Experimental Audio Research: Live a Macao

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To take drugs to make music to take drugs to.

Una frase per riassumere la filosofia su cui si fonda la musica di Pete Kember alias Experimental Audio Research, alias Sonic Boom, alias Spectrum e soprattutto chitarrista degli indimenticabili Spacemen 3.
Mentre l’amico-nemico Jason Pierce ha sicuramente fatto i soldi annacquando la formula degli Uomini dello Spazio sotto il nome Spiritualized (niente in contrario a chi si arricchisce con la musica, ma si è comportato come lo spacciatore disonesto), Kember è quello che commercialmente ha fallito. Da 25 anni a questa parte un disco (bello) a nome Sonic Boom, tre a nome Spectrum, una decina col progetto Experimental Audio Research che abbiamo la possibilità di vedere questa sera.
Il più recente è però del 2005 e tutti sono usciti per etichette non certo di punta. E dire che, almeno per le prime pubblicazioni, radunò delle formazioni da all-star game della sperimentazione: Kevin Shields dei My Bloody Valentine, Eddie Prévost degli AMM, Kevin Martin (The Bug), Thomas Köner. Ma si può tranquillamente affermare che la sua produzione è rimasta confinata agli anni 90 del secolo scorso.

To take drugs to make music to take drugs to, dicevamo, e il tavolo colmo di synth, effetti e modulari fa pregustare “viaggi senza muoversi“. Prima del technicolor, il buco nero. Il romano Cris X, armato di computer, effetti e una lastra metallica con microfoni a contatto tortura gli astanti con un arrabbiatissimo harsh noise degno dei più crudeli terroristi giapponesi. È notevole l’irruenza degli attacchi dei suoi brani, l’intento è chiaramente quello di bucare i timpani di chi ascolta.
La lastra metallica suona come una chitarra con otto distorsori, a fine concerto Cris la getta a terra mentre si dilegua, stizzoso come un chitarrista punk del passato. Un’altra dimostrazione della bontà delle scene estreme italiane contemporanee, scorrendo le sue gesta sul sito si notano collaborazioni con Merzbow, KK Null, Maurizio Bianchi, indizi che, accompagnati da un live convincente, mi fanno appuntare il suo nome sul taccuino di quelli da tenere d’occhio.

Il grosso del pubblico (alla fine un Macao abbastanza affollato ma vivibile) si alza dalla scalinata d’ingresso, che con la primavera si riappropria del ruolo di Trinità dei Monti milanese, ed ecco apparire Sonic Boom, annegato in un videoacquario di cubi rotanti.
I suoi brani sono lunghissime elucubrazioni psichedeliche, melodie elementari di tastiera (come quelle che un non musicista suonerebbe toccandola per la prima volta) protratte all’infinito, su cui Pete interviene con synth ed effetti, trasformandole in ecolalia, un ronzio onirico che diventa substrato dei propri pensieri che vagano in libertà.
Un’oretta di concerto per tre, quattro pezzi al massimo con evidenti rimandi alla scuola elettronica berlinese di Klaus Schulze e Tangerine Dream: con un filo di rumorismo in più, ma quasi un tributo.

In definitiva, chi si aspettava della musica di ricerca o particolarmente ricca di personalità (due cose lecite da chiedere a un musicista che è a pieno titolo nella storia della psichedelia) può essere rimasto un po’ deluso, chi invece ha assistito solo per poter dire “io c’ero“, o per godersi la pienezza dei synth analogici e di sonorità rivolte al passato (lo erano anche quando Sonic Boom avviò questo progetto) è rincasato col sorriso.

Andrea Cazzani

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