Broughton & Brewster “How To Dj Right (The art and science of playing records)”

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Iniziamo col dire che si tratta di un libro uscito per la prima volta nel 2002 (ma a quanto pare inedito in Italia) e che perciò alcune considerazioni possono risultare leggermente datate, ma nella sostanza si tratta di un manuale fondamentale per ogni appassionato mettitore di dischi, e dovrebbe essere sempre presente nella tasca anteriore della borsa.
Dopo aver raccontato l’evoluzione della figura del Dj nella storia della musica moderna con il biblico Last Night a Dj Saved My Life, i giornalisti Frank Broughton e Bill Brewster si interrogano su quali siano le nozioni di base assolutamente necessarie per passare da semplice jukebox umano a sciamano del terzo millennio, capace di manovrare le folle suonando non dal vivo le proprie canzoni come una qualsiasi Pop star, ma usando quelle, registrate, di altri.
Un’opera di questo genere era stata affrontata quasi in parallelo dalle nostre parti da Fabio De Luca nel 2003 con il divertente Mamma Mamma voglio fare il Dj (che comunque consiglio di leggere) ma con un grado di approfondimento molto più leggero.
In questi anni la tecnologia in campo djistico ha fatto passi da gigante, e anche se i supporti paiono ormai irrimediabilmente cambiati il primo elemento da analizzare quando si vuole intraprendere questa carriera rimane sempre lo stesso: la motivazione!!
Per quale motivo volete diventare un Dj? Per fare colpo sulle ragazze? Per avere un jet privato? Per condividere la vostra passione con gli altri anche a costo di farlo gratis?
A seconda della risposta sarete un certo tipo di professionista ma attenzione: essere un famoso dj non coincide per forza con l’essere un bravo Dj!!
Come in tutte le guide della serie how to… anche in questo caso siamo di fronte a consigli pratici veri e propri che vanno dalla scelta dell’attrezzatura al relativo montaggio e al suo utilizzo. Ogni aspetto della questione è affrontato in maniera quasi scientifica.
Già perchè forse, in epoca di Tracktor e Serato, ci si è dimenticati di cosa voglia dire mettere a tempo i dischi a mano, contando le battute battendo il piede anzichè affidandosi ad elaborazioni digitali precise al centesimo di secondo. Eppure al di là del mero esercizio in questo modo era possibile assimilare senza quasi accorgersene concetti che di norma si apprendono dopo un bel corso (noioso) di solfeggio, e che alla fine sono le fondamenta della produzione.
Ancora, vengono ben spiegati tutti gli accorgimenti in grado di arricchire la performance, tra cui quei tricks che tanto piacciono a pubblico e ad artisti come lo scratch e il back spinning, e come tarare l’impianto a disposizione.
Forse però i capitoli da studiare quasi a memoria sono quelli riguardanti l’allestimento della collezione di dischi (dall’acquisto dell’usato a come procurarsi i promo) e la conseguente preparazione della borsa, il procacciarsi gli ingaggi (guardate che stando chiusi in cameretta nessuno vi verrà mai a cercare) magari organizzando propri eventi, il rapportarsi con i gestori ed i promoters, ma soprattutto il saper interpretare la pista scegliendo il disco giusto per il momento giusto.
Non importa il numero di hits o di avanguardie suonate quanto piuttosto la loro contestualizzazione.
Tenete bene a mente che se sciorinate l’ultima top ten del mito di turno il pubblico non si ricorderà mai il vostro nome, ed allo stesso tempo che la gente ha pagato per ballare e, salvo diversi accordi tra voi e l’organizzazione, non per addormentarsi sui divanetti mentre vi masturbate a colpi di abstract hip hop nepalese reputandolo la tendenza del futuro.
Con la pratica capirete che una serata è suddivisa in vari momenti, ciascuno dei quali richiede ritmi diversi ed atmosfere più o meno conosciute; quando li gestirete al meglio la vostra scalata al top potrà considerarsi a buon punto.
Alla fine di ogni capitolo non riuscirete quasi a capacitarvi di quanto possa essere complesso inforcare un paio di cuffie e di come una volta dietro al mixer vi possa sembrare di non aver fatto altro nella vita.
E ricordate: un bravo Dj suona un solo tipo di musica: quella buona!

Federico Spadavecchia

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