I ritmi implacabili dell’Elektroanschlag 2026

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C’è qualcosa di inconfondibilmente essenziale nell’esperienza dell’Elektroanschlag. Giunto a questa ennesima edizione, dopo un’importante storia alle spalle interrotta solo da una pausa che ha però rafforzato l’affetto del pubblico verso il festival, questo appuntamento continua a distinguersi come uno spazio unico nella scena elettronica alternativa.
Non è solo una questione di lineup, sebbene quella del sabato sia stata decisamente all’altezza. È il contesto a fare la differenza: una sala in mattoni che richiama l’eredità industriale della vecchia birreria, un’illuminazione studiata per immergere, proiezioni video che rivestono le pareti di texture dinamiche ed un impianto di una forza spietata.
La serata è iniziata con LARMO, progetto del polacco Mirosław Matyasik.
Fin dai primi minuti si è delineato il carattere della performance: ritmi implacabili, bassi imponenti ed un soundscape che fonde con sapienza noise ritmico ed EBM oscura senza mai risultare scontato. Per quanto insolita possa sembrare come apertura alle ore18:00, la scelta si è rivelata azzeccata; chi era presente è rimasto rapito. Si percepiva già come l’acustica della Tenne — potente, diretta e brutale — avrebbe intensificato ogni dettaglio dell’evento. Subito dopo, FREQUEN-C & TC75 hanno preso il controllo del palco. Il duo di Lipsia ha proposto un industrial intuitivo e immediato, dove ritmo e voce si intrecciano, si scontrano e talvolta si ignorano, restando comunque autonomi l’uno dall’altra. Il risultato è stato diretto, ruvido, privo di filtri o compromessi. Sullo stage questa crudezza si è tradotta in una tensione costante che ha animato la hall, preparando perfettamente gli astanti per ciò che sarebbe seguito.
All’ arrivo di DERMA intorno alle 20:00, l’atmosfera ha vissuto un cambiamento tangibile. Il duo italiano, composto da Riccardo Bianchi e Massimo Magrini (meglio conosciuto per il progetto Bad Sector), ha portato un set sofisticato, tra i più peculiari degli ascoltati. La loro musica è evocante paesaggi sonori costruiti su loop analogici e trame sintetiche che richiamano l’elettronica degli anni Settanta e Ottanta, senza indulgere nella nostalgia. La voce di Bianchi si è mossa tra declamazioni teatrali, melodie cantate e momenti di disarmante intimità in italiano, mentre Magrini ha intrecciato suoni con precisione chirurgica: ciascun elemento è apparso studiato nei minimi dettagli e niente sembra superfluo. La vibrazione è cambiata nuovamente con l’ingresso degli XTR HUMAN. Guidati dal carisma vocale di Johannes Stabel, la loro proposta è stata dominata da un’EBM fisica e martellante. Si sono distinti per energia ed impatto emotivo, con il frontman a dominare grazie alla sua voce baritonale ed ipnotica, profondamente influenzata dalle tonalità cupe degli Eighties. Successivamente è il set dei PALE a segnare un ulteriore inasprimento dei toni. La formazione svedese capitanata da Håkan Paulsson dei Sanctum ha esplorato territori sonori tra death-industrial e pulsazioni tribali con coerenza chirurgica. La costruzione paziente della loro musica — mai caotica ma sempre meticolosamente intenzionale — ha generato un muro sonico opprimente che ha avvolto i partecipanti in una tensione palpabile. Poi è stata la volta di 16PAD NOISE TERRORIST, dove i confini sonori sono stati indirizzati verso altri territori. Con un mix di influenze che abbraccia drum’n’bass industriale, IDM e noise ritmico, l’artista di Lipsia ha offerto un’esibizione fisica e tagliente, descritta dal suo ideatore come “Dark Modular Funk”. I beat insistenti si sono alternati alle sequenze modulari con una precisione chirurgica, trasformando l’aggressività audio in una vera e propria esperienza immersiva e controllata. IRON SIGHT ha chiuso il proprio spazio temporale con analoga intensità. Isak Hansen, musicista danese noto per le sue pubblicazioni su etichette del calibro di Total Black e Instruments Of Discipline, nonché membro del collettivo The Empire Line insieme a Christian Stadsgaard di Posh Isolation e Jonas Rönnberg di Varg, si è presentato attraverso un’estetica mescolante futurismo distopico e suggestioni arcaiche, quasi escatologiche. Le sue percussioni meccaniche, i sintetizzatori abrasivi che rievocano lo stridio di locuste su un campo bruciato e una voce lontana che è emersa dal riverbero come da un abisso, hanno dato vita a un set capace di chiosare in coerenza con il mood degli show. Non potendo assistere agli act conclusivi, niente feedback su  BLUSH RESPONSE né su DJ PARADROID. Il primo è una creatura di Joey Blush, musicista cubano-americano trapiantato a Berlino, noto per il suo sound design complesso e le trame ritmiche mozzafiato. Il secondo invece, è una presenza consolidata dell’Elektroanschlag, avendo preso parte molte volte in passato. La platea ancora numerosa in tarda notte racconta molto del successo ottenuto.
Un sincero ringraziamento va a GAndy ed a tutto lo staff dell’Elektroanschlag per la loro dedizione, disponibilità, attenzione ai dettagli nell’organizzazione del festival, nonché alla capacità di trasmettere un senso di familiarità, doti rare in un panorama musicale dove spazi come questo si stanno riducendo o eliminando.

Daniele Codarin