Bosconi Gang Band, ovvero cogliere l’unicità del momento

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Bosconi Records è senza dubbio una delle etichette più rappresentative della scena house italiana nel nuovo millennio.
Nata nel 2008 sui colli toscani, ha saputo radunare intorno ai suoi ulivi una nutrita comunità di artisti, nazionali e stranieri, per sviluppare un catalogo intelligente ed estremamente apprezzato dalla pista da ballo.
Il mood di lavoro rimanda a quella dimensione artigianale spesso citata da Claudio Coccoluto a proposito del Dj, tra arte e mestiere.
L’ultimo progetto uscito dalle macine è un EP nato da un’esperienza di jam live corale, come già avvenuto nel 2019, firmato Bosconi Gang Band. Abbiamo così contattato Fabio della Torre, leader della scuderia, per fargli qualche domanda.

Ciao Fabio, benvenuto sulle pagine di Frequencies!Com’è nata questa seconda prova di improvvisazione collettiva? Il live è stato registrato nel febbraio 2020 alla Manifattura Tabacchi di Firenze poco prima che il mondo cambiasse per sempre…
Ciao a Tutti!
Dopo la prima jam a porte chiuse nel giugno del 2019 ho pensato che sarebbe stato bello in uno step successivo portare il progetto davanti al pubblico in modo che potesse diventare una sorta di Jam session itinerante, partecipata e mutevole nel sound e negli artisti che ne prendono parte.

Chi sono gli artisti coinvolti nel progetto e come vi siete trovati a interagire insieme?
Nell’evento a Manifattura Tabacchi gli artisti coinvolti oltre al sottoscritto sono Ennio Colaci con me parte del progetto Minimono, Rufus, Dj Rou, Dukwa, Antonio Pecori ed Andrea Giachetti dei Clover.

Come vi siete suddivisi i ruoli? Avevate già un canovaccio da seguire?
Le uniche cose che abbiamo concordato prima della Jam sono state la velocità di esecuzione delle take 9 o 10 in tutto se non ricordo male e la quantizzazione del groove, giusto per far si che gli elementi ritmici avessero un senso insieme. Inoltre abbiamo scelto strumenti in modo tale da coprire in modo omogeneo lo spettro delle frequenze (senza avere 10 bassline!). Io in postazione mixer a fare volumi e mutare e smutare canali, registrando anche le automazioni fatte durante l’evento.

Avete avuto delle influenze particolari per la realizzazione di questa session ricca di sfumature?
Non ci siamo ispirati a niente in particolare, ognuno ha portato il suo suono, o il suo strumento preferito, in ogni caso conoscendoci da tanto tempo e avendo ognuno in mente l’idea di sound generale della label non abbiamo avuto troppa difficoltà nel venirci dietro.

Perché avete sentito l’esigenza di ricavare un disco da questo live in particolare?
A parte il fatto che sono sempre piú rare le occasioni in cui riusciamo ad essere in tanti tutti assieme, l’idea di registrare la jam nasce proprio dal fatto che sono proprio queste le circostanze in cui può nascere qualcosa di inaspettato e piú originale.
Personalmente mi diverte molto, anche in un secondo momento, dare un senso compiuto a quello che e’ stato registrato, un disco é per me la più bella testimonianza da lasciare.
Non vi nascondo il fatto che mi piacerebbe che il progetto diventasse itinerante, come sembrava che accadesse prima del lockdown, e che possano nascere altri dischi registrati con altri artisti in diverse location.

Il vostro è un progetto d’improvvisazione e aperto all’inaspettato, ma la musica rispetto alle altre arti è forse la più rigorosa nel seguire schemi di precisa matematica, perciò ti chiedo: cosa vuol dire per te essere musicalmente liberi e qual’è l’equilibrio tra tecnica e istinto?
Questo è difficile da spiegare, il momento in cui tutto acquista un senso è soggettivo.
La tecnica aiuta ma non è mai stato per me né per molti di noi un fattore dominante, quanto l’idea, la pancia o il momentum. Specialmente quando parliamo di jam cerchiamo di cogliere quegli attimi in cui tutto funziona e cavalcarli.
Come dicevo prima l’unica cosa che abbiamo impostato, matematicamente parlando, è stata la velocità, e la parte ritmica in 4/4. Se qualcosa poi va fuori dagli schemi è proprio quello che fa poi la differenza.
La post produzione fatta per il disco in questo caso cerca di essere fedele il più possibile a quello che è stato durante la jam.

E in quest’ottica come viene visto il rapporto col pubblico? C’è più voglia di esaltarlo o di sfidarlo prendendosi magari dei rischi?
Beh si diciamo che l’intenzione è comunque quella di una jam live che intrattenga, quindi che sia decodificabile anche chi ascolta e balla.
Per questo il lavoro fatto al mixer non è semplicemente da fonico ma una parte attiva, che seleziona, manda e mixa in tempo reale le linee che ritiene più opportune cercando di dare un senso al momento.

Bosconi Records è nata con un forte senso di comunità e condivisione, come ha vissuto il collettivo questi anni di distanziamento forzato?
Sì le cose nascono da entusiasmo e condivisione e il distanziamento credo che abbia influito, nel senso che oltre all’isolamento, ha influito sulle nostre abitudini, sull’umore, le aspettative, e in questo senso forse influito anche sulle visioni musicali; di fatto può darsi che per molti sia stato messo in discussione il proprio rapporto con la musica, hobby o lavoro? Da suonare o da ascoltare?
La visione musicale rimane poi una cosa molto personale e, nel tempo, ognuno è sempre stato libero di avvicinarsi e allontanarsi alla label, anche perché i suoni e le mode vanno e vengono e le etichette discografiche, dal punto di vista del producer, sono punti di passaggio mai di arrivo. L’importante é non rinnegare da dove si venuti e dove si è passati nel proprio percorso di crescita.

Come si comporta un’etichetta che produce essenzialmente musica da ballo quando i club sono chiusi per così tanto tempo? Esiste un piano B?
Durante il primo lockdown abbiamo dato vita ad una compilation “Home Cooked Beats” in favore di Banco Alimentare unendo tanti artisti italiani in un unico progetto di fundraising musicalmente anche di più ampio respiro.
Dopo abbiamo sostanzialmente continuato a fare quello che facevamo, con tutte le difficoltà del caso ma senza pensare per un attimo di fermarci o cambiare stile rispetto a quello che abbiamo sempre fatto.
La ricetta migliore per quanto mi riguarda è stato picchiare ancora piú duro!!

Il Covid ha in qualche modo influito sul tuo rapporto con la musica?
Personalmente non ha influito troppo, faccio questo ormai da tanti anni e cerco di farlo in modo professionale, ci sono stati altri momenti difficili come nel 2010 in cui il mercato del vinile è stato quasi ai minimi storici. L’effetto è stato simile, economicamente parlando.
Piuttosto il Covid ci ha sbattuto in faccia realtà ben più gravi che, per quanto mi riguarda, hanno addirittura rafforzato questo legame, e ci fanno apprezzare ogni giorno la fortuna che abbiamo a poter fare ed eventualmente vivere di musica.

Cos’è per te oggi fare il Dj? Quale dovrebbe essere il suo compito principale?
Fare il Dj è una delle cose che amo fare di più in assoluto; per me é una specie di vocazione, chi mi conosce sa che non mi tiro indietro!
Ho sempre pensato che la missione del Dj potesse essere anche sociale seppure in piccola parte, anche perché bisogna essere messi in condizione di poterlo fare cosa sempre più rara, almeno qui in Italia.
Credo che il messaggio arrivi semplicemente suonando quello che ti piace, suonando col cuore (anche se techno!), e, anche, perché no, con quel pizzico di tecnica sopra menzionata che serva a smussare gli spigoli quotidiani.

Da anni ti sei ritrasferito in Italia dopo un’esperienza berlinese, ritieni ancora sia stata la scelta giusta o pensi forse a qualche altra meta?
Ogni tanto ci penso ma sono abbastanza fatalista in questo, se non tornavo la label non si sarebbe chiamata Bosconi, forse GroBe Wald? Il suono non sarebbe stato lo stesso, la sua unicità sarebbe forse perduta nei meandri di mille altre label teutoniche.

Suonare tutti insieme è un bel modo per segnare un ritorno alla vita, avete già programmato un tour?
Onestamente non se questo sia un progetto da portare in tour, sarebbe comunque bello farlo ogni tanto, come una rimpatriata tra amici, in qualche occasione speciale, ovviamente sempre stampando un disco anche in piccole quantità, che faccia riferimento agli artisti che hanno suonato ed al luogo in cui è avvenuta la Jam.

Federico Spadavecchia

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