Derrick May direbbe: “this could be anywhere but it’s not”. È stata la prima cosa che mi è venuta in mente ascoltando l’ultimo EP di Andrea Passenger.
Somewhere Else è un lavoro che ti porta altrove, ma la domanda resta aperta: altrove dove? Noi di Torino forse lo sappiamo, ma non lo diciamo, e forse io sono l’ultima persona che dovrebbe scrivere questa recensione, avendo creduto nella musica di Andrea fin dagli esordi.
Il percorso di Andrea Passenger inizia nei primi anni zero, tra esplorazione del suono di Detroit e una formazione profondamente legata alla cultura del djing, ha sempre privilegiato il ritmo come linguaggio non come stile — dal funk alla disco, passando per i suoni afro e caraibici, fino a una house ancorata ai propri valori e alla funzione primordiale del ballo. A un primo ascolto Somewhere Else non sembrerebbe raccogliere tutto questo, ma gli elementi ci sono: emergono lentamente, Chicago e Detroit, si incastrano senza forzature e finiscono per definire un’identità meno immediata, più sottile, che si rivela nel tempo.
Dopo un primo capitolo più diretto e una traccia come Hi-Power, capace di diventare una piccola hit sotterranea a Chicago, Passenger sceglie qui una traiettoria più obliqua. L’impatto lascia spazio alla profondità, la funzione alla suggestione. L’EP procede come una deriva controllata, dove ogni elemento sembra avere il tempo necessario per sedimentare e trovare una propria traiettoria. Questo spostamento non è casuale.
L’apertura, The Blues, ha l’inafferrabilità di un quadro astratto: un groove che si piega e si scompone, frammenti che emergono e scompaiono, come se la musica stesse ancora decidendo la propria forma. Forma che si fa aliena in Clapper, traccia che sposta l’asse in una dimensione sostenuta da ritmiche terzinate che trasformano la gravità in movimento irregolare, quasi sospeso.
Con Diamonds il viaggio rallenta e prende profondità. È uno slow burner ancorato a una pulsazione ossessiva che diventa terreno di gioco per linguaggi free e timbri profondi.
Qui il lavoro congiunto di Alberto Pastrone alle keys, Marco Xluve al drum programming e Diego Grassedonio al sax contribuisce a espandere il brano dall’interno, senza mai spezzarne la tensione.
La chiusura è affidata a Black and Blue, più robotica e notturna, guidata da un basso acid che pulsa come un segnale trasmesso da un club lontano, reale o immaginato.
Tra atmosfere sospese e groove organici, sono i dettagli a rimanere impressi. Elegante, calda, a tratti astratta ma sempre ipnotica, Somewhere Else è musica che costruisce mondi senza fretta. Ti invita a perderti e a ritrovarti — ma ritrovarti dove?
Francesco Stella










