Berlin Atonal ’17: Un altro Atonal è ancora possibile?

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L’anno scorso non eravamo stati teneri. Quest’anno neppure. L’Atonal ci ha sedotto (2013), promesso (2014), illuso (2015), mentito (2016), tradito (2017). Avremmo gioco facile a limitarci a elencarne tutte le mancanze, ma siamo dell’idea che anche quando le cose vanno a rotoli si possa comunque imparare qualcosa.
La prima che ci viene in mente, ad esempio, è che la scena elettronica non soltanto ha preso a prestito da qualche tempo il lessico delle gallerie d’arte in particolare quella contemporanea (i direttori artistici diventano curatori) ma anche i modi. L’aspetto concettuale sfratta quello psico-fisico, il che diventa molto difficile da digerire perché l’elemento rivoluzionario di questo movimento che parte dalla disco e arriva fino al rave era il mettere il pubblico a diretto contatto con la musica rendendolo protagonista (Andrea Benedetti parla di lost in music, nel senso di ricerca della massima relazione possibile fra clubber e club inteso come impianto audio luci e location), il Dj era solo un mezzo, mentre con questo nuovo approccio si riporta al centro l’artista e la sua idea di performance, mettendo in secondo piano la sua relazione con il dancefloor. In questo modo il vecchio clubber o raver che si voglia, diventa semplice fruitore passivo e la performance ritorna ad essere protagonista come in un qualsiasi spettacolo musicale ‘classico’, rock o pop che sia, ma con in più la pretesa di una non sempre chiara concettualizzazione della musica.
Il messaggio in origine orizzontale, ora è decifrabile solo da chi dispone di mezzi culturali adeguati, altrimenti è un attimo trovarsi a battere le mani di fronte alle croste del Mutandari.

A tale proposito è opportuno citare gli artisti coinvolti nel programma Nordic Flora curato da Varg (3 presenze su 5 edizioni) alla domenica, giornata in passato gestita da Samuel Kerridge. Di tutti i nomi (malamente) annunciati si salvano solo Sky H1, con un live di buon livello per suoni e dinamica, a cui bisognerebbe concedere il tempo di crescere senza fretta, e le capacità di musicista dello stesso Varg con Matti Bye, di cui però non convince l’idea di traslare in chiave Pop futurista gli ultimi lavori. Quando Anna Melina prende il microfono, chi ha vissuto la trance olandese-inglese dei primi 2000 non può che sobbalzare e iniziare a guardarsi attorno come avesse visto un fantasma! Certo, non c’è cassa dritta e basso in levare ma le (involontarie?) influenze sono lì a vista, un richiamo ancestrale alle produzioni downtempo/intimiste dei big dell’epoca.

Bocciati senza appello l’arrogante e noioso reading di Chloe Wise (su basi di Varg), accompagnato da un video a metà strada tra Gabber Eleganza e l’intro/outro del clip di Don’t speak dei No Doubt (1997), le urla stile Wanna Marchi vocoderizzate di Swan Meat, Oli Xl che a parte un curioso controller da polso non ha esibito altro, e Ecco2K. Presentato come artista multidisciplinare, il vocalist si esibisce in una lamentosa simil trap da tamarro di periferia, rispettandone ogni cliché.
Per finire la panoramica sugli svedesi dobbiamo tornare a sabato, quando Abdulla Rashim (3 presenze su 5 edizioni anche per lui), stavolta come Anthony Linell, conferma di trovarsi più a suo agio in studio che non sul palco, sia sul main stage da solo che al Tresor con Varg (gliel’han fatta sudare la paga eh!) nel potente act techno Ulwhednar. Sempre da Stoccolma ma di altre frequentazioni è Daniel Araya, capitano della Sweden Hard Crew (e nostro caro compagno di Bang Face), che ribalta l’Ohm con un gatto a 303 code.

La successiva lezione appresa è che, quando un evento possiede una location esagerata come la kraftwerk di Kopenicker Strasse, allestita con un super soundsystem, è normale per i nuovi avventori faticare a vederne le falle.
A dirla tutta i veri eroi dell’Atonal 2017 sono stati i visual & light artist: il loro lavoro ha dato vitalità a set altrimenti incolore (Belief Defect, Puce Mary, Pact Infernal, Belong, Linell, Varg) e fatto brillare ancora di più, se possibile, i migliori. Gli show meritevoli hanno stupito oltre ogni aspettativa. Su tutti van premiati Shackleton (2 presenze su 5 edizioni) con Anika e la sua band più Pedro Maia ai visual, visionari nell’uscire dai confini imposti dalle definizioni trovando un equilibrio tra i Coil di Ape of Naples e atmosfere kraut. Gli Emptyset si scatenano sotto una tempesta artificiale (chapeau ai tecnici luci), svelando un inedito e violento lato industrial. Fis (3 presenze su 5 edizioni) con gli algoritmi dal vivo di Renick Bell apre un varco interdimensionale sul vuoto cosmico, mentre Roly Porter (5 presenze su 5 edizioni) & Paul Jebanasam (3 presenze su 5 edizioni) raccontano con struggente intensità il dramma del nostro tempo. Appena un gradino sotto, la trascinante teatralità dei Roll The Dice, e l’energia EBM di Broken English Club in un’esibizione da manuale.

In generale abbiamo sentito tanto parlare di arte ma a conti fatti ne abbiamo vista pochissima (esattamente come succede nelle gallerie più alla moda). Tutto è ridotto a happening a cui bisogna essere presenti per poter dire di contare qualcosa. La coda estenuante per la saletta con i modulari, o Schaltzentrale, è emblematica: non si vuole entrare per sentire le impro-jam (a basso volume e senza uno schema preciso) ma piuttosto per quell’atmosfera da privé esclusivo. L’unica utilità delle installazioni di quest’anno è stata farci rifiatare qualche minuto.
La parola d’ordine è World Premiere ad ogni costo, non valutando se quel progetto o collaborazione abbia in effetti senso. L’abbiamo visto con Main/Regis (2 presenze su 5 edizioni per il boss di Downwards), ciascuno dietro al proprio percorso senza alchimia (quando Karl ha preso a picchiare come fosse da solo lo show è stato più coinvolgente).
James Dean Brown ha rilanciato Hypnobeat nel 2012 chiamando con sé Helena Hauff, ma c’è ancora parecchio da lavorarci, non era meglio aspettare? Powell (2 presenze su 5 edizioni) con Wolfgang Tillmans è scaduto nell’autoparodia, come se per esser punk bastasse accendere una drum machine e cantare da ubriachi, così come Inga Mauer che live prova a ricreare il sound del, pessimo, dj set della sera precedente al Globus. Interessante la performance di Pan Daijing (2 presenze su 5 edizioni), tra danza, teatro e sperimentazione, ma completamente slegata dal resto della lineup.
Per i Dj set dobbiamo ringraziare Trevor Jackson per averci fatto ballare di gusto sfruttando l’ottimo momento della scena electro e new wave. Ha gestito la pista con intelligenza, spezzando gli schemi con ritmi sperimentali, stimolando la curiosità del pubblico, ma subito pronto a farlo cantare a squarciagola con un classico dei New Order 586 che recita: “In the future when you want me in your heart I won’t be there” ben adatta al nostro rapporto con Atonal). Tutto il contrario di Shlomo che più che un djset mette su una lezione di crossfit. Shed e Pinch (2 presenze su 5 edizioni a testa) meglio singolarmente che in back to back. Ci sarebbe piaciuto ascoltare anche Dj Stingray, ma qualche genio l’ha piazzato alle tre di notte di domenica all’Ohm con tutti gli altri spazi chiusi, rendendo impossibile ogni tentativo di entrata salvo non essere un ectoplasma anoressico.

Il pubblico era in maggioranza composto da turisti. Si parlava tanto italiano, inglese, spagnolo e francese, pochissimo tedesco. Già, dove stavano i Berlinesi? A godersi le ottime alternative che si sono creati: per esempio il giro intorno alla nuova sala del Berghain, Saule, destinata alla techno wave (venerdì c’era il party Mannequin Records), o al Griessmühle (Mechatronica la settimana prima, Wax Treatment alla domenica), le feste per duri e puri della Praxis e le domeniche dal vivo della succursale tedesca di Radio Banda Larga.
Com’è stato possibile che un festival di tal calibro sia passato nell’arco di cinque anni da roccaforte dell’avanguardia a attrazione turistica?
Per prima cosa bisogna sempre ricordare che il Berlin Atonal non è l’originale: Dimitri Hegemann è relegato al ruolo di Patron in fondo alla lista della squadra presentata sul programma (e a quanto pare senza più voce in capitolo dopo quella toccante citazione in apertura che sa di pensionamento). Le consegne sono passate definitivamente nelle mani di Laurens von Oswald (nipote di Moritz), Harry Glass, e Paulo Reachi. Ragazzi giovani, i primi due classe 1988, nei cui curricula non spicca niente di speciale se non la direzione del festival; il terzo, invece, non molto più vecchio, è l’attuale label manager della Tresor dal 2011, peccato che di dischi memorabili non ne pubblichi da una vita.
Per quanto riguarda i finanziamenti, il grosso viene dal Musicboard Berlin (promozione artisti di base a Berlino e supporto delle strutture atte a incrementare la music economy cittadina), dal Senatsverwaltung fur Kultur und Europa (progetti culturali a Berlino con lo scopo di rifletterne lo stato di città creativa, cosmopolita e globale) e dal Kultursfitung des Bundes (progetti sviluppati per stimolare la discussione culturale internazionale).
Ci sono il blasone, la benedizione del Padre, il castello, gli effetti speciali e i soldi. Allora perchè manca la ricerca artistica? Con tutto quello che gira in città (tacciamo sul mondo oltre la barriera) si potrebbe fare ogni volta una rassegna diversa e originale invece, come dimostrato dai numeri, ci si rivolge di continuo alle stesse persone con centellinati innesti meritevoli.
Da qui la nostra scelta di salire il venerdì, sperando in una maggiore concentrazione qualitativa nel weekend. Come detto, siamo rimasti delusi, gocce di champagne diluite in litri di brodaglia da discount che al bar spacciavano per vino.
Se non siete mai stati all’Atonal andateci, ma scegliendo bene i giorni, l’impatto della kraftwerk è una prima volta che vale la pena di vivere con entusiasmo, ma tenete a mente che non vi stanno regalando nulla, e che le seconde possibilità si concedono solo di fronte ad azioni concrete e non a un mazzo di belle promesse.

Federico Spadavecchia

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