Berlin Atonal ’16: La Caduta degli Dei

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Ve lo diciamo subito: è stata la peggiore edizione di sempre. Il 2016 riesce ad affossare un festival concepito per essere una macchina da guerra, sonica e di numeri, senza possibilità di appello.
Troppi infatti gli errori commessi dall’organizzazione dell’Atonal per poterci passare sopra, soprattutto in considerazione del fatto che stiamo parlando di una manifestazione capace di salire al vertice della catena alimentare/elettronica nel giro di appena tre anni.

Incominciamo analizzando una lineup che, come già sottolineato l’estate scorsa, continua a riproporre parecchi artisti degli appuntamenti passati senza intraprendere nuovi percorsi. Dopo anni di ambient, textures e droni dalle atmosfere sempre più cupe sarebbe ora di puntare a qualcosa di diverso, di alzare il livello della ricerca. Anche perchè, va detto, non basta fregiarsi di un “world premiere” un tanto al kilo per mettersi in testa la corona d’alloro dei grandi innovatori: non tutti i nomi coinvolti, infatti, hanno un progetto davvero pronto per essere esibito, nella maggioranza dei casi si tratta di idee ancora in fase di rodaggio che avrebbero avuto bisogno di più tempo per essere sviluppate.
Una selezione asciutta, condensata in tre giornate, sarebbe stata preferibile, avrebbe richiesto costi minori (e di conseguenza biglietti meno cari) e un maggior focus sulle performance più interessanti senza inutili riempitivi. Ancora, troviamo scandaloso che nel 25° anniversario del Tresor, non sia stato inserito in cartellone alcun omaggio alla sua storia (se non con l’eccezione involontaria di Ectomorph), specie dopo lo strascico di polemiche, assolutamente fondate, sul non aver coinvolto nei festeggiamenti ufficiali del club gli alfieri inglesi (Neil Landstrumm e Christian Vogel su tutti).

Entrando nella Kraftwerk i problemi più gravi che abbiamo incontrato riguardano in primo luogo, incredibilmente, gli impianti tarati male: ma se in sala grande bastava trovare il punto giusto per godersi ogni nota, al piano inferiore il sound risultava ovattato e basso. Anche nella cella del Tresor, a pista piena dovendo stare ai lati della consolle si perdeva un 40% del suono.
A peggiorare la situazione, i ritardi costanti sui cambi palco che hanno portato a slittamenti anche di un’ora e mezza, abbandonando spesso e volentieri il pubblico in un silenzio imbarazzante. E parlando degli avventori, non abbiamo più appassionati di musica, ma un branco di illustri poser da rivista patinata dal look impeccabile pronti ad applaudire qualsiasi cosa dopo un simposio culturale al cesso.

La nostra missione comincia il giovedì di cui portiamo a casa un sempre più maturo Roly Porter, un rinato Mika Vainio live dopo le ottime prove in studio (cfr. Konstellaatio) e il sorprendente show dei noiser americani Marshstepper accompagnati da Varg e Damien Dubrovnik. Per il resto c’erano più chitarre che a un festival post rock.
Venerdì sulla carta era il giorno più promettente e si è rivelato un fiasco completo. Degli show principali si salvano i bellissimi visual di Florence To sulla performance da compitino di Drew McDowall, da cui è lecito aspettarsi molto di più; meglio Orphx & JK Flesh incisivi ma necessitano di esibirsi ancora per perfezionare amalgama e dinamiche. Kerridge (a proposito non è più l’art director della domenica) e Oake non vanno oltre riproporre quanto già fatto due anni prima ma senza la cattiveria finale.
Dello showcase Jealous God ricorderemo soltanto il suggestivo allestimento funerario e lo strepitoso concerto techno/post punk di Silent Servant con Phase Fatale. Peccato non aver sentito tutto il set di Alexey Volcov troppo penalizzato dai ritardi sul timeschedule. Per i djset applausi e salti con Pinch all’Ohm e calore house con Marcellus Pittman al Globus. Fine.
Sabato però è andata anche peggio: Croatian Amor alias Loke Rahbek mette su un noioso spot vaporwave in stile American Apparel meets Ikea, Death In Vegas feat. Sasha Grey evoca definizioni lapidarie di fantozziana memoria. Sufficiente Imaginary Softwoods che offre quello che già fa con gli Emeralds. Meno male che a sollevare la situazione ci pensano l’acidità analogica di TM 404 e il groove modulare di Ectomorph che viene da un luogo dove ancora si sogna il futuro.
Discorso a parte per Lory D e Donato Dozzy che erano annunciati assieme e poi pare (diciamo pare perchè c’era troppo fumo per vedere bene) abbiano suonato prima uno e poi l’altro. Visto il potenziale in campo ammettiamo di non essere rimasti a bocca aperta. Decidiamo allora di andarcene al compleanno della Praxis Records.

Se Berlino ha un merito è il saper generare automaticamente anticorpi: l’Atonal sta sbracando? Ok, al Kopi, ultimo baluardo dei centri sociali occupati a pochi metri dalla Kraftwerk, si tiene il party Detonal per festeggiare i 20 anni di attività di una delle label simbolo della cultura rave. In una cantina davanti a un muro di casse e uno schermo che copre il Dj, i ballerini si esaltano sugli impulsi schizzofrenico-digitali di Xanopticon e Zombieflesheater. Breakcore, insubordinazione e felicità contro la staticità degli pseudo intellettuali che si veston di nero senza sapere perchè.
Chiudiamo quindi raccontando di domenica, il colpo di coda che non ci si aspettava e che ci fa finalmente sorridere.
Ottimo Pryolator constructs Conrad Schintzler con theremin e onde martenot, interessanti ed efficaci Second Woman che traslano le lezioni degli Autechre su scie accelerazioniste, in cui l’informazione diventa un flash per resettare il pensiero. Perfino i riesumati Porter Ricks, che tutte le volte che li abbiamo incrociati di recente hanno suscitato parecchi dubbi, dimostrano che hanno ancora tanto da dire. Belli i laser di Robin Fox anche se meglio quando insieme ad Atom.
Gli applausi però sono tutti per il nostro connazionale Alessandro Cortini: AVANTI è uno spettacolo emozionante, basato sui super8 girati dal nonno che riportano alla memoria trascorsi comuni a gran parte degli spettatori italiani. Come i Boards of Canada ma più intimi e caldi, Alessandro mira al cuore, non gli importa di inventare nuovi suoni ma di toccare le frequenze giuste per suscitare sentimenti.
Il nostro Atonal termina dunque qui (anche perchè l’Ohm è murato per l’after party) con la sensazione forte che diventi uno di quei ricordi da videocassetta.

Federico Spadavecchia

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