Lasse Steen: Evil By Nature

Continuiamo l'esplorazione della scena hardcore danese. Abbiamo intervistato Lasse Steen 

0
194

Continuiamo la nostra esplorazione della scena hardcore danese con un’intervista ad un altro dei suoi attori principali: Lasse Steen.
Amico da sempre dei due Zekt, Lasse intraprende lo stesso percorso musicale, dalla frequentazione dei rave all’acquisto dei primi dischi e attrezzature con cui tentare di creare un suono nuovo che li potesse rappresentare, fino alla definitiva consacrazione internazionale. Anche lui sarà in consolle ad Appetite for Destruction, non fatevelo sfuggire!

Quali sono state le tue prime influenze musicali?

Penso sia cominciato tutto con la scena techno, negli anni ’88-’89. Prima ascoltavo musica pop, dance eccetera, ma improvvisamente comparvero una serie di band come KLF o GTO, che mi interessarono molto; se dovessi fare il nome di una band su tutte sarebbero decisamente i KLF, prima che diventassero troppo commerciali. In quegli anni, ogni venerdì’ sulla radio nazionale danese, c’era un programma chiamato Underground Music Radio. Mettevano musica molto diversa dalle altre radio, si trattava della prima acid house e techno. Fu una grande rivelazione per me. Da lì cominciai a comprare dischi e ad interessarmi sempre di più di musica, e infine cominciai a produrre io stesso.

Quando entrasti in contatto con la scena in rave in carne ed ossa?

Fu nel 1990. Andai assieme a Søren e Lars, membri del duo Zekt, ad un paio di eventi techno underground a Copenhagen; penso si chiamassero Subwave. Ne organizzavano uno al mese. Sven Väth suonava, se non ricordo male. All’epoca ancora non si parlava ancora di hardcore, si chiamava semplicemente techno. Non avevamo ancora diciott’anni, perciò rischiavamo di non riuscire ad entrare! La prima volta riuscimmo a sgattaiolare dentro, e una volta entrati pensammo: “Questo è un nuovo mondo, questo è quello che vogliamo fare”. Fu un momento importante per noi.

E invece quando cominciasti a produrre?

Cominciai con Søren e Lars, di Zekt. Andavo a scuola con Søren sin dall’asilo, mentre Lars era più grande di un anno. Iniziarono a fare musica underground, e io cominciai ad uscire con loro; dopo un paio d’anni cominciai a produrre, e mi aiutarono a fare i miei primi pezzi. Dopodiché iniziai a produrre io stesso, prendendo in prestito degli strumenti e comprandone a mia volta. Il primo disco che produssi uscì, se non ricordo male, su Power Plant, sub label della Planet Core Productions.

Quindi condividevate lo studio tu e Zekt all’epoca?

Sì, era il loro studio, perciò se volevo registrare qualcosa andavo dai ragazzi e gli chiedevo del tempo in studio. Chiedevo loro anche una mano perché all’inizio non sapevo granché di come far funzionare le macchine, come cablarle, come ottenere il giusto sound, come programmare e così via. Piuttosto rapidamente riuscii a imparare, e circa un anno dopo la release su Power Plant cominciai ad utilizzare il loro studio da solo, dopodiché cominciai a prendere in prestito la loro attrezzatura e portarla da me, creando il mio studio usando le loro macchine. Lentamente riuscii a raccogliere dei soldi e a comprare a mia volta degli strumenti. Vivo ancora coi miei genitori, e posso assicurarti che non ne possono più della musica che faccio!

Quale fu la tua ispirazione quando cominciasti a produrre?

Quando ti avvicini per la prima volta ad uno specifico genere musicale lo abbracci tutto, senza distinzioni, ma dopo un pò cominci a diventare un pò più selettivo. Non pensi che proprio tutto quanto sia fantastico. Cominci a pensare: “se fossi stato io a produrre quella traccia l’avrei fatta diversamente”. Magari con un’altra cassa, o con un’altra tastiera. Non mi ci volle molto prima di realizzare che mi piacevano le sonorità più oscure, sinistre. Penso che la gente lo riconosca nel mio stile. Un grande punto di riferimento è stato decisamente PCP: The Mover, Mescalinum United, T-Bone Castro e tutti i suoi vari progetti. Avevano lo stesso sound oscuro. Pubblicare un disco su Power Plant è stata per noi una grande soddisfazione.

Ovviamente la 303 è una parte centrale delle tue produzioni

Sì, certamente. All’inizio non riuscivo a produrre nulla senza la 303. Quella scatoletta è pura magia! Quello che puoi farci è quasi senza limiti. E’ ancora uno dei migliori strumenti mai realizzati. Ancora oggi puoi farci delle cose che è impossibile fare con qualsiasi altro strumento. Solo negli ultimi anni ho cominciato ad usarla di meno, ma non sarebbe stato lo stesso senza.

Un altro strumento centrale per gli sviluppi dell’hardcore è stata la Roland Alpha Juno

Non mi è mai piaciuta granché, onestamente. Troppa gente l’ha utilizzata in maniera incorretta, secondo me; perciò non ne sono mai stato un grande fan. Ho usato tutta la serie Roland (101, 202, 303, 808, 909 e così via) senza computer. Puoi collegarle fra loro e suonare live. Con la Juno era più difficile, la maggior parte dei produttori usa un computer per programmarla, e non era davvero il mio modo di produrre.

Hai lavorato con molte etichette in tutto il mondo; com’era mantenere i rapporti all’epoca?

Era molto diverso da oggi, e devo dire che un po’ mi manca! Dovevi usare il telefono o il fax, era molto più su un livello personale, io credo. Mi piaceva il fatto che non potevi semplicemente scrivere una e-mail, andare su un sito, non era così semplice come adesso! Perciò c’era un sacco di lavoro richiesto per ottenere un contratto con un’etichetta. Mi piaceva in verità, forse ho un po’ di nostalgia perché sto invecchiando! Solitamente cominciavo inviando delle musicassette alle etichette, e se gli piaceva il materiale inviavo una cassetta DAT per stampare il vinile.

Come mai utilizzavi così tanti pseudonimi?

Tanto per cominciare lo scopo iniziale era differenziare i diversi stili che producevo. Ovviamente c’era Choose, che era uno stile basato sulla 303, ma dopo un po’ ho voluto fare qualcosa di più, aggiungendo suoni di archi e melodie, ma a quel punto non era più Choose, era diventato qualcos’altro. Perciò creai l’alias P. Server, e continuai a produrre usando sempre meno 303 ed usando più melodie. Inoltre, se pensi al materiale uscito come Skullblower, che è molto veloce, quasi gabber, ma sempre con melodie eccetera, non avrebbe potuto uscire come Choose. Perciò si è trattato di un passaggio naturale per me. Per di più in questo modo potevo entrare in studio e produrre come mi pareva, e decidere dopo se si trattava di una traccia di Choose, P. Server o Skullblower. Mi dava più libertà creativa.

Parlami un po’ della scena techno danese

Negli anni ’90 era molto bella, era davvero enorme. Non c’erano divisioni fra sottogeneri: avevi un unico genere, chiamato techno, o rave, che dir si voglia. Potevi andare in un club e ascoltare all’inizio house, poi trance, e alla fine musica più dura al mattino. Era questo il bello. Piuttosto rapidamente, all’incirca nel ’92, quando cominciò ad arrivare la musica più dura dall’Olanda il pubblico cominciò a dividersi. Per esempio nel 1990 un rave a Copenhagen poteva arrivare a mille partecipanti. D’un tratto queste mille persone cominciarono a dividersi in club più piccoli. Potevi avere un club hardcore con cento persone, un club house con trecento… Fu un peccato, secondo me. Mi piacevano i tempi in cui la serata cominciava con musica più leggera e andava crescendo man mano. Non vedi più questo genere di approccio. Io naturalmente scelsi la via dell’hardcore, che era seguita da un pubblico poco numeroso. Si trattava di party illegali in vecchie fabbriche, con cinquanta, massimo cento partecipanti. Ma ho suonato molto in quelle feste, ed è stato molto divertente, sono stati bei tempi.

Perciò non c’erano locali che ospitavano feste hardcore

No, non c’erano locali specifici. C’erano diversi sound systems, ciascuno con la sua fan base. Organizzavano party in posti diversi, e c’era un giro di persone che li seguiva, in maniera molto simile a quello che succedeva in Belgio e posti del genere.

C’era anche un pubblico più gabber?

Sì, certamente. E ad essere sincero nella maggior parte degli ingaggi che ho avuto come DJ hardcore a quei tempi suonavo hardcore nello stile olandese. Mi piaceva anche quel genere, ma non lo producevo. Onestamente questa scena happy hardcore olandese è più attraente da un punto di vista commerciale. Potevi organizzare feste più grandi, che potevano anche attrarre ragazze. Alle feste hardcore acid c’erano cinquanta ragazzi sul dancefloor, e di ragazze neanche una.

Che impressione ti fece il sound di Rotterdam quando uscì?

All’inizio mi piacque molto. E’ stata una boccata d’aria fresca. Per esempio i primi cinque dischi della Rotterdam Records erano davvero brillanti. C’era anche per esempio la Mokum Records, di Amsterdam, della quale ero un grande fan, ma dopo un po’ cambiò. Sotto lo pseudonimo di Technohead, i GTO fecero uscire I Wanna Be A Hippy, che dal mio punto di vista uccise la scena, troppo commerciale.

Smettesti di produrre dopo il 2000?

Penso che molti fan pensino così, ma in verità ho solo smesso di produrre hardcore, attorno al ’97-’98, perché mi aveva stufato; e ad essere onesti ho cominciato ad ascoltare musica da club, come house e trance. Ho mantenuto il mio sound oscuro ma l’ho declinato all’hard trance. Ho fatto un sacco di remix e uscite su Ministry Of Sound, ma non molte persone lo sanno. A quel punto, attorno al 1997, producevo hardcore già da molti anni, e dato che cominciai a lavorare stabilmente e non avevo più così tanto tempo libero, e smontai il mio studio. Allo tesso tempo anche la scena mi aveva stancato. Tuttavia ultimamente ho riascoltato vari DAT e CD delle mie vecchie produzioni e ho scoperto di avere più di cento tracce inedite! E’ roba davvero buona, alcune delle tracce sono fra le cose migliori che ho fatto. Perciò questa pausa ventennale non è stata una cosa cattiva. Forse chiederò ad alcune etichette se sono interessate a stamparle.

Federico Chiari

English version:

What were your early musical influences?

I guess it all started with the techno scene, in ’88-’89. Before that I used to listen to pop music, dance music and so on, and then all of a sudden you had acts like KLF, GTO and bands like that. I thought it sounded really interesting; if I should name one band it would definitely be the KLF, before they became too commercial.
Back in ’89-’90 each Friday night on the danish national radio we had a program called Underground Music Radio. The music they played sounded so different, it was the early acid house, techno stuff. That was a big revelation for me back then. That’s when I started buying records and getting more interested into music, and eventually started producing music myself.

When did you start producing?

I started together with Søren and Lars from Zekt. I went to school with Søren since kindergarten, Lars was from an older class, so one step ahead of us. They produced underground music and I was hanging out with them, and after a couple of years we started producing together. They helped me getting the first couple of records produced, and then I just started producing myself afterwards, borrowing some equipment, buying my own. I think I had the first record released in 1993, as far as I remember, on Planet Core Productions’s sub label Power Plant.

When was your first contact with the rave scene in flesh and bones?

That was definitely in 1990. I went together with the guys from Zekt to a couple of raves in Copenhagen, underground techno events. I think the event was called Subwave. They had an event each month. We weren’t eighteen yet, so we feared that we couldn’t get in, you know? At this first event I remember that we had to sneak in. Sven Väth was playing, I think. And when we were inside we thought: “this is a whole new world, this is what we want”. This was a huge moment for us.

What was your inspiration when you started producing?

Once you approach a specific kind of music you sort of just like it all, and listen to all of it. After a certain period of time you get a little bit selective. You don’t think that all of it sounds that great. At one point you start thinking: “if I had produced this track I would have done it in another way”. Perhaps with another kick drum, another keyboard. It didn’t take too long before I realized that I liked the darker, sinister sounds. I think that people also recognize this in my style. A big inspiration was definitely PCP: The Mover, Mescalinum United, T-Bone Catro and all those acts. They had the same dark sound. My first productions were together with Søren from Zekt, and obviously we sent it to PCP and it was released on its sub label Power Plant; that was obviously a big thing for us.

Did you share the studio with Zekt at that time?

Yeah, it was their studio. If I wanted to do some music I went to the guys and asked for some studio time. I also asked for some help, because in the beginning I didn’t know much about how to hook it up, how to get the right sound, how to program and so on. Rather quickly I got into it and I think maybe one year after the PCP release I started using their studio on my own, and after a short period of time I started to borrow equipment and take it to my place, and created my own studio using their stuff. Then slowly I summed up some money and started buying my own equipment. I’m still living with my parents! They got really fed up with the music, I can tell you…

Obviously Roland 303 was an important piece of equipment in your setup

Yeah, definitely. In the early days I couldn’t produce anything without a 303. That little box is pure magic! What you can do with it it’s almost unlimited. It still is one of the best pieces of equipment ever made. To this day you can really get a different sound that you can’t create with any other equipment. Only in the last years I started using less and less the 303, but I wouldn’t have been the same without it.

Hardcore was obviously also about the Roland Alpha Juno

It’s never been my thing, to be honest. Too many people used it incorrectly, if you ask me. So I’ve never been a big fan of it. I’ve used the other Roland series, 101, 202, 303, 808, 909 and so on, without a computer. You can set them up together and play live. With Juno it was more difficult, most of the producers used a computer to control everything, and it wasn’t really my thing.

You worked with a lot of labels all around the world

It was very different from today, but I sort of miss it! You had either telephone or fax, it was much more personal I think, and I really liked that you couldn’t just write an email, you couldn’t go to a website, it wasn’t so easy you know? So there was quite a lot of work involved with getting a record label deal. You had to phone them and so on. I really liked that actually, maybe because I’m getting a little bit old, I miss those days! I usually contacted them by sending ordinary cassette tapes, and then if they liked the material I would send them a DAT tape.

Why did you use so many aliases?

To begin with, the initial thought was to separate the acts soundwise. Obviously there was the Choose sound, which was pure 303, but then I wanted to do something more, add some strings or melodies on top of it, but then it didn’t really sound like Choose anymore: it was something else. So I created the alias P. Server, and as I continued producing I used less and less 303 and used more melodies. It sounded like separate acts. And also if you consider the Skullblower material, which is very fast, almost gabber tempo, but still with melodies and strings, I didn’t feel I could release it as Choose. So it was just a natural thing to do for me. Plus I could go in my studio and produce whatever I wanted to, and afterwards I could decide if it was a Choose tune, a Skullblower tune… It gave me more freedom.

Can you tell me about the danish scene back then?

Back in the early 90s it was really nice, it was huge. You didn’t have the electronic music divided into subgenres; you had only one genre called techno, rave or whatever. You would go into a club and they would play in the beginning house music, then trance, and maybe harder music in the morning; that’s what I really liked. But rather soon in 90s, maybe in 1992, when we started to hear all this stuff from Holland, the crowd got divided. For instance in 1990 you had a rave with around 1000 people in Copenhagen. All of a sudden those 1000 people got divided into smaller clubs. You would have a hardcore club with 100 people, you had a house club with 300 people… It’s a shame, if you ask me. I really liked back in the old days, where you would start off with softer music and you would build it up. You don’t see this thing anymore. Of course in Denmark I chose the hardcore path, and that was a very small crowd. We had illegal parties in old warehouses, with 50,100 people maximum. But I did play a lot at those parties, and it was a really nice thing for me, they were really good times.

So there wasn’t a proper venue that would host hardcore evenings

No, no specific venue. We had various sorts of sound systems, and each sound system had its own base of fans. They would throw parties in different places, and you would get the same people following them, very much like, for instance, in Belgium and countries like that.

Was there also more of a “Rotterdam Gabber” fan base?

Yeah, definitely. And I have to be quite honest, in most of the DJ jobs I had in hardcore parties back then I played Rotterdam hardcore and gabber. I enjoyed the music too, but I didn’t produce it. To be quite honest this whole happy hardcore Rotterdam scene was more commercially appealing. You could throw bigger parties, you could attract girls too; in an hardcore acid party you would only have 50 guys just standing on the dance floor and no girls.

What was your opinion on the Rotterdam sound when it first came out?

At first I really liked. It was a breath of fresh air. For instance the first five records of Rotterdam Records were brilliant stuff. I still think it is groundbreaking. You also had Mokum Records from Amsterdam, which I was a big fan of, but then it sort of changed. With Technohead, the GTO guys did this song I Wanna Be A Hippy, it sort of killed the whole thing for me, because then it went too commercial.

Did you quit producing soon after 2000?

I think many of my followers believe that, but I just stopped producing hardcore, around ’97-’98. I got a bit fed up with it, and to be honest I started to listen to proper club music, like house and trance. I still kept my original dark sound, but it put it into hard trance. So I actually did a lot of remixes and releases on Ministry Of Sound, but not many people know that. At that point, around 1997, I’ve produced the same kind of hardcore music for many years, and I started to get a proper job and didn’t have so much spare time anymore; I sort of packed down my studio, and maybe I was also a bit fed up with the scene too. Actually I listened to various DAT tapes and CDs of my old productions and it turns out that I have more than 100 unreleased tracks! I’ve just started listening to it again, and it’s really good stuff, some of the tracks are actually some my best works! So having a break of more than 20 years from the scene wasn’t a bad thing. Maybe I will ask some labels who are still interested to release them.

Comments

comments