Machinedrum “Room(s)” (Planet Mu)

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Travis Stewart, in arte Machinedrum, è una vecchia conoscenza dell’underground elettronico statunitense. Da oltre 10 anni infatti dal suo laboratorio a Brooklyn tira fuori sperimentazioni di ogni tipo, dall’IDM alla deep house. Inoltre insieme al suo socio Praveen Sharma da sfogo alle sue fantasie dub con il moniker Sepalcure incidendo per la Hotflush.
Oggi il campo della sua ricerca è l’Uk Bass, ed allora forse è meglio precisare già in partenza che questo lavoro non ha nulla a che spartire con le seghe mentali di taluni pseudo intellettuali (soprattutto nostrani) che, rinchiusi nel bagno della propria mente, immolano diottrie al post dubstep tenendo in mano la copertina di James Blake.
Room(s) è un disco rivolto alla pista essendo basato principalmente sul ritmo.
Intenzione dell’autore è gettare un ponte tra la sperimentazione e il pop, come egli stesso racconta alla rivista on line xlr8r.
L’elemento vocale, presente in ogni traccia sottoforma sia di cut up e loop che di cantato classico, non viene nè disciolto negli effetti come per Burial e Zomby nè tanto meno frantumato in mille samples come Fourtet, piuttosto viene caricato della spinta e della sensualità dell’house.
Le percussioni picchiano forte su un beat nervoso, figlio dei rapporti promiscui di mamma Uk garage, che corre sempre più veloce verso il precipizio salvo fermarsi di colpo all’ultimo istante prima del salto. Al contrario le melodie sono soffici e catchy, utilissime a conquistare l’ascoltatore fin dal primo ascolto. Per quel che riguarda il basso, invece, si nota una certa somiglianza con le produzioni della Apple Pips (Door(s)), dove per quanto struttura portante del progetto non assurge mai al ruolo di mattatore limitandosi a tirare i fili del gioco da dietro le quinte.
Ciò che colpisce di più è la facilità con cui Travis maneggia stili e atmosfere diverse: la vivace piano house di Come1, il funky acido psichedelico di Sacred Frequency ed ancora il moderno 2step in GBYE e U Don’t Survive,o i momenti intimisti di Lay Me Down e quelli crepuscolari di She died there. Il tutto per arrivare alla sintesi di The Statue in cui Machinedrum riesce a modellare il mix perfetto tra tutte le citate derivazioni.
In definitiva Room(s) è un solido album dance in grado di garantirsi il suo spazio all’interno delle playlists dei Dj’s, che saranno ben contenti di avere la canzone giusta per ogni circostanza, confermando una volta di più che l’unica strada percorribile per la ricerca dell’innovazione sta nel crossover di esperienze diverse.

Federico Spadavecchia

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