Bloc No More

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Che l’ultima edizione del BLOC Weekend nella nuova venue londinese sia stata un fiasco totale, lo abbiamo scoperto appena alzati sbirciando su Facebook oltre la tazza del latte.
Nel giro di nemmeno un’ora era già la notizia del giorno, rimbalzata su tutti i portali d’informazione da quelli prettamente musicali (FACT, Pulse Radio) ai maggiori quotidiani inglesi (The Guardian).
Facciamo ordine e guardiamo ai fatti: i ragazzi del BLOC, dopo cinque edizioni di grande successo in provincia (le prime due a Hemsby, le altre a Minehead), decidono che è venuto il momento del salto di qualità definitivo e puntano tutto sulla Capitale britannica.
L’idea di abbandonare la spiaggia di Minehead, ma soprattutto la formula vincente del Butlins rave, suscita subito malumori tra gli afecionados che si fanno sentire in massa via web.
La risposta degli organizzatori oltre a rassicurare sulla presenza di un progetto, mette in mezzo l’insostenibilità per il paesino di reggere l’impatto del festival (in effetti siamo stati diretti testimoni di come ad esempio la mattina del lunedì il servizio di bus sia completamente sotto assedio, inutilizzabile quindi dai cittadini) e la conseguente richiesta formale di trasferimento.
Vista la frammentazione della scena elettronica la strategia del BLOC consiste nel riunire diversi marchi o label ed affidare a ciascuno di essi una parte dell’evento (ricordiamo FWD>>, Rephlex, RA, FACT, Bleep) di modo da ottenere il massimo da ogni nicchia. Le sontuose line up ne sono il risultato più evidente.
Il trasloco è l’occasione perfetta per un rinnovamento profondo: gli staff più underground lasciano e vengono rimpiazzati con un team importante, lo Shangri La, organizzatore del by night al mitico Glastonbury.
Adesso Londra è vicinissima!
La scelta della location ricade sui London Pleasure Gardens nella zona est, ex area docks lungo il fiume, dove addirittura una delle sale sarà una nave della fu Unione Sovietica.
Ma è sulla convocazione degli artisti che c’è da sbavare, per fare prima sarebbe più facile elencare gli assenti perchè da Steve Reich a Villalobos ci sono proprio tutti.
Tuttavia nonostante tutta questa abbondanza lo zoccolo duro dei BLOC ravers, tra i quali ci mettiamo anche noi di Frequencies, non è convinta.
Non si tratta della classica diffidenza verso tutto ciò che è nuovo e lontano da consolidate abitudini, quanto piuttosto di una riflessione sugli evidenti punti deboli di questa formula.
Innanzitutto la perdita della dimensione intima del villaggio vacanze dove si ballava, mangiava, vedeva la Tv tutti insieme creando un fortissimo senso di comunità, a nostro avviso più importante di qualsiasi line up.
In seconda analisi l’affluenza, concentrata su due giorni al posto di tre: negli anni precedenti il pubblico era limitato alla disponibilità degli chalet, arrivando al massimo a contare 5000 persone; questa volta, invece, sarebbe stato tutto open con vendita di ticket giornalieri, che tradotto in  parole povere avrebbe significato quintuplicare i partecipanti mettendo a rischio la vivibilità.
Da non tralasciare inoltre l’aumento dei costi dovuto alla difficoltà nel trovare una sistemazione in zona, ed al fatto che, se prima per bere e mangiare bastava tornare nel proprio monolocale adiacente ai palchi, adesso non c’è alternativa a bar e pseudo ristoranti.
Se guardiamo alla storia poi, a Londra i grossi eventi musicali, ad eccezione di quelli commerciali, non hanno mai funzionato.
Nemo profeta in patria est dicevano i Latini, e difatti i capi banda del BLOC sono andati dritti per la loro strada.
Una marcia serrata da Suicide Commando che ha visto pubblicità dappertutto e prevendite messe pure nel Dixan.
Un piccolo esempio di come è cambiata la sua percezione dalle nostre parti: fino all’edizione 2011 gli Italiani presenti non superavano le 60 unità (di cui in parecchi emigrati), adesso improvvisamente era diventato la Mecca da visitare almeno una volta prima di morire in barba ai beneamati Time Warp e I Love Techno.
Arriviamo quindi al fattaccio di venerdì notte, quando migliaia di ragazzi affollano i gardens già dal tramonto, pronti a godersi la festa più bella, solo che c’è un problema: sono troppi!!
Lo staff ha fatto un giochino che in Italia conosciamo benissimo purtroppo: ha venduto molti più tickets rispetto alla capacità della struttura.

La marea umana riversatasi sulle sponde del Tamigi non permette alcun movimento, e alle code per entrare nelle sale si aggiungono gli inevitabili problemi alle timetables, agli impianti, ma sopratutto di sicurezza, dovuti anche allo scarso controllo sui pass agli ingressi.
All’una la polizia impone la chiusura e sospensione del festival.
Il giorno dopo al posto di reportage entusiasti ci tocca leggere uno scarno comunicato in cui l’organizzazione annuncia la fine anticipata dei giochi, e la predisposizione delle pratiche di rimborso. Nessuna traccia di ammissione di responsabilità e scuse ufficiali.
La reazione del pubblico è però altrettanto veloce e forte: oltre mille commenti infuriati solo sulla fanpage e sputtanamento su ogni media.
Il BLOC passerà alla storia come il peggior festival di sempre nonostante cinque edizioni fantastiche, un vero paradiso per gli appassionati, ma di sorvolare e provare compassione per loro non ce la sentiamo proprio.
Quando trasformi la passione in puro business te ne devi assumere il rischio.
Immaginatevi se a Disneyland per incrementare gli introiti risparmiassero sulla manutenzione delle giostre e che, dopo l’ovvio incidente mortale, dicessero: “Con sommo rammarico annunciamo la chiusura del parco perchè ciò che a noi preme di più è la vostra salute“.
Raccoglierebbero un terzo della produzione mondiale di ortaggi in cinque secondi.
Le giustificazioni traballanti sull’aver messo in primo piano la sicurezza dei ragazzi stanno a zero, come la zia morta dieci volte nell’ultima settimana per saltare l’interrogazione.
In ballo non c’erano solo un sacco di soldi ma anche l’immagine di un qualcosa di puro, che per molti di noi della vecchia guardia aveva un significato profondo.
Grazie alla cupidigia e all’arroganza di chi credeva di aver svoltato proponendo il più grande evento mai visto prima, siamo consci che il sogno rave è finito e che ogni cosa ha davvero un cartellino con segnato il prezzo.
L’Impero colpisce ancora e noi abbiamo perso un’altra occasione per stare insieme.

Federico Spadavecchia

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