Wolfgang Flür: robot, music-soldato (pacifista) e narratore

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Il Trieste Science+Fiction Festival è una miniera di preziose visioni per gli amanti della fantascienza (e anche dell’horror) che ogni autunno convoglia a Trieste una schiera di appassionati, proponendo uno sguardo sullo stato dell’arte globale dei film di genere. Incontri, retrospettive, classici, una manifestazione consigliata sotto molti punti di vista. Ogni anno il programma comprende anche serate e feste che culminano ne La Notte Degli Ultracorpi. Musica e mood sci-fi insieme.
Negli anni tra gli altri sono passati Alexander Robotnick, Dj Yoda, Toa Mata Band, quest’anno Wolfgang Flür aka Musiksoldat. Flür è stato percussionista e creatore di parte sostanziale delle ritmiche (anche perchè le prime macchine le costruì proprio lui) dei leggendari Kraftwerk tra il 1973 ed il 1987. Nei tre decenni successivi ha fatto molte cose, tra cui scrivere un interessante libro biografico (Io ero un robot n.d.r.), dar vita al progetto Yamo in collaborazione con Andi Toma dei Mouse on Mars e un recente album solista dal titolo “Eloquence”. Lo abbiamo incontrato qualche ora prima del suo set.

Essendo stato parte di una band decisamente avanguardista per il suo tempo, in particolare nell’entrare nei meccanismi pop con quel sound, cosa trovi di intrigante e nuovo ora nei tuoi ascolti musicali?

E’ una domanda che mi viene rivolta piuttosto spesso e la mia risposta è spesso simile. Non trovo nella produzione attuale molti elementi futuristici, “avanti al loro tempo” come succedeva, anche per una serie di cause tecniche e storiche, qualche decennio fa. Credo ci siano dei motivi precisi per questo,  ovviamente è una opinione personale…comunque trovo ugualmente tanti aspetti interessanti in ciò che viene prodotto oggi. Al tempo dei Kraftwerk i suoni sintetici erano piuttosto una novità, stimolante e da plasmare, e va ricordato che le macchine digitali ed i synth avevano un costo elevato che li rendeva disponibili a pochi. Portavano un elemento di “freddezza”  sintetica rispetto al maggior calore dell’analogico. Con il tempo le macchine, i synth, l’hardware si sono raffinati le potenzialità sono diventate quasi infinite e anche i prezzi sono calati molto, fortunatamente. Un artista con talento e con un obiettivo ha  oggi a disposizione una scelta enorme su come produrre, e questo vale per diverse discipline artistiche non solo per la musica. E  poi la rete, che ha aperto ovviamente aperto un ulteriore oceano di possibilità. La prossimità fisica tra artisti che lavorano non è necessaria. Nel mio prossimo lavoro fin dal titolo, Collaborations, esploro questa possibilità lavorando con artisti da Spagna, UK, Stati Uniti, Giappone e Germania. Mi piace ricevere materiali che siano una sorta di soundscape, da altri artisti, materiali che poi posso rielaborare, riproporre e raccontare, a modo mio A volte, spesso ultimamente aggiungo dei testi che il suono mi ispira; il mio lavoro musicale adesso è raccontare storie, il mio drumming non è più necessario, le macchine fanno meglio, la voce e la parola sono diventate il mio strumento. E’ molto interessante vedere come gli artisti con cui collaboro vedono ritrasformate le loro opere, filtrate proprio dal mio racconto e da elementi e melodie più pop che mi piace aggiungere; io vengo musicalmente dal pop per quanto declinato in modo un po’ particolare. Ai tempi dei Kartfwerk non eravamo gli unici ad agire su sound sintetici, ma eravamo tra i pochi a volere unire quelle traiettorie a quelle del pop, insomma volevamo che la gente potesse sentire alla radio i nostri pezzi.

Inutile nascondere che la domanda su “quanto Kraftwerk” si sente nei tuoi show attuali è una domanda che ti faranno in molti…

Non molto, e non cerco di aggiungere o creare  cose simil-Kraftwerk. Non voglio e nemmeno potrei. Karl e Ralf sono stati una coppia di talento incredibile. Il mio lavoro preferito dei Kraftwerk è Trans Europe Express, per il lato che definirei romantico che le melodie suggerivano, anche io cerco di tradurre la mia parte romantica nel mio sound, ma tendo ad avere una ritmica più pesante ed aggressiva, e mi piace anche offrire un set con brani che la gente possa ballare. Un particolare che aggiungo nello show, per i pezzi provenienti dal prossimo lavoro Collaborations di cui parlavamo prima, è quello di far sentire anche il brano ricevuto in origine che confluisce poi nel brano finito, per fare vedere il percorso, per raccontare (ribadisco il termine) la track da com’era a come poi è diventata.

Che set si deve aspettare allora il pubblico che viene a vederti?

Non un dj set nel senso classico, ribadisco. Presento musica e presento video nello show, un viaggio con un tragitto preparato che passa anche brevemente dagli anni dei Kraftwerk, prosegue arrivando  fino ai pezzi su cui lavoro oggi (o quelli di altri che mi piacciono e trovo nello stesso mood) e ovviamente guarda al futuro, che è una naturale mia propensione. E il tutto è assolutamente organico ai video che mia moglie presenta live, in un connubio che si rinforza a vicenda fra i due media. Durante il set i suoni si ispessiscono, in un finale che arriva a  pezzi che confinano con l’industrial.

A parte l’elettronica, che musica ascolta Wolfgang Flr?

Direi in particolare musica classica. Oggi e da sempre come passione. Non ho una formazione accademica su questo, come ad esempio Karl (Bartos ndr) ma mentre i miei fratelli  ad esempio erano più orientati sul rock, io amavo fin da piccolo i dischi che mia nonna mi faceva sentire. Lei amava i compositori russi in particolare, ricordo che ho insistito tantissimo per avere una mia copia di Sabre Dance di Aram Khachaturian, che mi entusiasmava completamente, con la forza dell’orchestra imponente e le melodie che per me erano un racconto completo e motivo. Ma non dedico troppo tempo a questo piacere onestamente, ho bisogno anche della calma silenziosa, un altro suono che considero importantissimo e che ricerco spesso. E’ nel silenzio che mi è più facile scrivere, raccontare, che come dicevo è quello che mi piace fare ora. Ho scritto un libro che racconta i tedeschi, un libro di storie (edito per ora solo in lingua tedesca ndr) che cerca di ritrarli nella loro complessità. Al contempo adoro viaggiare, salute permettendo, e mi piace andare sul palco per il mio show, che ci tengo a dire non è un djset. Spesso l’ho visto presentato così, ma non è quello che il pubblico presente si troverà davanti se viene ad un mio spettacolo.

Il live si svolge in un club del centro, gremito. Sapendo cosa aspettarci riusciamo a stare dietro con un certo piacere al percorso proposto da Flur e consorte, ma lo spettacolo divide e non convince tutti. Da una parte un dancefloor che apprezza, risponde, si diverte. Dall’altra i giudizi meno entusiasti di chi lo trova spezzettato, disomogeneo, più adatto a un podcast che ad un vero live show. Se agli esordi della carriera il fu Robot era un orologio svizzero per precisione tecnica, oggi la sua forza sta nell’istrionicità immensa del personaggio, che si diverte a far divertire un pubblico in club stipato che alla fine, nonostante i numerosi dubbi su forma e contenuti, se la gode e tributa il giusto apprezzamento a termine dello show.

Cannibal Se-lecter

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