Plus Plus Plus: Serbia, Selva Elettronica

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A Belgrado la vita culturale è in continuo fermento. Muoversi per la città in cerca di stimoli e punti di ritrovo è all’ordine del giorno, un po’ come il caffè e le sigarette per i locals. Anche la vita notturna è un fiume in piena. I prezzi poi sono (per noialtri) assolutamente abbordabili. Tra un’uscita e l’altra, dopo aver socializzato molto facilmente con mezza Belgrado chiacchierando di qua e di là, prendiamo informazioni su un festival molto particolare, di cui si era letto online, il PlusPlusPlus.
Un evento particolare, volontariamente privo di sponsor e autofinanziato tramite Kickstarter, popolare piattaforma di crowdfunding. La manifestazione accoglie al massimo appena 300 partecipanti, pochi ma buoni quindi.
La location ha un che di magico: un bosco disperso tra le alture dei dintorni di Čačak (pr: Ciaciac), a Guča, sede della celebre rassegna di brass band zigane. La musica scorre ininterrotta per 48 ore, dando massima priorità ai live set sperimentali, senza però disdegnare la componente elettronica più danzereccia, tra techno e house. Per nutrire la pancia oltre alle orecchie abbiamo fatto una scorpacciata di cibi a km zero, a costi irrisori.

Responsabili del progetto, tre organizzazioni belgradesi degne di massimo rispetto: il collettivo Dis-patch, promoter dal 2002 al 2010 di un omonimo festival super acclamato, e i due club underground cittadini per eccellenza: il Drugstore e il barcone 20/44. Al resto ci pensa il potente Function One.
Arrivare a destinazione non è una passeggiata da Belgrado, ma ne vale assolutamente la pena. Dopo qualche ora di paesini e tornanti si approda nella natura più incontaminata. Senza la minima parvenza di civiltà. Persino nel parcheggio del festival regna il silenzio assoluto. Fortunatamente solo per il cambio tra un set e l’altro.
All’info point PlusPlusPlus, posto sotto un’alta tenda handmade, figurano dei personaggi molto rilassati e dall’aspetto un po’ perso, tanto che non capiamo bene che fare, ma almeno ci indicano la direzione del festival e si va. Qualche minuto di camminata nelle tenebre, in un sentierino striminzito, e giungiamo dalle parti del palco e della zona bar.
La sensazione ricorda i rave nei boschi degli anni ’90; pochissime luci giusto per il piccolo palco e il bancone del bar.
Ad illuminare fievolmente parte della vallata un grande falò, attorno al quale siedono e gongolano quasi tutti, in balia della musica e delle fiamme danzanti. Niente di hispter o proto-hippy chic, ogni gesto è spontaneo, e poi bisogna resistere 48 ore senza lavarsi! Gli alloggi, fatta eccezione per gli artisti, sistemati in piccoli chalet montani, con trattori a far da taxi, consistono in tende, piazzate molto alla buona (tanto che la sottoscritta, arrivata non tra i primi, si ritroverà a campeggiare dietro allo stage).

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Cominciamo a parlare di musica: i live hanno dominato questa due giorni. Per citare i più spettacolari: il serbo 33.10.3402 aka Nenad Marković, un’ora e mezza di allucinazioni sonore, un incubo lisergico a lieto fine, o il berlinese Peter Kirn, denso e disturbante, una coltellata techno.
Kir (ovvero Bane Jovancevic, art director del Drugstore), con uno show assai interessante, in cui accordi di chitarra si fondono con spesse bassline per approdare nei mari di una techno quasi carezzevole.
Il nostro Mai Mai Mai, unico artista italiano presente, incappucciato come al solito e reso ancora più inquietante grazie alle flebili luci, ci ha fatto onore regalando un’ora di profondo e succulento disagio noise.
Il pubblico è soddisfatto e felicemente risucchiato dalle sue tenebre. Molto valido anche Lenhart Tapes, belgradese alle prese con rumori attraversati da malaticci sprazzi blues, derive orientaleggianti e spruzzi di techno industrial, ricavati con una serie di walkman abilmente manipolati e pimpati. Godibilissima anche l’impeccabile compositrice serba Svetlana Maraš, alle prese con del noise totalizzante e dagli breaks belli violenti, pane per i denti degli amanti del genere.

Tra i numerosi dj set, tutti di qualità medio-alta, degni di menzione sicuramente quello di Ontal, un duo anglo-serbo, magnifico ibrido tra sonorità prive di ritmica e campioni vocali tratti da film e documentari, uno dei dj set più particolari e visionari sentiti negli ultimi tempi. Alibey, proveniente dalla Turchia, ha invece avuto il merito di dare una virata molto classy alla prima nottata, dirottando la pista su percorsi più dance stupendo con un intermezzo psichedelico anni ‘70 e poi librandosi verso amabili distretti house old school. Forse il set che abbiamo apprezzato meno è stato quello dello svedese TM 404, un po’ un horror vacui sonoro fatto di 303, 606, 909. Decisamente manieristico e fastidioso a lungo andare. Come si dice: quando il troppo stroppia.

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Andreas Hz, macedone, ha accompagnato l’alba impostando un’atmosfera ariosa e fresca, grazie ad un’house music bella lenta e dalle tinte calde e morbide. Per quanto riguarda la techno più dark e dubeggiante, sicuramente adatta a rilassare gli spiriti, ma a lungo andare monotona, segnaliamo il bulgaro Cinnamint, ipnotizzatore mattutino, e Moutec, con la sua techno sehr Berghain, non particolarmente fantasiosa, ma di sicuro riposante. Poi Milan, dalla Bulgaria, con piglio techno sicuro e pestone, senza mai eccedere.
Il berlinese Andre Pahl si presenta sul palco in vesti caraibiche, deliziando il pubblico con una selezione imprevedibilissima  ed eclettica, ottima per un tardo pomeriggio di relax prataiolo e perfetta per il paesaggio estivo montano.

Chiude la festa il dj set del local hero Kristijan Molnar, nulla di geniale, inizio piacevole afro, poi house melodica e cautamente cantata, qualche errore nei passaggi, ma tanta energia condivisa al sole di una tarda domenica pomeriggio. Un happy ending romantico, se vogliamo, con tutti i survivors presenti a danzare tranquilli col sorrisone. Speriamo davvero che questa sia la prima edizione di una lunga serie. Esperienza da ripetere senza alcun dubbio. Due giorni di musica no stop sono molto lunghi (l’organizzazione dovrebbe allestire vere aree chill out perchè la prolungata mancanza di silenzio arriva a fare male) ma adesso, alla fine, i ravers, spaparanzati sull’erba, sorseggiano rakija e caffè lungo. I nostri neuroni, ormai esausti, ringraziano. Živeli!

Divna Ivic

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