Berlin CTM ’15: The First Days

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«Io ho sentito suoni che voi umani non potreste immaginarvi:Function One in fiamme al largo dei bastioni di OstBahnhof,
e ho ascoltato droni balenare nel buio vicino alle porte di Am Wriezener.
E tutti quei bassi andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire. »

Non è il sogno di tutti ascoltare il suono assoluto? In attesa e nella speranza di riuscirci, si inganna il tempo ascoltando qualcosa che perlomeno ci riscaldi la membrana timpanica. Per esempio, andando a Berlino per il CTM (ClubTransMediale), un Festival che più volte nelle passate edizioni ha incendiato timpani e parecchie altre parti del corpo.

La 15° edizione del CTM inizia il 23 gennaio, ma per arrivare già bello accordato all’apertura del Festival, decido di atterrare il giorno prima ed andare alla KunstWerk, un ex-granaio scampato alla furia dell’aprile 1945, diventato spazio d’arte.

Al 4° piano in una sala illuminata con candele e lumini, Raphael Anton Irissarri ci regala due live set (uno solista ed uno come The Sight Below in compagnia di Erik K Skodvin/Deaf Center) di struggente intensità, dalle parti di Ben Frost.
Esco con la copia numero 2 del nuovo disco di Irisarri, pubblicato in 40 copie. Neanche cinque ore dall’atterraggio, e già siamo entrati in orbita.

Wunderbar.

Il primo dei due sabati coperti dal Festival è ospitato allo Yaam, posto orrendo che una volta era il Maria Ab OstBahnhof, e che ora accoglie questo locale che per il resto dell’anno si occupa di musica reggae e caraibica.

La sala più piccola è occupata da Contort, evento itinerante organizzato da Kerridge, in cui gli OAKE hanno annunciato un release party del loro LP su Downwards, di fronte al pubblico della loro città.

Il tutto si riduce a quattro ballerini che danzano con dubbie capacità mentre il disco viene suonato in playback. Oltretutto, il palco è cosí basso che nessuno vede un benemerito cazzo, eccetto la prima fila, in una sala imballata all’inverosimile.

A salvarci da questa demenza spinta arriva Grebenstein, anche lui fresco di Downwards, imbraccia la chitarra e inchioda con trame elettroniche dense e violente, la sua figura esile, che sembrerebbe collassare, invece si flette come un fascio di nervi con la sua musica che corre sul filo del rasoio, tra bassi, industrial e la nebbia, spinta dentro direttamente dalla Sprea, che scorre gelido e fumoso appena fuori dello Yaam. Tanta roba.

Abbastanza da risvegliarsi la domenica pomeriggio ancora esaltati ed annebbiati per decidere di andare all’Astra, nel distretto dei clubs di Warschauer Straße, dove suona il nuovo progetto di Mondkopf, Estreme Precautions, disco carino, live ancora un pò acerbo, cassa alla Sepultura e toni industrial.

Poi, gli Electric Wizard riempiono il pur grande Astra di stoners, doomers e metallari in genere, ma non c’è molto da dire su di loro: nulla che i Black Sabbath non abbiano fatto molto meglio e molto prima.
L’unica cosa degna di nota sono i piatti usati dal batterista, cosí grandi che con un bastone potrebbero essere usati come ombrelloni da spiaggia.

Arriviamo a martedí, la prima delle 4 giornate ospitate al Berghain.
Prima, però, un passaggio all’HAU2 per assistere allo spettacolo di Lucio Capece: ancora palloni sospesi in aria con tweeter bluetooth che diffondono pattern di drum machine cosí scarsi che arriverebbero ultimi anche alla Gara delle Batterie Elettroniche. Praticamente il nulla.

Berghain, ore 22,16: sul palco troneggia il Moogtonium, uno dei primi synth costruiti da Bob Moog nel 1967 per Max Brandt. Viene operato da due persone, una alle tastiere e pedali, l’altra ai controlli. Due brani, fra minimalismo distorto e droni in crescendo, che già ci fanno smascellare.

A seguire Peder Mannerfelt, (di Roll the Dice), con parrucca bianca a coprirgli il volto stile Headless Horseman, che fa salire ulteriormente la tensione con la sua elettronica obliqua e potente.

Al termine, iniziano a pompare le machine del fumo: é il segnale.
Kevin Martin/The Bug di lì a poco inizierá quella che rimarrá come una delle più incredibili performance musicali.
Dal titolo ‘Sirens’, era annunciate come basata sul suono di sirene, ma in realtá é stato il suono dell’esplosione di una bomba atomica, dilatato per 40 minuti.

Al soundsystem del Berghain, giá di per se una forza della natura, Kevin Martin aveva aggiunto 70 (settanta) sub da 18 pollici, riempiendo tutta una parete del quadrato formato dalle 4 colonne del Function One del Berghain.

Solo una brevissima linea di basso modulato a metá show, per il resto il più grande e potente drone che si possa immaginare. Maestoso e pesantissimo, 40 minuti di terrore e stupore, catturati e dominati dalla massa sonora.
Alla fine, più che applaudire, ci si guardava a vicenda per capire se fosse stata una allucianzione sonora.

Poi, a seguire, il vecchio compare di Kevin nei Techno Animal, Justin K. Broadrick, ci (ri)prende per le orecchie con uno show violentissimo, a base di elettronica sporca su beats alla Godflesh, mentre urla dentro il microfono come solo Vatican Shadow sa fare. Puro paradiso, soddisfazione totale.

Mercoledí, nuovo passaggio preserale all’HAU2 per assistere allo show di Pluramon, con un set tanto celebrale quanto fisico, basato sui ‘difference tones’ (un tono addizionale la cui frequenza é percepita mentalmente come due note diverse). Un set prezioso.

Poi Berghain atto secondo: dopo Klara Lewis che presenta il suo disco pubblicato su Mego, ‘Shine’, un’ altro evento ciclopico: Lawrence English suona il suo ultimo capolavoro, ‘Wilderness of mirrors’.

Una esibizione che ricorda l’eruzione di un volcano, una imponente massa di volume che come Kevin Martin lascia completamente storditi ed estasiati.

Alla fine, scende dal palco e Kevin Martin va ad abbracciarlo: due giganti, insieme. Momenti che dovrebbero essere salvati per i posteri, ma al Berghain non si possono fare foto, e questa immagine rimmarrá solo nelle mie sinapsi, spero a lungo.

Ma non siamo ancora alla fine: sul palco compare una piccola muraglia di attrezzatura analogica, e dietro spunta Alec Empire per la prima esecuzione mondiale di ‘Low on ice’, album pubblicato nel 1995 e mai eseguito dl vivo.

Un caleidoscopio di sonorità molto composito, una collezione di suoni profondi e idee che dopo 20 anni conservano quasi intatte freschezza e validitá.

Il resto lo potete leggere nel primo report sul CTM, ma due parole finali sulle installazioni: variamente interessanti, da quella di Jan St. Werner e Karl Kliem, ‘Rotationsstudien, Sequenzen 20-5’, patterns geometrici in tono cromatico, con loop musicali tipo LaMonte Young, a ‘Ilinx’, su deprivazione moto-sensoriale attraverso la vestizione con uno scafandro. Nulla che non possa essere raggiunto ugualmente con sostanze legali o meno.

Per non farci mancare nulla, ci sono state anche notevoli conferenze, tipo una sullo sciamanesimo dalla preistoria alla techno. Veramente tanta roba, minchiate comprese, come in tutti i Festival, in attesa del ‘Festival Perfetto’, che probabilmente non ci sará mai. Con il CTM, ci rivediamo il prossimo anno.

Amedeo Bruni

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