà a male Funk d’Void se scrivo che la notte dell’11 aprile ha visto tre sole stelle brillare nel cielo di Torino.

Trascorri anni della tua vita a riempire le tasche di dj superstar, o a incrociare ragazzetti che si credono divinità dopo aver smanettato due volte con l’UC-33, finché una sera d’aprile come tante altre non ti imbatti in tre omoni neri, che la storia della techno hanno contribuito a scriverla, e che anziché guardarti con sdegno e superiorità, ti abbracciano e ti chiedono di fare una foto insieme. E’ perlomeno spiazzante.

L’11 aprile, a Torino, è la notte dei Los Hermanos. La location prescelta è il Suono di via San Massimo, senza ombra di dubbio il locale con i migliori impianti audio e luci in città. Mentre in consolle si susseguono Federico Buratti e Federico Gandin, luccicano sul palco laterale dieci metri di tastiere, batterie elettroniche, mixer, cdj, casse e luci, per quella che da lì a poco si rivelerà una lezione di vita, prima ancora che di musica.

Gerald Mitchell e compagni attendono il proprio turno seduti sui divanetti in fondo al locale, regalando sorrisi e strette di mano, scherzando e intrattenendosi con chiunque abbia voglia di scambiare due parole, facendosi magari autografare un vinile.

Arriva l’ora di dar vita allo show e i tre omoni raggiungono i loro strumenti; in un misto tra eccitazione e devozione ti avvicini al palco e non puoi fare a meno di guardarti intorno. Il vuoto. Questa è la risposta di Torino a uno dei gruppi più influenti della storia recente della musica elettronica. Accanto a te alcuni dei soliti volti noti, vecchi e nuovi amici, diversi dei quali hanno fatto centinaia di chilometri per esser presenti.

Chi viene da Genova, chi da Milano, chi da Firenze. Ma il clubber torinese e tanti “addetti ai lavori”, questa notte hanno scelto di rimanere a casa, salvo poi affollare lo stesso locale la sera successiva, ammassandosi di fronte a un Ananda e un Eulberg qualsiasi.

La musica dei Los Hermanos spazia nei territori del funk, del soul e del jazz rielaborati in chiave techno, attraverso le tastiere di Mitchell e le evoluzioni ritmiche di Mark Flash e Raphael Merriweathers Jr.; è un viaggio a ritroso nel tempo, che parte da alcuni nuovi brani dell’album Traditions & Concepts, in uscita sulla Submerge, per arrivare a classici del calibro di Quetzal.

Poi il silenzio. Applausi, grida, sorrisi. Silenzio. Un interminabile minuto di tappeti noise, un’ondata di suoni cupi ed inquietanti, e le quattro note più attese di tutto il Festival: Jaguar live. Una di quelle esperienze che non capitano spesso nella vita, qualcosa in grado di scavarti un solco dentro, lasciando un segno indelebile nel profondo dell’anima. E’ l’apoteosi.

Il culmine di gioia, commozione e rabbia. Il punto fermo dopo il quale tutto il resto va irrimediabilmente a capo.

Lars Sandberg iniza un djset caratterizzato nel segmento d’apertura da suoni duri e molto ritmati, mentre per dieciminuti gli applausi e gli abbracci sono ancora per i tre ragazzi venuti da Detroit. Funk d’Void continua il suo percorso mantenendo un passo svelto, per poi far rotta su strutture più melodiche, realizzando nell’insieme un set energico e piacevole, degna conclusione di una serata musicalmente sublime.

Ancora incredulo e visibilmente scosso, a rigettarti nel presente, ventiquattr’ore dopo, saranno il caldo impietoso e le spinte di centinaia di persone accorse in massa alla corte di Dominik Eulberg e Gabriel Ananda. Il primo si esibisce in djset, il secondo in un “live” con Mac e controller; le virgolette sono d’obbligo. Non per farne una questione di dimensioni, ma nell’era post Los Hermanos, prima che qualcuno possa parlare di live in un club torinese, si preoccupi di contare quanti metri di palco occupano le sue tastiere e le sue drum machine.

La musica dei due tedeschi scorre su binari paralleli, ed oggettivamente non sembrano artisti amanti del rischio: via la cassa, effettino del mixer, ripartenza dei bassi. La gente apprezza, tutti contenti quindi.

Archiviato il Festival è tempo di bilanci:

Da una parte, la disillusione profonda per una Torino che si dimostra definitivamente chiusa, barricata nel proprio orticello oltre il quale sembra incapace di guardare. Dall’altra, un messaggio di umiltà, qualità e purezza consegnato nelle mani e nei cuori di chi ancora ci crede, da quei tre omoni venuti da lontano.

E in fin dei conti, forse, in un mondo dominato dalle mode e dal commercio, è questo lo spirito che da sempre aleggia tra le fabbriche di quella fredda città del Michigan.

“No hope, no dreams, no love. My only escape is Underground.”

Andrea Pregel

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