The Long Now ’19: Il tempo è solo un altro muro da infrangere

Una maratona di estrema avanguardia nella ex centrale elettrica più famosa di Berlino. La proposta artistica affascina non solo per le scelte radicali ma anche per la modalità di fruizione: il tempo viene sospeso attraverso la forza del suono, e gli spettatori rimettono in discussione il concetto di "normalità"

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Walls will fall!“, riecheggia un urlo tra i disorientanti anfratti della Kraftwerk di Berlino al termine del The Long Now 2019, festival che segna la conclusione della Maerz Musik.

Il grido di speranza dei trombettisti reclutati da Mazen Kerbaj è la sintesi ideale di questa quinta edizione, in cui la rassegna berlinese ha provato a spingere con forza, ma altresì con moderazione, sulla levetta della radicalità. Senza esagerare, appunto, perchè non diventasse una manifestazione respingente, ma ribadendo in maniera netta l’orizzonte verso cui guardare. Respingente non può proprio diventarla, d’altronde, poichè l’accoglienza è il nocciolo duro su cui si basa.
L’idea – riuscita – è quella di creare uno spazio orizzontale, in cui il pubblico cessa di essere semplicemente sé stesso e si immerge nei ritmi di una “vita sospesa” di cui la musica è parte integrante.

Non è facile spiegare The Long Now da fuori, perchè il suo gioco sta proprio nel rapirti, nel portarti in una dimensione differente, che sfugge alle logiche abituali. Per questo motivo conviene non uscire mai: la luce del sole (che mi dicono quest’anno fosse splendente) crea uno shock troppo dirompente a chi si è immerso a fondo in questa oscurità, le voci e i rumori della città, dell’umanità che si muove a un’altra velocità o che solo si muove.
E’ una kermesse statica infatti con il passare delle ore i presenti si dimenticano di esserci e vivono piuttosto l’interezza del luogo come un proprio salotto. Le brande, disseminate per tutto l’enorme ex-impianto di riscaldamento di Köpenicker Straße, accolgono i partecipanti in ogni momento, e la tentazione di imbrandarsi anzichè stare in piedi davanti al palco è costante. Magari anche schiacciare un pisolino, mangiare qualcosa, bersi in tranquillità un thè o una birra, ma anche leggere un libro, controllare i risultati di qualche avvenimento sportivo in corso; qualcuno tira fuori persino il computer, forse per lavorare, pessima abitudine. Il tempo qui è lungo, un ritmo a cui non siamo più abituati perchè è il tempo della sottrazione, punto di partenza inevitabile per abbattere i muri.

Walls will fall!“, riecheggia per sessanta volte negli immensi spazi della centrale, a conclusione del più travolgente tra i live proposti da questo festival. Mazen Kerbaj, figura abituale in quasi ogni edizione, ha riunito nel maggio 2018 cinquanta trombettisti in un’enorme cisterna di Pankow per proporre un uso esplorativo del proprio strumento e dell’interazione con lo spazio circostante. Il risultato è stato il magnifico.

Walls Will Fall: The 49 Trumpets of Jericho“, uscito lo scorso anno per Bohemian Drips. Mazen Kerbaj non c’era, ma al suo posto è stato Axel Dörner a guidare i 30 sparsi per l’intera area della Kraftwerk. Un’opera monumentale, eseguita sia il sabato che la domenica, in grado di abbracciare balconate a decine di metri d’altezza insinuandosi fisicamente tra gli astanti e guidandoli sino al liberatorio urlo finale.
Apice assoluto di questo raduno rituale che già in apertura aveva alzato la posta, con un’intro affidata al soprano Anne-Kathryn Olsen, cui era seguita la sconvolgente performance di Stine Janvin. Partita strillando dal centro della sala, la cantante norvegese è decollata da un palco saturo di fumo e strobo (ideate e pilotate dall’ex MoHa Morten Joh) per trascinare la folla nello spazio più profondo e spaventoso, una battaglia di grida e terrore che non ha mai perso quell’estraniante tocco di delicatezza angelica.

La nottata ha segnato il carattere di questa edizione, priva di grandi nomi ma con un cartellone più ampio per abbracciare un pubblico quantomai variegato.
Oren Ambarchi è tornato a divertirsi tra chitarra e rumorismo mentre Alessandro Cortini ha sorpreso gli spettatori esibendosi in coppia con Mark Verbos in un nuovo bagno di ambient synth-etica. Due esibizioni che, caratteristica peculiare di questa annata, hanno beneficiato di una straordinaria regia-luci, capace con pochi mezzi di rimodellare in continuazione il palco e l’ambiente intero.
Infine Byron Westbrook ha dato il via a un anomalo sleeping concert, cominciato con il suo live e proseguito sino al mattino con uno strano dj set di musica con intonazione naturale.

Che poi, dire “mattina” al Long Now non è che abbia molto senso. Uno si addormenta e non sa che ore siano, si sveglia e non sa che ore siano, l’importante è mettersi ad ascoltare. Ed è una bella fortuna risvegliarsi con i Tonaliens sulla scena: quartetto composto dai due Zinc&Copper, Robin Hayward e Hilary Jeffery affiancati dal violoncello di Judith Hamann, e dagli strumenti ad aria autocostruiti di Werner Durand. Nonostante qualche disguido tecnico, la performance è riuscita a far volare via le quasi due ore post-risveglio attirando un nutrito drappello di ascoltatori inizialmente rintontiti e poi defitivamente conquistati.
Effetto analogo a quello sortito dalla doppia esibizione di Frederic Rzewski, cominciata con qualche intoppo a causa del disturbo portato dai volumi del club OHM, nel seminterrato della struttura stessa.
Il problema non è nuovo, già un anno fa lo sleeping concert aveva dovuto convivere con le basse del Tresor, ma in questo caso il pianista statunitense, classe 1938, non è riuscito a trattenere lo sfogo: “Se dovessi suonare così sembrerei un buffone, e non voglio sembrarlo!“.

La convivenza tra progetti musicali così differenti, anche dal punto di vista dell’impatto acustico, è in effetti un problema su cui sarebbe anche il caso di cominciare a ragionare, ma per fortuna Rzewski si fa convincere dall’affetto degli intervenuti e regala una straordinaria esecuzione delle sue 36 variazioni su “El pueblo unido jamás será vencido” (seguite dal nuovo “Six Movements”).
E’ incredibile come un brano così noto, scontato, sentito fino alla nausea, possa rinascere in forme così affascinanti, ma non vi poteva essere contesto migliore come questo dove l’abbattimento degli steccati sembra davvero la cifra politica di partenza.

La conclusione della maratona berlinese, dopo il sempre ottimo Kassel Jaeger e le repliche di quanto visto e sentito il giorno prima, ha il suo picco pomeridiano con l’elettronica rumorista di Xin e il suo punto più alto ed atteso, con il live di batteria di Eli Keszler. Da un punto di vista emotivo si rivela una scelta assolutamente azzeccata per accompagnare i partecipanti in un lento ritorno verso la “normalità”.
I ritmi si dilatano e accelerano come un battito cardiaco, sembra quasi di percepire la luce filtrata di un sole che fuori dovrebbe essere ormai tramontato. Una supposta oscurità che probabilmente spiega le scelte conclusive del programma, più tenebrose e convenzionali. Le ultime cinque ore sono tutte all’insegna di quell’ambient dinamica ormai diffusasi in maniera endemica in ogni rassegna d’Europa, tra CTM e Organic Dial, inframezzati dall’interminabile set di Donato Dozzy (che gli Italiani presenti hanno già avuto occasione di apprezzare in tutte le salse). Volendo trovare una criticità è proprio tale finale ad indicare la direzione con una eccessiva omogeneità che stona parecchio con tutto quanto avvenuto prima, finendo presto per annoiare. Tuttavia è un buon segno, se vogliamo: ci sono ancora muri da abbattere anche tra le proposte più ambiziose, siamo ancora in tempo per distruggerli, e prima o poi ce la faremo. Lo spettacolo più grande sarà vedere cadere anche questi. Walls will fall. They will.

Filip J. Cauz

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