Il 30 marzo l’Ost-Pol di Dresda ha ospitato uno degli appuntamenti più interessanti della stagione per chi gravita attorno alle sonorità oscure d’oltremanica: The Cutter, band di Manchester in rapida ascesa.
Sono stati preceduti in apertura da Tomás Nochteff, argentino di Buenos Aires, che ha attraversato negli anni una serie di progetti che lo hanno formato come uno degli operatori più coerenti della scena post-punk sudamericana ed europea.
Ex metà del duo Mueran Humanos, per anni confinato ad una dimensione di culto malgrado la qualità, si è presentato riducendo la strumentazone per scelta estetica precisa. I riff ipnotici di basso da death disco si sono agganciati alla drum machine e si stratificavano in crescendo, mentre la voce — appassionata e poetica — galleggiava sopra un’architettura sonora costruita nota per nota in tempo reale. Il set con una sua identità compiuta; il tipo di performance che si ricorda.
Il terreno era quindi già ben preparato all’arrivo dei mancuniani. Il trio ha costruito il proprio universo sonoro esplorando paesaggi urbani decadenti e romantici, intrecciando electronica gotica, darkwave e eoise dentro una cornice shoegaze altrettanto atmosferica e dissonante. Le drum machine scandivano geometrie rigide su cui si distendevano synth profondi e chitarre riverberate, mentre la voce all’udito fredda, quasi recitata, attraversava lo spazio senza concedere nulla all’ornamento. Una tensione che non si è allentata, che non ha cercato il climax facile.Le comparazioni più ricorrenti evocavano New Order e Cocteau Twins, ma la band non si è esaurita nell’omaggio: c’è qualcosa di più grezzo e contemporaneo nel modo in cui il noise si infiltra nelle strutture melodiche, come un cortocircuito controllato.
Parlare dei The Cutter significa necessariamente parlare di Manchester — una città che ha plasmato l’immaginario della musica moderna in modo forse indelebile.
Da Joy Division ai The Chameleons, dalla prima wave Factory Records fino ai The Smiths, la città ha sedimentato un’estetica dell’alienazione urbana che ancora oggi agisce come punto di riferimento ineludibile. Il gruppo si colloca consapevolmente in questa tradizione, senza però rimanerne prigioniero: trovano un equilibrio tra memoria e presente che è esattamente ciò che mancava e che la serata all’Ost-Pol ha saputo confermare nel modo migliore.
Daniele Codarin










