The Knife “Shaking The Habitual” (Brille Records)

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Non potevano scegliere titolo più appropriato per il loro nuovo ed attesissimo lavoro in studio. The Knife rompono completamente con il passato e, in special modo, con le sonorità del fortunatissimo Silent Shout. Se dunque non vedete l’ora di ascoltare una nuova raccolta di melodie bizzarre ed accattivanti, unite a ritmi electro minimali e seducenti, potete anche smettere di leggere questa recensione: non troverete, infatti, nulla di tutto ciò in Shaking The Habitual.
Dalle battute iniziali di A Tooth For An Eye s’intuisce che Karin ed Olof Dreijer hanno optato per un sound rinnovato e profondamente diverso da quello degli album precedenti: ritmi tribali, dissonanze, rumore e parti cantate molto più rarefatte e per niente orecchiabili ne sono i principali ingredienti. Ma se la prima traccia ancora ha il sapore della canzone per un possibile dancefloor dalla mentalità elastica, i nove minuti della successiva Full Of Fire cancellano ogni residuo di fruizione pura e semplice, con una lunga cavalcata ritmica, incessante e schizofrenica.
I pochi estimatori di Silent Shout che fossero riusciti ad apprezzare anche questa seconda prova sarebbero poi definitivamente annichiliti dagli oltre otto minuti di rumorismo spettrale ed inquietante intitolati A Cherry On Top, che, assieme a Crake, Oryx e Fracking Fluid Injection, irrompono nei territori di folli sperimentatori e maestri del rumore quali Nurse With Wound ed Organum, perfino nella scelta dei titoli. Non parliamo poi dei quasi venti minuti di ambient da oltretomba di Old Dreams Waiting To Be Realized
Piacevoli sorprese attendono comunque l’ascoltatore nei due CD che compongono questo mastodontico e difficile lavoro. Without You My Life Would Be Boring ed i dieci minuti e passa di Stay Out Of Here sono tribali ed irresistibili con i loro ritornelli da manicomio. Non sono da meno anche le percussioni e le dissonanze massicciamente industrial di Wrap Your Arms Around Me, i ritmi electro incessanti di Networking, e la seducente, acquatica e conclusiva Ready To Lose, anch’essa non esente da qualche battito di lamiera squisitamente industrial. Su tutto si erge una meraviglia quale Raging Lung, capolavoro dalle melodie esotiche ed aliene e d’immenso potere evocativo, sicuramente il loro pezzo migliore fino ad oggi.
Se siete dunque alla ricerca di una nuova We Share Our Mother’s Health da ballare è meglio che rimaniate a debita distanza da questo album, potreste cominciare ad odiare i vostri beniamini svedesi. Se invece volete semplicemente ascoltare il nuovo lavoro di uno dei più imprevedibili e sfuggenti nomi dell’elettronica moderna, non esitate a procurarvelo.

Simone Valcauda

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