Non c’è niente di scontato nel titolo in latino di questo album. “De Funeriis” non celebra la morte, non la romanticizza: al contrario, Niccolò Mauceri (in arte ANGST) sembra affrontare il tema come un processo, una traversata. Il terzo disco del progetto milanese è composto da sei “marce funebri” immaginarie che funzionano come paesaggi psicologici attraverso i quali osservare il dolore nel suo divenire, nel suo lento trasformarsi nel tempo. ANGST nasce nel 2022 come progetto quasi esclusivamente live: chitarre, pedali ed elementi percussivi manipolati in tempo reale, un approccio istintivo e profondamente fisico al suono. Il progetto ha guadagnato credibilità nella scena sperimentale, condividendo il palco con artisti di primo livello. Qualche mese fa, in occasione della tappa lombarda dei Big Brave al Circolo Gagarin, il live di ANGST (quasi al buio) ha settato il mood prima di passare la palla alla band canadese.
ANGST si iscrive in un momento particolare della sperimentazione sonora: se da un lato il drone e l’ambient hanno raggiunto una certa visibilità mainstream attraverso figure come Alva Noto e Oneohtrix Point Never, la ricerca più intransigente e noise-oriented rimane ai margini, ben ancorata nel “sottoterra” con riferimenti impliciti a Merzbow, Takashi Yoshimura, alla tradizione americana del drone minimalista e alla scena post-rock britannica.
Dal 2024, la ricerca di Mauceri si è gradualmente estesa al formato discografico. I primi lavori — l’EP “Alienazioni”, “Nel cimitero dei suoni inquieti” e lo split “Angst x NULLACONTA” — erano costruiti su field recordings urbani e registrazioni lo-fi su nastro, creando una sorta di archeologia sonora delle città contemporanee. Le uscite successive hanno ampliato la palette: il primo album ufficiale “For Absent Friends” (2025), seguito da Three Hours Take, un documento di improvvisazione per chitarra e pedali registrato dal vivo al Gagarin, testimoniavano un artista in costante evoluzione.
Uscito il 10 aprile, “De Funeriis” rappresenta il culmine di questa traiettoria. L’album si muove fluidamente tra drone, interventi strumentali processati e field recordings, creando un’atmosfera coerente dove niente è casuale. Degna di nota l’introduzione di strumenti acustici tradizionali — sax, flauto traverso, organo — che vengono smaterializzati, processati e dissolti in trame sonore, perdendo la loro identità originaria e trasformandosi negli strumenti del lutto stesso.
Edoardo Grandi










